Volbeat
Seal The Deal & Let's Boogie

2016, Universal Music
Rockabilly

Qualità e costanza, una ricetta che fa dei Volbeat una band fuori dal comune, non solo per quello che suonano.
Recensione di Eleonora Muzzi - Pubblicata in data: 27/05/16

Negli anni i Volbeat si sono fatti un nome. Partirono dalla nativa Danimarca con un'offerta musicale relativamente "normale" per poi virare in maniera abbastanza repentina verso qualcosa che ai tempi era unico, ovvero l'unione della frangia più classica del rock n roll degli anni 50 con le distorsioni più massicce dell'heavy metal. Una ricetta del genere è garanzia di qualcosa di grande.

 

Ed eccoli, a due anni dal disco tutto cowboy e saloon "Outlaw Gentlemen & Shady Ladies", che ritornano con la stessa formula ormai collaudata con un disco meno "rustico" e dalle atmosfere oscure come il precedente, ma con qualcosa di più fresco e divertente.
Perchè "Seal The Deal And Let's Boogie" è un disco divertente. Se il precedente era marcato da una nota di malinconia che, seppur sullo sfondo, rendeva il disco un po' più cupo, questo è fresco e più arioso, se potete passarci il termine.

 

Ormai i Volbeat hanno una formula, che funziona perfettamente. Ritmi incalzanti, melodie orecchiabili da cantare ad ogni ora del giorno e della notte e riff solidi come granito, che da anni rende il loro sound riconoscibilissimo in mezzo alle millemila uscite del mercato discografico - anche solo per le copertine, ormai un marchio di fabbrica - e che lascia i fan felici. E non solo.
Con questo metodo ormai collaudatissimo, la band danese è in grado di sputare fuori dischi al limite del perfetto con una velocità esorbitante, uno ogni due anni circa, con tracklist ben nutrite e con l'occasionale cover messa lì sì a fare massa, ma soprattutto a ricordare i cari vecchi tempi dell'ascesa del nostro genere preferito.



Di fatto, "Seal The Deal And Let's Boogie" non si discosta dalla formula di una virgola. Ci sono tutti gli elementi che hanno reso questa band così amata. L'opener "The Devil's Bleeding Crown", già arrivata alle nostre orecchie come singolo, ne è un esempio più che lampante. Michael Poulsen sfrutta appieno le proprie doti vocali e dietro di lui la macchina del tempo ci riporta a tempi di American Graffiti. " The Gates of Babylon" ci porta brevemente invece a sound più orientaleggianti per poi tornare rapidissima sulle polverose strade americane con un ritornello allegro e difficile da togliersi dalla testa.

 

Del resto, è dei Volbeat che stiamo parlando, sfidiamo chiunque a non trovare almeno un brano in un loro album che non gli si incastri nelle orecchie e non faccia fatica a smettere di cantare.
Ora, la parte dolente. "Seal The Deal And Let's Boogie" è un disco senza difetti?
No, ma del resto sono occasioni più uniche che rare, gli album senza difetti. Dobbiamo dire che le ultime tre tracce del disco, nello specifico "You Will Know" e " The Loa's Crossroad", ci sono sembrate un po' sottotono rispetto al resto e fuori contesto, quasi fossero degli avanzi dal disco precedente. Ora, dato che "Outlaws Gentlemen..." era un disco con un tipo di feeling abbastanza agli antipodi rispetto a "Seal The Deal..." questi brani suonano fuori posto in un disco che era partito con brani ricchissimi di momenti di puro divertimento sottoforma di pentagramma. Nello specifico "The Loa's Crossroad" sembra veramente uscita dal disco precedente, per mood e stile.

 

Sono brani brutti? Decisamente no. Sarebbero stati meglio in un altro album? Forse. Certo è che la loro posizione in tracklist da a questi brani un momento di risalto, essendo essi i brani che chiudono l'album. Probabilmente con una posizione nella tracklist diversa, che mescolasse di più i brani e distribuisse di più il mood avrebbe giovato a questi due brani che, così sacrificati, fanno un po' da capro espiatorio.

 

In sostanza, i fan dei Volbeat potranno gioire perchè "Seal The Deal And Let's Boogie" è il classico album della band che amano, che mantiene tutte le premesse e intatto lo stile che li contraddistingue senza mai cadere nella noia e nella ripetitività che spesso rende dischi di band che producono album così rapidamente e in maniera abbastanza formulare al limite dell'irriconoscibile.
Un ottimo lavoro che speriamo di poter vedere presto in sede dal vivo, perchè ci sono brani che dal vivo potrebbero anche suonare migliori che da disco, data l'energia che, potenzialmente, potrebbero sprigionare con un bel coro di centinaia di persone sotto palco che cantano.





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