Pandemic! (Part 2)
Il meglio di new wave e old school thrash del 2020


Articolo a cura di Matteo Poli - Pubblicata in data: 07/02/21

Sette mesi fa con "Pandemic!" avevamo provato a stilare una classifica provvisoria dei migliori album thrash, siano essi old school o new wave, dei primi sei mesi del 2020. Oggi, ancora in emergenza sanitaria, possiamo finalmente offrire una panoramica esaustiva su quanto di meglio il disgraziato anno appena superato ha saputo offrire a questo proposito. Molto di quanto abbiamo scritto troverà qui conferma; d'altro canto, gli ultimi mesi dell'anno hanno offerto una ricca messe di interessanti proposte, tra vecchi leoni e giovani iene. Poche controindicazioni alla lettura: gli album qui rapidamente recensiti sono disposti secondo il solo ordine cronologico. In fondo offriremo una classifica definitiva a completare e ribaltare in parte quella già proposta a luglio 2020. Down we go.

 

3000adthevoid3000AD - The Void, Total Metal Records, 27 marzo

 

Casualmente sfuggiti alla nostra disamina del luglio scorso, provenienti dalla Nuova Zelanda, i 3000AD devono certamente annoverarsi tra le più interessanti uscite dello scorso anno sul versante crossover thrash. Frecce al loro arco, sebbene al primo full lenght, sono: una sicura padronanza degli stilemi del genere unita ad una produzione più che dignitosa, che confeziona per loro un sound convincente, compresso senza essere flat; l'originalità di ambientare il proprio sound tra le rovine di un remoto futuro apocalittico da b-movie anni '80 (donde la suggestiva cover) e, non ultima, la capacità di scatenare quando occorre la furia cieca di cui a volte abbiamo tutti un po' bisogno, senza disdegnare momenti più riflessivi ("Who's Watching?"). Più vicini alla tradizione che alla new wave, "3000AD" e "Cells", i primi singoli pubblicati dalla band, sono anche le prime due cartucce sparate dal combo sul grugno dell'ascoltatore e il resto dell'album è assolutamente all'altezza, anzi il lavoro si fa tanto interessante quanto più si approfondisce. Il crossover è corretto qua e là da un tutt'altro che disprezzabile epic flavour (la conclusiva "Born Under A Black Sign"). Colonna sonora ideale per girare una versione tecnologica e post-atomica de "Il Signore degli Anelli". Highlight: "These Fires", che monta cavalli di basalto.

 

onslaughtcoverOnslaught - Generation Antichrist, AFM Records, 7 agosto

 

Da Bristol con furore, i britannici Onslaught sono una vecchia conoscenza dei fan non solo del genere in quanto, ai suoi esordi nell'underground londinese negli '80, la band faceva hardcore punk e incendiava le nottate alcoliche della Londra after dark. Dopo svariati cambi di strumenti e line-up, la band si è poi gradualmente spostata verso il metal fino allo scioglimento del 1991 e alla successiva reunion del 2004, quando ritroviamo gli Onslaught pienamente e definitivamente thrash. In parte la componente punk ed hardcore, sebbene rimossa, continua ad agire sottotraccia come un acceleratore di particelle, come con "Generation Antichrist", in cui il combo attesta la piena forma mantenuta e la capacità sempre viva di far ribollire il sangue e scatenare un pogo micidiale. In particolare vere e proprie bordate nei denti del calibro di "Strike Fast Strike Hard", "Bow Down To The Clowns", ma senza disdegnare momenti a tratti più cupi e meditati (la title track, che poi esplode nell'ennesimo massacro). Il sound è compresso e acido, a tratti un poco oscuro e il tritacarne messo a punto dal quintetto non risparmia niente e nessuno. Notevole la capacità di forgiare a getto continuo anthems, ottimi da urlare ed impossibili da dimenticare. Sono band come questa a far rimpiangere di non poter sudare sotto palco, trascinati nel pogo del secolo. Colonna sonora ideale per rapinare una banca con addosso maschere degli ex primi ministri britannici. Highlight: la conclusiva "Religiusuicide", definitiva come una lapide.

