Libri - "Claudio Simonetti: Il Ragazzo D'Argento"
Una vita coi Goblin, la musica e il cinema


Articolo a cura di Giovanni Ausoni - Pubblicata in data: 28/01/18

"Ti conosco molto bene perché ti ho rubato tutte le musiche!" [John Carpenter]

 

Alzi la mano chi non avverte un brivido lungo la schiena quando partono le note della soundtrack di "Profondo Rosso": a più di quarant'anni di distanza la tensione e lo spavento assalgono l'ascoltatore con la stessa forza di un tempo. Claudio Simonetti, autore, con i suoi Goblin, di quella magica e terrificante colonna sonora a supporto dell'omonimo film di Dario Argento, si racconta in una biografia scritta in prima persona con la collaborazione di Giovanni Rossi: un viaggio nell'esistenza di un compositore e tastierista straordinario, capace di travalicare gli steccati tra i generi e in grado di imporsi come artista a livello internazionale. In 224 pagine corredate da numerose foto a colori, "Il Ragazzo D'Argento", edito da Tsunami Edizioni nella collana I Cicloni, trasporta il lettore nelle maglie di un racconto ricco di una serie infinita di aneddoti: l'infanzia in Brasile, l'avventura in Inghilterra, il sodalizio con il cinema thriller e horror, il periodo dance, i concerti sold out in USA e Giappone sono soltanto alcuni degli episodi che hanno contraddistinto la vita e la carriera di un musicista che ha ancora molto da dire.

 

claudiosimonettiragazzodargentoSalve Claudio e benvenuto su SpazioRock.it.

Innanzitutto quali motivazioni ti hanno spinto a scrivere con Giovanni Rossi "Il Ragazzo D'Argento", ovvero una nuova autobiografia dopo "Profondo Rock" (2007)? E in cosa differiscono concettualmente le due operazioni?

 

La mia prima biografia è stata scritta ormai undici anni fa da Gabrielle Lucantonio: sono stati quelli della Tsunami, ovvero Eugenio Monti e Max Baroni, a suggerirmi di realizzarne un'altra. Personalmente l'avrei scritta volentieri, anche perché andava aggiornata, ma nessuno chiaramente me lo aveva ancora chiesto: in questo decennio ho fatto talmente tante altre cose che, insomma, era giusto darle una rinfrescata e poi, comunque, sebbene quella scritta da Gabrielle fosse molto precisa e perfetta, questa invece ha il vantaggio di essere redatta in prima persona. Quindi sono io che racconto utilizzando il mio punto di vista e, benché si parli delle stesse cose, ecco, tuttavia narro di un'epoca che ho vissuto osservandola da un prospettiva individuale: aspetto questo che nel libro precedente non c'era. L'altro volume era un po' più tecnico, incentrato certo sulla musica, ma anche sulla mia vita: tuttavia, oltre a non essere presenti le mie considerazioni, fu stilata in terza persona. Ripeto, sinceramente desideravo avventurarmi in una nuova biografia e dunque, quando me lo hanno proposto, ho accettato subito.

 

Il libro nella parte iniziale si occupa dell'infanzia trascorsa in Brasile e del rapporto con tuo padre Enrico, anch'egli noto musicista. Quanto quel periodo in terra straniera ha inciso sulla tua personalità? E quanto è stato difficile far vivere il nome Simonetti di vita artisticamente propria, lontano dall'ingombrante paragone paterno?

 

