Stairway to Streaming
Musica, tecnologia e Internet: legame necessario o abusato?


Articolo a cura di Luca Ciuti - Pubblicata in data: 09/07/17

"Che cosa ne pensate dei Social Network?"

 

Quante volte abbiamo sentito rivolgere puntuale la domanda di rito all'intervistato di turno, sui magazine musicali. E' inutile tentare una via di uscita, tanto il ragazzino alle prime armi quanto la rockstar decaduta si sono dovuti adattare alla rivoluzione di questo inizio secolo. I social hanno stravolto il nostro modo di comunicare e veicolare le informazioni, arrivando persino a condizionare le nostre vite. In un momento di perversione intellettuale però, noi di SpazioRock abbiamo provato a capovolgere la questione: che mondo sarebbe senza social? Nello specifico, quanto sarebbe diverso il music business, il modo di fare musica e di promuoverla se non esistessero i social network?


Mettiamo subito in chiaro una cosa: dietro questa sorta di regressione non si nasconde alcuna velleità di ritorno al passato. Non si tratta di distruggere le macchine alla stregua di moderni luddisti, quanto piuttosto di analizzare il vero impatto delle nuove tecnologie sul linguaggio universale e trasversale per antonomasia. Facciamo un passo indietro, poco prima della chiacchierata rivoluzione tecnologica di fine anni '90. Internet allora era una prerogativa di pochi, se ne parlava soprattutto in TV (uno dei primi fu Red Ronnie nella sua trasmissione "Help", ma anche Carlo Massarini, da sempre attento osservatore del binomio musica/tecnologia), e le sue potenzialità ancora tutte da scoprire. Sulle prime la rete è soprattutto un luogo in cui tante persone condividono una passione comune. Nascono i newsgroup, i forum e le chat dedicate, ma i canali distributivi del prodotto musica restavano pressoché gli stessi del decennio precedente: se volevi un singolo, lo acquistavi rigorosamente in formato CD; già la magia del vinile era sparita, considerato antieconomico e roba vecchia (vuoi mettere acquistare il singolo degli Iron Maiden con la sua bella copertina apribile, il mese prima che uscisse il disco?...vabbè, altra storia...). La pirateria non nasce certo con l'arrivo di internet: i nostri padri si scambiavano le cassette pirata, una usanza comune quanto commercialmente distruttiva, eppure di fatto tollerata. Anzi, lo scambio con gli amici di questo o quel nastro (non tutti i titoli erano disponibili e le ristampe erano rare) diventava un momento di socialità, al punto che si andava a giro con la valigetta portacassette.

 

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L'unico canale per venire a conoscenza dell'uscita di un disco era la stampa, più o meno specializzata; la data di uscita di album come "Use Your Illusion I" e il "Black Album" era di quelle da segnare sul calendario. La musica era un investimento in termini economici, ma anche di tempo: ora che usciva il disco, qualcuno se lo comprava, aveva modo di ascoltarlo e in alcuni casi di comprenderlo, insomma, era tutto un vociare attorno. No, non mancava neppure l'hype a ben vedere.


Con l'avvento della rete finisce il monopolio televisivo: niente trasmissioni di nicchia a orari improponibili, né rubriche confinate ai giornali specializzati e ai lettori incalliti: gli utenti si fanno parte attiva del mercato e a un certo punto, mettono le mani sulla musica vera e propria. La questione Napster che aveva coinvolto i Metallica in prima linea in una battaglia epocale sembra appartenere ormai a un'altra era. Perché se con il download l'artista era indiscutibilmente in una posizione di svantaggio, con l'avvento dei social assistiamo a una rivoluzione di paradigma: l'artista stesso diventa artefice del mercato attraverso la gestione di informazioni e di un know-how accessorio alle sette note: parole come hype, click baiting, teaser sono entrate con la forza nel bagaglio manageriale di ogni band che si rispetti e di chi ne cura i canali commerciali.

 

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Oggi persino il concetto di "scaricare" è diventato anacronistico: la musica è diventata un flusso continuo, un magma di informazioni che ogni utente può captare e storicizzare a proprio piacimento. Ancora non si era assopito il dibattito attorno al download e al file sharing, che nel 2003 vede la luce il primo progetto social in campo musicale: MySpace sbarca sul web e in pochi mesi diventa il mezzo preferito da band e musicisti di mezzo mondo, da cui si dice siano passati ben 8 milioni di artisti. Registrandosi alla piattaforma ciascuno, dal semplice appassionato alla band da classifica, poteva condividere in streaming foto e musica e altre informazioni. Quasi contemporaneamente arriva YouTube che diventa il canale prioritario per i musicisti di qualsiasi livello dove condividere la propria musica: si va dalle preview dei video in uscita ai ragazzi prodigio capaci di incantare con gli strumenti alla mano, così come i tutorial di brani più o meno famosi.


