Sonata Arctica
Winterheart's Guild

2003, Spinefarm Records
Power Metal

Recensione di Costanza Colombo - Pubblicata in data: 21/02/18

"Wake up my child, hope is here"

 

Speranza, si... d'affrontare il giorno carburando a suon delle scariche d'adrenalina e tastiere con cui s'innesca "Winterheart's Guild", ovvero il terzo gioiello della baltica corona dei Sonata Arctica. Una nostalgica gemma la cui peculiare sfaccettatura verrà offuscata soltanto dalla massiccia caratura del successivo "Reckoning Night".

 

E' scesa la notte, quella che già spaccava in due lo sfondo di "Silence" i cui ritmi forsennati sono ripresi in apertura da "Abandoned, Pleased, Brainwashed, Exploited" a realizzare la ripida scorciatoia che conduce al conclave fatato attorno a cui si consuma la più sognante delle favole in musica di Tony Kakko.


"We met that night, when the sea ran high.
And I craved for more of that near-love experience.
Those who the music hath then joined together, are now put asunder...."

 

Proprio con l'inarrivabile "Gravenimage", brano ancora insuperato dagli stessi autori, i finnici immortalano la poesia di quella risacca eco di mille tempeste, non ancora assassine come nella trionfale "White Pearl, Black Oceans" ma già fertile fonte d'ispirazione. Strepitosa nel cambio di passo a metà minutaggio e uno degli apici espressivi del buon Tony. Ascoltare per credere.

 

"I can't write these storylines without you, lady pain"

 

Le liriche vergate da Kakko sono, stavolta, scevre dell'amarezza dedicata al fantasma di Dana, delle deviazioni da stalker o delle recriminazioni della più mainstream "Tallulah". Ne è ulteriore prova la centrale "The Misery", con la quale i Sonata lasciano ai posteri la prima delle loro esplicite dichiarazioni d'amore. Soltanto la più adulta "Love", inclusa in "Pariah's Child", riuscirà a equipararne dolcezza e volume di sentimento positivo.

 

A controbilanciarne tutta questa, seppur romantica, lentezza, ci pensa l'entusiasmo escapista dell'antecedente "The Cage" e della successiva "Victoria's Secret". Proprio queste due tracce sono tra i migliori, e imprescindibili, inni prodotti dai finalndesi che, ancora una volta, dimostrano la loro straordinaria maestria a tener banco seppur in velocità, così da accontentare i fan sfegatati (quelli con "Fullmon" tatuta sul bicipite per intendersi). Sorvolando sulla piacevole, ma meno essenziale "Champagne Bath", degna compagna di "Silvertongue", è doveroso soffermarsi su un altro dei gran pezzi, solitamente sacrificati anche in sede live, della band: "Broken".

 

"I was raised from a broken seed, I grew up to be an unwanted weed."

 

Ulteriore sfoggio del talento narrativo ed istrionico di Kakko, lo stesso ahimé poi a tratti assopitosi prima di resuscitare in qualche passaggio di "The Ninth Hour", questa ottava traccia offre un ulteriore scorcio del suo lato solare di Tony, quello di cui saranno impregnate le atmosfere di "The Days Of Grays", ultimo album dei Sonata a possedere tutti gli elementi che ne garantirono il meritato successo. Impossibile non apprezzare la trepidazione che monta, in privata apocalisse, per due terzi della traccia ad anticiparne il compimento d'intenti a 3:55.

 

"On this deadwinter's night. Darkness becomes this child.
Bless this night with a tear. For I have none I fear..."

 

Difficile trovare una conclusione all'altezza di una tracklist del genere. I finnici ci provano ugualmente incasellando una "The Ruins Of My Life" che, con una batteria da cardiopalma, attinge al passato della band, a realizzare un antesignano contrasto con la più recente "Flag In The Ground". Quindi, dopo nove tracce da ascoltare e riascoltare senza che mai invecchino, il disco si spegne, letteralmente, con la malinconica, e ben più rilassata, supplica di "Draw Me".


"Someone save me..."





01. Abandoned, Pleased, Brainwashed, Exploited
02. Gravenimage
03. The Cage
04. Silver Tongue
05. The Misery
06. Victoria's Secret
07. Champagne Bath
08. Broken
09. The Ruins of My Life
10. Draw Me

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