Ritchie Blackmore - L'immensa biografia scritta da Jerry Bloom
La leggenda, il mito, i retroscena


Articolo a cura di Gaetano Loffredo - Pubblicata in data: 24/05/13

"È un chitarrista formidabile, una di quelle persone uniche che Dio ha indicato dicendo “Tu avrai qualcosa che nessun altro ha”. Possiede una dote ultraterrena, che quasi lo distrugge. Forse non riesce a gestire il suo talento, ecco perché è così strano." (Roger Glover)


speciale_tsunami_blackmore_01Ritchard Hugh Blackmore è da molti considerato, compreso da colui che sta scrivendo l’articolo, il miglior chitarrista vivente e il migliore di tutti i tempi al pari di Jimi Hendrix, l’equivalente di Maradona e di Pelè nel mondo del calcio, di Albert Einstein in quello della scienza o di Leonardo Da Vinci nel campo dell’arte. Un talento puro, innato, unico e irraggiungibile capace di formare intere generazioni di nuovi chitarristi: uomo venerato e criticato come tutti coloro che hanno segnato un’epoca nel proprio settore.

Jerry Bloom, giornalista e scrittore inglese, ha incontrato Blackmore quasi trent’anni fa e da allora l’ha seguito come un’ombra nella sua carriera raccogliendo un’infinità di dati e di aneddoti che sono raccontati in questa “biografia non autorizzata”, a tutti gli effetti necessaria per cercare di comprendere una personalità così enigmatica come quella del Man In Black.


Richie ha ricevuto la sua prima chitarra a undici anni, una Framus acustica voluta a tutti i costi tanto che il padre, Lewis Blackmore ha commentato a caldo l’acquisto che valeva una settimana di lavoro con un “se non impari a suonare quest’aggeggio te lo spacco in testa”. Chitarra in spalla, bicicletta e venti chilometri al giorno andata e ritorno per andare a lezione: “Sono stato fortunato a seguire le lezioni da subito”. Dalla Framus alla Hofner Club 50 elettrica, invidiata da tutta la scuola, e i primi amplificatori bruciati prima di trovare il suono giusto, quello che l’ha portato a dominare il mondo coi Deep Purple.


Il libro è suddiviso in diciotto capitoli e integrato da tre abbondanti sezioni fotografiche che ritraggono Blackmore dai primi anni della sua carriera fino a quelli che lo vedono tutt’ora protagonista con la sua attuale moglie (la quarta) Candice Night. Tutti si chiedono, ancora oggi, cosa sia passato per la mente di Ritchie per saltare dall’hard rock tout court dei Rainbow alle ballate medievali dei Blackmore’s Night: niente paura, Jerry Bloom è in grado di chiarire una volta per tutte il concetto ponendo fine agli inutili pregiudizi. È quello che gli piace comporre, suonare e interpretare oggi.


I primi anni della carriera del guitar hero sono raccontati con un’incredibile minuzia di particolari, tanto che non sarà così difficile, soprattutto per coloro che non conoscono affatto la storia, perdersi nei meandri della storia tra avvicendamenti, fatti più o meno importanti e date da ricordare.
Il tomo prende forma e consistenza quando i Deep Purple entrano nella vita di Blackmore, fase della carriera presentata non prima di aver introdotto il suo ambivalente lato caratteriale, sfrenato e scherzoso quando la noia prevaleva sulla professione; intrattabile, irriverente e irreprensibile quando la musica prendeva il sopravvento. Senza però dimenticare il lato oscuro: “Era appassionato di cose spirituali e strani rituali, è convinto dell’esistenza degli spiriti”.


La gavetta con Jaywalkers, Savages, Lord Sutch, Outlaws lo aveva rafforzato come artista e i suoi acerrimi “nemici” erano già gli allora più famosi Eric Clapton e Jimmy Page, quest’ultimo “sempre ammirato come rivale”, col quale pare abbia registrato un pezzo che non ha mai visto la luce.


speciale_tsunami_blackmore_02_02Deep Purple dicevamo, e quindi come fai a non parlare di “Black Night”, “Hush”, “Child In Time”, “Smoke On The Water”, “Higway Star”, con Blackmore che “suonava tutto il giorno anche senza ampli, si esercitava costantemente” per un solo scopo: “se un giorno riuscirò ad avere una casa come quella di mia mamma e mio papà grazie a questo lavoro, allora sarò felice”. E sono arrivati anche i castelli di proprietà…


Perfettamente descritti nei dettagli anche i rapporti contrastanti col nemico in casa (assurdo ma vero) Ian Gillian e la guerra fredda con David Coverdale, Glenn Hughes, Ronnie James Dio, Glover, Powell, Airey, e delle decine e decine di musicisti che sono passati tra le sue “grinfie”, capace di togliere del tutto la parola ai suoi colleghi e di dormire in hotel differenti pur di evitare qualsiasi tipo di contatto e portarli all’esasperazione. Questo fuori dal palco… non vi svelerò nulla di quanto invece accaduto sui palchi di tutto il mondo, da leggere e vivere in totale autonomia.
Poi ci furono i Rainbow e “Mistreated”, “Stargazer”, “Long Live Rock N Roll”, “Temple Of The King” e i grandi successi prima di un ritorno ai Purple e di nuovo ai Rainbow prima del colpo di fulmine chiamato Candice Night e i suoi Blackmore’s Night, giunti all’ottavo disco da studio, e coi quali esporta il suo Renaissance Rock.


