Pearl Jam, "Let's Play Two": un inno dedicato a chi arriva fino in fondo
Sullo scenario del Wrigley Field di Chicago trionfano la band di Seattle e la squadra di baseball dei Chicago Cubs


Articolo a cura di Laura Faccenda - Pubblicata in data: 03/12/17
"It’s a great day for a ballgame, let’s play two". È questa la frase pronunciata dalla leggenda dei Chicago Cubs Earnie Banks da cui è tratto il titolo del film concerto diretto dal fotografo Danny Clinch e prodotto dalla Monkey Wrench “Let’s Play Two”, sul connubio tra i due live dei Pearl Jam al Wrigley Field del 20 e 22 agosto 2016 e la storia della squadra di baseball padrona di casa, di cui Eddie Vedder è un appassionato tifoso. 
 
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Il documentario sottolinea i punti in comune tra sport e musica, due grandi potenze con la capacità di unire migliaia di persone legate da una profondissima passione, quasi una fede, che permette loro di ritrovare sempre se stessi, come individui e come parte di una comunità, sia da fan che da tifosi. Si parte dal 2016, anno in cui il quintetto di Seattle è tornato a suonare al Wrigley Field dopo l’ultimo concerto del 2013, per due date memorabili. Anno anche della vittoria dei Chicago Cubs alla World Series dopo ben 108 anni. Per quale motivo queste due storie si intrecciano? Ecco svelata la ragione. Durante il corso della pellicola si racconta di quando Eddie Vedder andava con suo zio proprio in quello stadio per assistere alle partite di baseball. Si ricordano i giocatori storici che hanno militato nei Cubs, si ripercorre un’infinita serie di sconfitte, la più duratura nella storia dello sport americano (come ricorda anche uno spezzone di un discorso di Obama sul film) causata, secondo la credenza popolare, dalla maledizione della capra. “Io non credo alle capre” – sentenzia Eddie Vedder. Allora inizia la corsa alla vittoria e su “Corduroy”, brano energico, adrenalinico e arrabbiato, si mescolano le immagini del live con quelle dei tifosi. Lo stadio con il tutto esaurito per i Pearl Jam, lo stadio con il tutto esaurito per i Cubs. C’è da dire, infatti, che, come i sostenitori della squadra di baseball di Chicago negli anni non hanno mai abbandonato i loro beniamini, dimostrando “speranza, dedizione, determinazione”, allo stesso modo i fan dei Pearl Jam vivono la loro condizione come una ragione di vita: ad ogni tappa della loro esistenza corrisponde una canzone. Partecipano ai concerti con trasporto, sono il valore aggiunto. Non importa se è necessario accamparsi davanti allo stadio quattro giorni prima o viaggiare per centinaia di migliaia di chilometri per raggiungere la meta. Fondamentale è celebrare un momento quasi mistico assieme alla band e a quelle persone che si incontrano in giro per il mondo, ormai si riconoscono, si identificano in bandiere e lingue diverse, ma, in realtà, ne parlano una unica. 
 
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La scaletta dei live al Wrigley Field scorre tra esibizioni da animali da palcoscenico, interviste al presidente della squadra Theo Epstein e approfondimenti sul mondo che ruota attorno ai Chicago Cubs. Un intero quartiere che, da sempre, si anima nei sei giorni delle partite. Le telecamere di Clinch entrano in un pub in particolare, dove Vedder andava sin da bambino e dove ormai è uno di famiglia. Lo racconta la proprietaria che, dopo la morte del marito, ha gestito il locale da sola, parlando delle sfortunate vicende sportive del team, di come sia cresciuta all’interno delle mura dello stadio e di quanto talvolta sia stato faticoso andare avanti. I suoi occhi sono colmi di gratitudine nel momento in cui riporta alla mente l’origine del rapporto speciale con il frontman dei Pearl Jam: è grazie a lui che ha anche iniziato a strimpellare l’ukulele ed è a lui che si stringe in abbracci sinceri in molte scene del film. Il quartiere attorno al Wringley Field è poi caratterizzato dai tetti, sopra ai quali si riuniscono le persone per guardare le partite. Sono un prolungamento delle gradinate, tanto che, sebbene Vedder durante il concerto chiami ironicamente il pubblico dei tetti “scrocconi”, sono gestiti da un’associazione che versa il 17% ai Cubs. Proprio il tetto del suddetto pub ha ospitato una prova informale e improvvisata dei Pearl Jam in acustico. Un rooftop concert di cui vengono filmati spezzoni di “Thumbing My Way” e di “Dirty Work” degli Steely Dan canticchiata da Stone Gossard. I fan già in attesa si accorgono, ascoltano, si radunano. Eddie e Mike si affacciano salutando e rimanendo quasi sorpresi di tale acclamazione. “It’s crazy” – dice il cantante. 

