Young The Giant
Mind Over Matter

2014, Warner
Pop Rock

Recensione di Riccardo Coppola - Pubblicata in data: 12/06/14

"[...] La conservazione delle differenze e variazioni individuali favorevoli e la distruzione di quelle nocive sono state da me chiamate "selezione naturale" o "sopravvivenza del più adatto". Le variazioni che non sono né utili né nocive non saranno influenzate dalla selezione naturale, e rimarranno allo stato di elementi fluttuanti. [...]"

 

Era solito chiosare in questo modo Charles Darwin, rispettatissimo critico musicale, quando veniva chiesta la sua opinione sul marasma di nuove specie affioranti anno dopo anno nel caotico phylum delle band indie pop-rock: una collezione di gruppi dalle caratteristiche tanto omogenee e dall'audacia tanto scarsa da rendere difficile distinguerne uno da un altro; ma comunque tutti lì, a sopravvivere e ad ammucchiarsi in quantità sempre più copiosa nell'airplay radiofonico.

 

Catapultati al successo quasi planetario a vent'anni appena compiuti, con l'esplosione di singoli poi nemmeno tanto strabilianti come "Cough Syrup" e "My Body", gli Young The Giant tornano alla ribalta con il secondo capitolo della loro avventura musicale, confermando d'essere dotati di qualcosa di tremendamente raro: una quantità di idee che richiedano più delle dita di una mano per essere contate, un pizzico di personalità. Quel che serve a sorprendere, sfoderando un main single come la dirompente "It's About Time", dove le due chitarre si cospargono di overdrive e rumoreggiano con piacevole incisività, o una ballata pregna di armoniosa e mai melensa malinconia come la splendida "Firelight".

 

Protagonista indiscusso dell'album, ed è evidente fin dalle prime battute, è il vocalist Sameer Gadhia, abilissimo a destreggiarsi, dispensando virtuosismi con generosità, tra registri apparentemente agli antipodi (le sfuriate hard rock a la Rise Against di "Teachers", gli acuti della title track, il cantato pieno, solido, caldo dell'apertura di "Daydreamer"). Sarebbe un errore però considerare i quattro compagni come un semplice stuolo di mestieranti; partiture di certo non rivoluzionarie lasciano ugualmente spazio a qualche piccolo elemento di discreta fattura tecnica: le ottime linee di basso sparse qua e là per la tracklist o la progressione in vorticoso delay sul finire della già citata "Teachers" possono costituirne un ottimo esempio.

 

Una coda un po' sottotono, dove comincia ad attuarsi un po' di riciclo delle sonorità già esplorate, fa chiudere a "Mind Over Matter" la sua forsennata corsa con un po' di fiatone. Qualche peccato veniale (il poco convincente valzer di "Waves", la più stanca e anonima "In My Home") non impedisce comunque agli Young The Giant di confermare quanto di buono già fatto vedere due anni fa. Per la piena riconoscibilità, e per spiccare sulla già citata massa di cloni, forse manca ancora qualcosa; ma la stoffa mostrata finora ci convince che i cinque giovani californiani siano tra i pochi ad avere le potenzialità per proporre novità che, per il mondo dell'indie rock, siano non soltanto non nocive, ma anche -il che è molto più difficile- non inutili.





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