La biografia di Jerry Bloom è, attualmente, il miglior documento mai pubblicato su Ritchie Blackmore. La versione italiana tradotta dalla brava Eleonora Ossola è molto fedele all’originale, scorrevole, e non si perde per strada nemmeno il più piccolo dettaglio.
SpazioRock ha da tempo in programma uno speciale a puntate sulla vita di questo incredibile artista: nell’attesa della nostra “versione dei fatti”, avvicinatevi tranquillamente a questa biografia scritta da un fan per i fan anche perché, concludendo proprio con le parole di Ian Gillan: “Senza Ritchie Blackmore la vita sarebbe noiosa…”.


Abbiamo intervistato l’autore del libro per l’approfondimento.


Ciao Jerry: benvenuto sulle pagine di SpazioRock. Prima di tutto voglio farti i complimenti per il libro, realizzato alla perfezione e con una quantità smodata di notizie e aneddoti. Quanto tempo ci hai messo per realizzarlo?


Avevo a disposizione solo 9 mesi, ma avrei preferito avere due anni.


Ci sono aneddoti che hai deciso di lasciare fuori dal libro perché non sei riuscito a verificarli oppure perché la fonte non era abbastanza attendibile? Se si quali?


Mi hanno raccontato tre storie che poi non ho inserito. Una risaliva agli inizi degli anni Sessanta e la persona che me l’ha raccontata mi ha chiesto di non pubblicarla, quindi ho rispettato la sua richiesta. Comunque era una storia che non metteva Ritchie in cattiva luce. La seconda risaliva agli inizi degli anni Settanta e si riferiva solo a un particolare incontro sessuale. La terza riguardava un aneddoto avvenuto con uno dei cantanti che si era presentato alle audizioni per sostituire Gillan nel 1989. Me l’ha raccontata una delle persone che ho intervistato, ne ho contattate altre che avrebbero dovuto essere presenti in quel momento ma tutti mi hanno risposto che non se lo ricordavano. O la storia è falsa, o non hanno voluto confermarla. 


speciale_tsunami_blackmore_04Avevo già letto la versione inglese un paio d’anni fa e ti comunico che la versione italiana edita da Tsunami Edizioni è perfetta: tradotta magistralmente e molto fedele all’originale. C’è una domanda obbligatoria: perché la biografia non è autorizzata nonostante tu sia uno di quegli eletti che ha potuto assistere ad alcuni concerti riservati dei Blackmore’s Night?


Beh, innanzitutto mi fa piacere che la traduzione sia fatta bene. In quella tedesca hanno cambiato i titoli di alcuni capitoli senza consultarmi.
Per quanto riguarda il fatto che non sia autorizzata, innanzitutto non credo proprio che Ritchie sia il tipo da autorizzare qualcuno a parlare della sua vita e della sua carriera al punto da realizzare un libro che valga la pena leggere. Guarda The Next Stage di Doc Calvinson. Se Ritchie l’ha davvero voluto pubblicare come risposta a Black Knight, credo di non avere niente di cui preoccuparmi! Il manager di Ritchie non mi ha mai avuto in simpatia, e i rapporti con lui si sono interrotti circa dieci anni fa quando nella mia rivista ho pubblicato qualche critica in più del solito. L’avevo percepito l’ultima volta che gli ho parlato, e dopo una conversazione personale mi ha detto “ora puoi chiudere la rivista”. Anche se l’ha detto quasi scherzosamente, capivo che era infastidito. Così quando l’editore mi ha chiesto di scrivere il libro ho pensato che ormai non avevo niente da perdere! Ora da quel che so sono persino bandito dai concerti!


Parliamo di Ritchie Blackmore: il mio parere è che Ritchie sia il chitarrista più grande e influente di tutti i tempi alla pari del solo Jimi Hendrix. Qual è la tua idea in merito? Anche se penso di conoscere la risposta…


Ad essere sinceri faccio fatica a rispondere a questa domanda. Non sono un musicista, quindi posso solo parlare del piacere che la sua musica mi ha dato. Capisco che sia stato influenzato da Hendrix perché l’approccio di Hendrix alla chitarra è stato spesso quello di sperimentare e superare i propri limiti, e anche se a volte i risultati non erano fantastici capisco che abbia influenzato molti chitarristi, tra cui Ritchie. Per quanto riguarda Ritchie stesso, sicuramente ha influenzato molti chitarristi con la sua passione di incorporare strutture classiche, ma nelle riviste quando si parla di chitarristi influenti sento citare altri nomi anche più spesso del suo. Ma sono discorsi molto accademici. A me non interessa cercare di fare pubblicità a Blackmore. Lui, come ogni altro musicista, esiste per chi lo vuole. Ognuno ha i propri gusti, e il fatto che secondo noi sia un chitarrista meraviglioso probabilmente importa poco a un fan di Eric Clapton o di Jimmy Page.