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Danny Clinch non si limita a imprimere su nastro i momenti dedicati alla storia dei Cubs. Riprende filmati dei Pearl Jam del 1992, anno in cui la band ha suonato al Metro di Chicago, un locale con la capienza massima di circa mille persone. In quei giorni Vedder, indossando i classici pantaloni al ginocchio, gli anfibi, un cappellino e degli occhiali da sole avvolgenti, si era improvvisato guida della città dove era cresciuto, soffermandosi soprattutto attorno al tanto amato stadio. “Ho fatto un gran colpo” – afferma con un sorriso stampato quando trova su un marciapiede delle zolle di terra del Wrigley.

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Si torna al presente con le immagini del concerto del 2016. Su “Black, Red, Yellow” sale sul palco Dennis Rodman, ex stella dei Chicago Bulls. “Given To Fly” è dedicata all’allenatore Joe Maddon, l’uomo che è riuscito a volare e a far volare, “Crazy Mary” viene cantata all’unisono dai fan che considerano ogni volta la canzone come un dono all’interno della scaletta. Due sono i momenti in cui si raggiunge l’apice dell’emozione e della commozione. “Inside Job”, brano la cui musica è stata scritta da Mike McCready per onorare la sua rinascita dopo un periodo di grande difficoltà, è dedicata all’amico ed ex giocatore di football Steve Gleason, colpito dalla SLA. Egli compare sulla sua carrozzina, parla tramite il collegamento con un computer e lancia un potente messaggio: “Sono molto legato a questa canzone. Ringrazio i Pearl Jam per avermi accolto nella loro famiglia. Voglio dire che è importante fare un profondo lavoro interiore. Io ho scoperto che mi sento davvero forte, sto bene”. Subito dopo l’esecuzione, da brividi: McCready scorre le dita sulla chitarra come in estasi, Vedder, alla fine, corre ad abbracciare Gleason. “Release” costituisce un duetto tra il frontman e John, un fan arrivato quattro giorni prima per essere il primo ad entrare e guadagnarsi il posto in transenna. Intervistato durante il documentario, alla domanda su quale delle canzoni dei Pearl Jam fosse per lui la più significativa, con un filo di voce risponde: “È “Release”, perché mi ricorda mio padre, scomparso qualche anno fa”. “So che in prima fila c’è qualcuno che si chiama John” – dice Eddie al microfono – “È arrivato giorni fa per vedere il concerto. So anche che c’è una canzone molto importante per lui. John, questa è per te”. Uno scambio di musica, di esperienze, di vita. Frangenti indimenticabili per John, ancora incredulo, e per tutta la famiglia Pearl Jam.
 
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Il racconto dell’epopea dei Cubs fino alla vittoria alle World Series si sviluppa su immagini che ritraggono i tifosi davanti alla tv, nei bar, lungo la strada. La presenza costante di Eddie Vedder allo stadio accompagnato dalla sua famiglia: parla al pubblico, segna i punti, si agita, esulta. La tensione cresce, fino alla partita finale, fino alla vittoria finale. Mai come in questa occasione una canzone come “Alive” viaggia sulla stessa linea dell’inno dei Cubs “All The Way”. La celebrazione, in entrambi i casi, di chi è andato fino in fondo, di chi è ancora vivo. Da una parte una band e soprattutto un uomo, Vedder, unici sopravvissuti della loro generazione musicale, di quella scena grunge che negli anni ha perso tanti dei suoi rappresentanti. Dall’altra, i Chicago Cubs e tutta la tifoseria che hanno sofferto, aspettato, resistito 108 anni prima di tornare a vincere. Un compimento per entrambi quello avvenuto al Wrigley Field, il culmine di tutte le loro passioni. Non a caso il film si conclude sulle note di “I’ve Got A Feeling”, cover dei Beatles con cui i Pearl Jam avevano chiuso il loro live al Metro 25 anni prima. Un percorso rappresentato metaforicamente dalla distanza di un solo isolato, quello che separa il piccolo club dall’enorme stadio. “Ci abbiamo messo 25 anni a percorrerlo” – scherza Vedder. È proprio quel cammino che costituisce il comun denominatore di “Let’s Play Two”. Un viaggio tra musica e sport, tra concerti e partite di baseball che sanno unire una comunità di persone. Una fede che, prima di essere musicale o sportiva, è fede nella vita, nella volontà di non arrendersi e nella possibilità di riscatto. È correre verso la base, arrivare lì forse stremati, tra la polvere e la terra rossa delle difficoltà, ma poter sentire finalmente quel grido: “SALVO!”
 
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