Beh, sono stato fortunato a crescere e vivere in un paese bellissimo, contrariamente all'Italia degli anni ‘50, che si trovava nell'immediato dopoguerra: c'era una situazione molto disastrata e la gente andava via, sebbene ancora oggi questa sia una nostra abitudine, certo per altri motivi. Qui allora si ricostruiva e non c'era niente. Mio padre ovviamente non andò in Brasile da immigrato ma, come ho scritto nel libro, era in tournée con uno spettacolo teatrale insieme ad Adolfo Celi e Luciano Salce: scoprirono un paese meraviglioso e restarono sul posto. Io fui ben felice di venire al mondo lì, sono madrelingua, ho due passaporti, mi porto dietro tutta la solarità del luogo di nascita, mi sento molto brasiliano e ciò mi ha aiutato molto nella vita quotidiana. Per quanto riguarda il problema dell'autonomia artistica del cognome Simonetti, ebbi la fortuna di cominciare subito a fare musica: a otto anni studiavo pianoforte, a sedici già suonavo professionalmente e a ventitré registrai "Profondo Rosso" (1975): non c'è stato dunque neanche il tempo di vivere troppo il paragone. Tra l'altro ero impegnato in un genere completamente diverso, quindi la comparazione era impossibile e nessuno mi ha conosciuto sotto quell'aspetto; la vera fortuna fu che, grazie a mio padre, conoscemmo la casa discografica che ci ha permesso di fare "Profondo Rosso".

 

Hai iniziato dunque a suonare giovanissimo, quando, insieme ai futuri Goblin, decidesti di tentare la fortuna a Londra, capitale del progressive rock. Cosa ricordi di quell'esperienza?

 

Ci siamo recati in Inghilterra prima di chiamarci Goblin: lo siamo diventati in Italia, dove poi abbiamo avuto successo e da cui ovviamente non ci siamo più mossi. Allora ci dedicavamo a un genere che sembrava consono a quello inglese: fu certo una bella esperienza, ma alla fine volevamo fare la musica che già suonavano loro e non è che questo avesse molto senso. Siamo tornati in patria perché lì non c'era un grosso sbocco, anzi, molti gruppi, come i Genesis, sono divenuti famosi per assurdo prima da noi, in quanto il progressive era più seguito in Italia che in Gran Bretagna.

 

Una serie di eventi fortuiti portò alla collaborazione con il maestro del cinema horror Dario Argento, con cui hai condiviso successi ("Profondo Rosso", "Suspiria" (1977)), ma anche delusioni nel corso degli anni. Consideri l'incontro determinante per la prosecuzione del tuo percorso o eri fiducioso sul fatto che avresti comunque avuto altre occasioni?

 

Sinceramente non ci aspettavamo un'occasione così grossa, anche perché all'epoca il prog veniva considerato un genere di nicchia: sai, gli italiani non sono mai stati un popolo rock. Insomma, si ascoltavano Claudio Baglioni e i Cugini Di Campagna e il termine stesso progressive neanche esisteva per designare quel tipo particolare di genere. Tutti i gruppi che hanno iniziato col progressive hanno avuto successo con le canzonette: i New Trolls erano forti, ma poi costruirono la propria fama con "Quella Carezza Della Sera" (1978). Identica sorte per la PFM, i Pooh e tanti altri: Alan Sorrenti stesso ottenne la popolarità con "Figli Delle Stelle" e non certo con "Aria" (1972).

 

Lamberto Bava e Ruggero Deodato hanno usufruito, tra gli altri, delle tue colonne sonore: registi, e stili diversi con cui confrontarsi senza soluzione di continuità. Con chi vorresti collaborare ancora?

 

Mah, non lo so, ormai quel certo cinema di genere è abbastanza morto, quindi non ci saranno più grosse chance di lavorare: forse collaborerò in futuro con Carpenter, ma solo musicalmente. Del resto anche lui si dedica esclusivamente alla musica dal momento che per i film non ci sono più grosse produzioni; i grandi registi di un tempo non hanno più la possibilità di prendere parte a importanti progetti cinematografici e purtroppo il tempo passa, le nuove generazioni, eccetto gli appassionati, non sanno neanche chi sono Deodato e Bava: non li conoscono proprio.

 

E cosa puoi dirci a proposito di "Zombi" (1978) di Geoge A. Romero?

 

Ebbi la fortuna di incontrarlo un anno prima della sua scomparsa e purtroppo non ho mai avuto rapporti di lavoro con lui. Realizzammo "Zombi" in Italia con la direzione artistica di Dario Argento; Romero girò il film, ma aveva inserito una musica completamente diversa e fu proprio Dario a volerla cambiare. Quando "Dawn Of The Dead" uscì in USA con le nostre musiche, composte in completa autonomia, Romero chiaramente le apprezzò molto..