Da ormai molti anni difendo a spada tratta la decisione di Blackmore di lasciare il rock in favore del renaissance rock, quello dei Blackmore’s Night. Ancora oggi molti fan del man in black non hanno digerito quello che reputano un “tradimento” al rock n’ roll. Cosa ne pensi?


speciale_tsunami_blackmore_06Mi fa sorridere perché è un punto di vista egoista. Penso che si debba anche considerare il punto di vista dell’artista. Immagina di fare lo stesso lavoro per 30 anni e di avere ad un certo punto l’opportunità di metterti alla prova in un campo diverso. Pensi che ti importerebbe di cosa pensa la gente?


Il tuo libro esprime chiaramente il Ritchie Blackmore pensiero: la sua carriera è un saliscendi continuo che, probabilmente, non avrebbe avuto la stessa risonanza senza il suo lato caratteriale così… intrattabile, quasi dispotico. È così?


Beh, sì. Nel bene e nel male Ritchie è molto determinato, ed è questo che l’ha portato al successo.


Eppure Ritchie Blackmore è un artista sensibile, pronto a difendere il più debole se necessario. Pensi che con Candice Night abbia davvero trovato una sorta di “eden artistico” oppure credi come molti che sia un po’ manipolato dalla stessa Candice e dalla madre Carole?


È una cosa che leggo spesso. Come al solito proviene da persone che vorrebbero un suo ritorno all’hard rock. Non c’è dubbio che Candice l’abbia affascinato, ma non ho mai pensato neanche per un istante che lei o sua madre controllino la sua musica o che abbiano architettato il suo allontanamento dall’hard rock.


Ritchie ha sempre avuto una sorta di rivalità coi chitarristi più importanti della sua epoca, mi riferisco per esempio a Eric Clapton (poi diventato suo amico) o a Jimmy Page (sempre ignorato). Li ha come sfidati per dimostrare che il più grande è lui, è così?


Penso che le persone vedano nella musica molta più rivalità di quanta ne esista veramente. Penso che Ritchie si concentri molto su se stesso, e probabilmente non pensa granché a questi altri musicisti.


Ho intervistato Ritchie con Candice nel 2011 e ho chiesto a Ritchie come mai i musicisti dei Blackmore’s Night sparivano e ne apparivano di nuovi senza nemmeno un comunicato sul sito ufficiale del gruppo. Mi disse: “Non è di alcuna importanza né di interesse per la gente, l’ho già fatto fin troppe volte: alla fine conta solo la musica”. È mancanza di rispetto nei confronti delle persone con cui suona oppure una dichiarazione d’amore continua alla musica?


Probabilmente un po’ entrambe le cose. In fin dei conti penso che abbia ragione. A differenza dei Purple o dei Rainbow, dove gli altri musicisti contribuivano in maniera importante al sound complessivo, i musicisti dei Blackmore's Night spesso erano praticamente turnisti. Sono sicuro che i fan abbiano sentito molto di più l’uscita dalla band di nomi come Cozy Powell o Tony Carey rispetto ai vari membri dei Blackmore's Night.


Ho appena concluso l’ascolto del nuovo album dei Blackmore’s Night “Dancer and the Moon”: è molto delicato e struggente, molto più intenso di “Autumn Sky”. Pensi che Ritchie sia stato molto toccato dalla scomparsa di Ronnie James Dio e soprattutto di Jon Lord?


Sono sicuro che con la scomparsa di entrambi, e anche con l’età che lui stesso ha, sia del tutto naturale che abbia pensato alla propria mortalità. Penso che l’abbia colpito in particolare la scomparsa di Jon, per la storia che hanno condiviso e per l’affinità musicale che avevano. 


Il libro si conclude coi Blackmore’s Night fermi al disco natalizio del 2006, “Winter Carols”. Che ne pensi della discografia dei 7 anni successivi?


Penso che “Secrety Voyage” sia un buon album, a parte la cover di Elvis che è veramente orribile, mentre “Autumn Sky” è scarso, e hanno massacrato una bellissima canzone con Celluloid Heroes, che è di una delle mie band preferite.


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Bene Jerry, per me è tutto e ti ringrazio per l’intervista… vorrei chiuderla con un tuo commento finale su quello che rappresenta Ritchie Blackmore come uomo e come musicista. Grazie per lo straordinario libro che hai scritto: aiuterà molte persone a capire meglio il mito Blackmore…


Grande come musicista, molto meno come persona.

 

 

Si ringraziano per traduzioni e collaborazione: Francesco D'Arcangeli, Alessandra Leoni, Elisa Bonora e Andrea Mariano.




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