Meshuggah: il track by track di "The Violent Sleep Of Reason"
Il ritorno dei Meshuggah vivisezionato, in anteprima, traccia per traccia


Articolo a cura di Isadora Troiano - Pubblicata in data: 04/09/16
Dopo quattro anni, quando pensavate che i Meshuggah non potessero essere più pesanti e cupi, ecco che gli svedesi ritornano con un disco che in buona parte sviluppa il filone aperto col precedente album "Koloss" ma lo porta ancora più giù, sempre più a fondo nell'abisso.
 
Clockworks: già dalla opener, caratterizzata da ritmiche serrate e riff slegati, si percepisce la voglia di trasportare il suono e lo stile su altre dimensioni. Nel ritornello infatti la melodia sorprende con un innesto azzeccatissimo che rende la canzone l'apertura ideale per il disco.
 
Born In Dissonance: si tratta del brano già diffuso, l'assaggio che la band svedese ha concesso al pubblico e ha calamitato l'attenzione dei fan. Nonostante la ritmica martellante, in linea con l'atmosfera del resto della tracklist, questa è probabilmente la traccia che più si avvicina al lavoro precedente.
 
Monstro-city: una delle migliori tracce dell'album. I giochi di accordature sembrano quasi un esercizio di stile pienamente riuscito. Si divertono sia loro che l'ascoltatore in balia di 6 minuti di groove plumbeo.
 
By The Ton: qui il ritmo rallenta e ci si trova di fronte a un pezzo che cambia di minuto in minuto, sembrerebbe quasi una jam session, un'improvvisazione in cui la devastante potenza vocale di Jens Kidman si inserisce magistralmente, rendendo l'insieme ancora più diabolicamente armonioso.
 
Violent Sleep of Reason: a metà del disco troviamo la title track, un brano in pieno stile Meshuggah in cui i riff alienanti vengono contrappuntati da parti di chitarra effettate. L'insieme è un classico con quel qualcosa in più che fa la differenza.
 
Ivory Tower: da non perdere. Qui le accordature ribassate raggiungono livelli estremi, Fredrik Thordendal si sbizzarrisce in un assolo dal tocco come sempre holdswortiano che si incastona perfettamente nel muro sonoro, monolitico e impenetrabile, creato dai compagni. C'è da dirlo, una goduria.
 
Stifled: sembra quasi una sfida a ogni legge della fisica di corde delle chitarre e bassi. Arrivati ormai oltre metà disco, l'impressione è che la track-list altro non sia che una rincorsa ad un sound sempre più violento ed estremo. I suoni sono ormai devastanti e si evolvono fino a sfociare in un assolo che sfiora lo psichedelico ed introduce un finale ambient.
 
Nostrum: calato il buio, la traccia è giocata sui controtempi di batteria che si rincorrono con la voce per poi passare alle accelerazioni più tirate. Ottimo esempio di come gli svedesi siano riusciti a reinventarsi ancora una volta.
 
Our Rage Won't Die: uno dei pezzi più brevi dell'album che lascia più spazio alla voce e in cui si assiste a una delle migliori performance di Kidman per questo disco. Si parte come sempre a mille per poi rallentare, in un finale tormentoso e oscuro che non deluderà gli amanti del genere.
 
Into Decay: quando si dice chiudere in bellezza. In un disco che praticamente non ha filler, si arriva all'ultima traccia col fiato corto. Il brano si dipana sul filo dell'esagerazione sonora e rievoca atmosfere maestose e inquietanti. È il degnissimo finale di un album di alta qualità, che scaturise dal percorso artistico della band per poi imbastardirsi piacevolmente alla ricerca di una sperimentazione sonora capace di addormentare la ragione e rapire la mente.



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