 

Per tutto il volume si parla ovviamente dei Goblin e delle successive metamorfosi della band: New Goblin, Goblin Rebirth, Claudio Simonetti's Project, Claudio Simonetti's Goblin, Daemonia. A quale di queste incarnazioni sei più legato? 

 

Sono legato certamente ai Goblin originali e all'odierna formazione "Claudio Simonetti's Goblin". Prima ci chiamavamo Daemonia, poi abbiamo modificato il nome: suono con loro ormai da vent'anni e sono più longevi rispetto alla vecchia band. Siamo una famiglia e contrariamente ai Goblin, non abbiamo tutti quei disagi e quelle discussioni.

 

Parlando ora del "Simonetti Horror Project" (1991), mi ha colpito l'aneddoto in cui racconti dell'emozione di avere tra le mani la sua versione fisica, ovvero il CD del tuo primo disco a uscire in questo formato. Fu davvero un'"innovazione"...

 

All'epoca, quando si diffuse il compact disc, ci fu un periodo di stasi, poiché contemporaneamente uscivano ancora i vinili. Quello fu il mio primo CD ed è stato molto bello quando l'ho visto, anche perché in Italia non erano tanti a farlo, nonostante fosse nato già nel 1982. Adesso il vinile è tornato prepotentemente, ha un suono particolare, è piacevole tenere un vero disco in mano e se posso compro gli album nuovi solo in microsolco: del resto ormai tutti pubblicano in doppio formato. E menomale!

 

Certo la musica, anche per i formati stessi, gode e contemporaneamente soffre dell'esplosione di Internet...

 

Internet è stata un'arma a doppio taglio: ha distrutto la discografia, però ha aperto dei canali. Se negli anni ‘70 facevamo concerti in giro per il mondo era difficile trovarci, così come non sapevamo di essere famosi in Canada o in Giappone, oggi la gente ti vede e ti contatta direttamente: siamo un villaggio globale con tutti i pro e i contro del caso. E anche la produzione discografica è eccessiva: è molto facile realizzare un disco e questo vale anche per i film. Oggigiorno basta un telefonino per girarne uno!

 

Hai spaziato dal prog alla dance, dalle colonne sonore al metal: molti artisti, quali Phil Anselmo, Mike Patton e Mikael Akerfeldt nutrono un'enorme stima nei tuoi riguardi. Dopo aver suonato in giro per il mondo, non possiamo non chiederti se noti differenze nella ricezione della tua musica tra l'Italia e l'estero...

 

Guarda, ormai il modo in cui veniamo accolti dal pubblico è quasi sempre il medesimo: forse maggiore attenzione l'abbiamo trovata negli USA e in Giappone. In terra nipponica andiamo tutti gli anni e il pubblico è super affezionato e appassionato: già quando sanno che c'è uno spettacolo tutto è sold out in poche ore. L'Italia è un po' dispersiva, nel senso che ci sono troppi concerti e troppi stili diversi, non esistono veri e propri eventi: l'estero è più ricettivo, senza dubbio. Siamo stati anche nei paesi scandinavi e quest'anno torneremo per la quarta volta in Olanda, a Tilburg, dove si tiene un festival importante (Netherland Deathfest, ndr.) e poi nei paesi stranieri ci sono grossissime realtà musicali ed enormi rassegne con artisti da tutto il mondo. Fortunatamente siamo considerati un gruppo internazionale e conosciuto, mentre in Italia c'è meno interesse da questo punto di vista, ecco. L'italiano è esterofilo, non c'è niente da fare.

 

Quindi siete stati anche nella culla del black metal...

 

Sì abbiamo raggiunto la Norvegia e la Danimarca: non ho toccato proprio le città natali del black, ma in Finlandia, dove siamo stati quattro volte, ci sono dei pub in cui ho ascoltato quel genere. Mi ha fatto piacere sentire lì anche i Lacuna Coil: sono dei miei cari amici e vengono molto considerati all'estero. Si vive musicalmente un‘aria diversa e non c'è solo il metal estremo.