Tiriamo una riga: fra il 1997 e il 2007 la differenza non sembra enorme e il motivo è presto detto. Al centro di tutto c'è ancora la musica, le nuove uscite. In tutto questo, il mercato discografico non sembra invertire i trend: i dati di vendita sono in crollo costante e il download assomiglia piuttosto al colpo di grazia inferto a un mercato da tempo agonizzante. Il ruolo centrale di fan e utenti (ebbene sì, appare questa parola...) fa sì che il ruolo degli appassionati diventi centrale: dai dibattiti nascono discussioni e tamtam mediatici. I primi a beneficiarne sono tutti quei musicisti di mezzo, caduti nel dimenticatoio fra gli anni '70 e '80: inizia la moda delle reunion che si consolida nei cosiddetti festival a tema e non solo. In qualche caso il ritorno sulle scene porta anche qualche copia venduta in più, ma nella maggior parte dei casi tutto diventa attività spot limitata a sporadiche uscite.

 

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La vera rivoluzione arriva, si capisce, nel 2008 con l'avvento di Facebook e Spotify: oltre a fare le funzionalità delle precedenti piattaforme, entrambi si caratterizzano per una personalizzazione estrema. Si condividono status, umori e playlist. Un volano pubblicitario di livello esponenziale che fa tabula rasa di tutto ciò che c'era prima. La musica, gli artisti si lasciano trascinare da questo flusso di informazioni ed ecco che dalla parte degli utenti sfera privata e interessi pubblici si fondono in un tutt'uno. Ecco, forse di tutto questo potremmo anche fare a meno, in un certo senso. La musica ha i suoi tempi, i suoi spazi e i suoi momenti, e forse i vecchi supporti, così poco flessibili rispetto ai nostri standard, ci costringevano ad ascoltarla davvero la musica, a distinguere il lato A dal lato B, a dare valore alla posizione di una canzone, a valutare un'opera nella sua interezza, fosse stato anche un disco di quelli comprati a scatola chiusa che a conti fatti lasciano l'amaro in bocca.


Suonerà un po' paternalistico e infatti non abbiamo la pretesa di avere la verità in tasca, ma potrebbe rappresentare almeno uno spunto di riflessione. Il mercato discografico registra da decenni dati di crollo considerevoli: sbagliato quindi attribuire al digitale l'asfissia del mercato discografico ma soprattutto, riportare indietro le lancette non farebbe certo aumentare le vendite. Si dice che le band emergenti oggi non abbiano spazio sufficiente per farsi conoscere, ma oggi i requisiti per definirsi band emergente sono molti meno rispetto a trent'anni fa. Allora si doveva avere almeno una strumentazione sufficiente, un roadie tuttofare, una discreta gavetta alle spalle sin dagli inizi. Alla fine, per ogni genere si potevano contare una manciata di band davvero degne di nota. Proviamo a fare un esempio rischioso (ce ne assumiamo la responsabilità): prendiamo il thrash metal, allarghiamo il famoso Big Four a una dozzina di bands, Metallica, Megadeth, Slayer, Anthrax, aggiungiamo Testament, Overkill, i tedeschi Kreator, Sodom, Destruction, Exodus, Death Angel, Annihilator. Potremmo aggiungere ancora band validissime (Dark Angel, Heathen, Atheist, Hirax, Nuclear Assault, Forbidden, Flotsam&Jetsam, Coroner e Celtic Frost , Sepultura), ma a questo punto noterete che la maggior parte di quelle citate per ultime molte si sono miracolosamente reinventate e in alcuni casi resuscitate sfruttando il tam-tam mediatico.

 

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Forse non avremmo tanti festival a tema come avviene, le band suonerebbero meno e ci sarebbe più gusto nell'andarle a vedere, incluse quelle emergenti. Pagheremmo il biglietto del Wacken tre volte tanto, se non avessimo l'euro e le compagnie lowcost, ma questa è un'altra storia. Alla fine, di tutta questa grande abbuffata sembra abbiano beneficiato un po' tutti. La notorietà è alla portata di chiunque e l'evento della band del paese può avere, con un po' di fortuna, lo stesso impatto mediatico di David Gilmour a Pompei in termini di visibilità.


La risposta a tutto questo è in un certo senso già scritta: negli anni '70 - '80 la musica contemporanea era agli albori e i termini di riferimento erano lontani nel tempo; adesso tutto è relativamente vicino e se consideriamo il rock e l'hard rock ci sono quasi cinquant'anni di band più o meno ancora in attività. C'è una enorme disponibilità di musica, e la portabilità della stessa l'ha resa più familiare alle nostre orecchie: non è più una cosa da andare a cercare, o da dedicargli del tempo. Un tempo se avevi il vinile lo ascoltavi nei weekend, oggi la musica si ascolta un po' ovunque, basta avere un telefono con un po' di memoria e campo sufficiente. C'è talmente tanta musica in giro che il mondo potrebbe andare avanti ancora per anni senza dischi nuovi da far uscire. E se lo ha detto Bob Dylan...




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