 

Restando in tema metallaro, dici di esser stato additato come un'icona dark...ti è mai andata stretta come etichetta?

 

Sono contento perché almeno ho un genere praticamente quasi unico e ben venga questa cosa. Ho un seguito enorme, anche di grandi fan del mio periodo dance, era nella quale ho avuto un notevole successo. Ogni tanto arriva qualcuno ai concerti che mi porta i dischi di quel periodo. È straordinario vedere questa dualità: insomma, sono passato da "Profondo Rosso" a "Gioca Jouer"...

 

Un salto ardito! Come andarono le cose effettivamente?

 

Durante la mia fase dance conobbi Claudio Cecchetto, che allora faceva solo il presentatore e il deejay e non era ancora un produttore discografico. Mi parlò di quest'idea, scrissi la musica e realizzammo un 45 giri che però ottenne un boom enorme quando Claudio lo inserì come sigla del Festival Di Sanremo del 1981. "Gioca Jouer" ebbe più successo della kermesse stessa, che pure quell'anno presentava artisti di grande livello.

 

Il Festival Di Sanremo purtroppo è oggi spesso sinonimo di banalità, non credi?

 

Attualmente è piuttosto ordinario e scontato: rispetto al passato è uno spettacolo molto più fantasmagorico, con coreografie e scenografie stupende e un'orchestra che suona davvero bene, ma alla fine rimane ben poco delle canzoni. Qualche successo negli ultimi anni c'è stato, tuttavia si bada allo show e non alla sostanza. Rappresenta la musica che c'è in Italia adesso, anzi ne evidenzia soprattutto il piattume.

 

Hai dichiarato di non seguire molto la musica attuale, ma c'è una band in circolazione con cui magari ti piacerebbe non soltanto suonare dal vivo e, perché no, scrivere un album?

 

Sinceramente no. Non c'è niente di cui io rimanga a bocca aperta, ormai sono tutti scopiazzamenti di cose già fatte, viste, trite, sentite e risentite. Adesso nessuno inventa più niente, non perché manchi la creatività: se durante la nostra epoca si poteva sperimentare e la musica era ancora territorio vergine, oggi invece per sorprendere con qualcosa di nuovo devi tornare a fare le cose vecchie. Ma questo vale anche per i film thriller e horror: sono sempre gli stessi, con effetti speciali eccellenti certo, girati meglio, ma forse rispetto al passato con molta meno attenzione per le colonne sonore che una volta avevano maggiore importanza, Ora ci troviamo di fronte a soundtrack standardizzate ed effettistiche, che servono esclusivamente a spaventare la gente. Nessuno fa più "Halloween" (musiche e regia di John Carpenter, ndr.) o "Tubular Bells" (colonna sonora de "L'Esorcista" di Mike Oldfield" ndr.).

 

Ti sappiamo un tipo ottimista, Claudio, ti chiediamo quindi di regalare un'infusione di positività, che visti i tempi è oltremodo necessaria, a chi coltiva le tue stesse passioni...

 

Che ci vuole una grande perseveranza, di badare sì alla tecnica, ma non troppo e che bisogna cercare di essere creativi e non guardare quanta note si fanno al secondo: non comportarsi come certi musicisti che si focalizzano sullo strabiliare la gente invece di lasciare qualcosa. Oggi ci sono chitarristi di una bravura dieci volte superiore rispetto a come eravamo noi all'epoca e non c'è assolutamente paragone, ma la differenza è che sono tutti molto standardizzati, suonano allo stesso modo e, alla fine, non c'è più chi ti emoziona con due accordi. Parlo della chitarra perché è pur sempre lo strumento predominante nel rock; i tastieristi poi sono morti, non esistono più come categoria, vengono sommersi dal sound dalle sei corde e le band suonano tutte all'unisono. Manca un Keith Emerson o uno Steve Winwood.

 

Prima di salutarci un'ultima domanda: ti vedremo mai dietro la macchina da presa?

 

No, non è facile fare il regista, è dura, quindi ho diretto solo qualche videoclip e un cortometraggio con mia sorella: è troppo impegnativo. Un saluto a tutti e grazie. Ciao! 




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