 

siliuscoverSilius - Worship To Extinction, Rock Of Angels, 28 agosto

 

Austriaci di Landeck (Tirolo), i Silius sono in azione dal 2013 ed hanno all'attivo una demo ed un primo full lenght; meritano però di apparire in questa rassegna per l'assoluto valore del loro thrash con ampie venature groove, che nel presente lavoro dà adito ad un assalto sonoro più che rispettabile. "Worship", ad esempio, è un brano che trasuda energia e genuino desiderio di uccidere, ma anche gusto old school e padronanza indiscussa degli stilemi, non senza la capacità di reinventarli con sottile sagacia nei riff, nei bridge e nei lanci. A tratti forse si ha appena la sensazione che la voce sia trascinata, piuttosto che trascinante, ma il timbro rauco è quello che qui ci vuole e ne è anzi una delle componenti decisive. "Horrorscopes", con esplicito omaggio agli Overkill, è il sinistro ticket per un tunnel dell'orrore, con l'ossessione del basso come binario fantasma. I Silius sono una di quelle band che fanno bene a correre, ma ancora meglio a rallentare, guadagnandoci in impatto e groove; a tratti si evoca il rabbioso e gutturale Phil Anselmo di "Far Beyond Driven". Non fallisce il colpo nè la cavalcata ("Abominate"), né l'attacco frontale in odore di Exodus ("Lesson in Blood"). Soundtrack ideale per minare le placide vacche delle valli austriache con esplosivo al plastico gurdandole deflaglare al tramonto. Highlight: "Evile Inside", lenta e cupa all'inizio per poi esplodere in tutta ferocia.

 

comaniaccoverComaniac - Holodox, Metalworld, 4 settembre

 

Gli elvetici Comaniac sono al terzo full lenght; si sono fatti notare col loro sorprendente esordio del 2015 "Return To Wasteland", entrando di prepotenza nei nomi di punta della new wave. Poi, il secondo album del 2017 aveva in parte deluso le promesse dell'esordio. Col presente "Holodox" la band sembra trovare maggior equilibrio tra carica travolgente, pioggia di riffs, tecnicismi e sviluppo armonico. Nel complesso il lavoro è versatile e vario, non così coinvolgente però dall'inizio alla fine. Molti i brani che meritano la palma d'oro alla violenza sonora: l'opener title track coi suoi cambi mozzafiato (uno dei trademark del combo), l'ultratecnica cavalcata "The New Face Of Hell", le spire e le fughe di chitarra di "Narcotic Clan" e "Legend Heaven". Davvero un lavoro da godere senza ritegno che, non fosse la ruvidezza aggressiva del cantato, diremmo con radici ben piantate nella NWOBHM (vedi la malinconica chiusa di "Bittersweet"). Sempre limpido e curatissimo il suono. Soundtrack ideale per subire un'operazione al cervello da svegli. Highlight: "Under The Gun", inghirlandata Maiden.

 

demolizercover_01Demolizer - Thrashmageddon, Mighty Music, 11 settembre

 

La Danimarca non esporta solo ottima birra ma anche alcune tra le più inferocite metal band sul pianeta. Quelle che ad esempio amano esibire in copertina esplosioni atomiche dalle sembianze di un thrasher zombie ansioso di farci a fette. I Demolizer non vanno per il sottile, pestano duro, tirano dritto, schiacciano ogni cosa al loro passaggio e chi si è visto si è visto. Ogni tanto si dimenticano persino di cambiare tonica per tre pezzi di fila, ma hanno dalla loro l'attitudine sardonica, schietta e diretta che conferisce levità alla gravità dei compressori e ali al piombo di missili terra-aria come l'opener "Copenhagen Burning" e la successiva "Cancer In The Brain". Bastano due brani e chiudendo gli occhi - traccia insanguinata su traccia - ci ritroviamo a San Francisco, suonano gli Anthrax periodo "Among The Living" e gli Eighties non sono mai finiti. La varietà non è tra le loro virtù, ma la tensione non cala un solo istante, neppure quando cala la velocità ("Until The Day I Die"). Soundtrack ideale per respingere un'invasione aliena a colpi di machete. Highlight: "Lost in Torment", da ascoltare veloce veloce prima di entrare dal dentista.

 

heathencoverHeathen - Empire Of The Blind, Nuclear Blast, 18 settembre

 

Quello degli statunitensi Heathen è stato un comeback piuttosto atteso, nonostante (o forse proprio perché) la discografia della band sia esigua: solo tre full lenght, rispettivamente del 1987, del 1991 e del 2010. A cosa è dovuta tanta latenza? Anzitutto al fatto che gli Heathen sono stati, per così dire, fagocitati dagli eventi. Ricapitolando: nel 1984 nasce, per volere del guitarist Lee Altus (Angel Witch, poi Exodus, Die Krupps, Mordred) e del drummer Carl Sacco, un promettentissima thrash metal band che pare avere tutte la carte in regola per entrare nel gotha; poi, una serie di sfortunati eventi porta i membri della band a disperdersi qua e là in diversi progetti e la storia prosegue così per diversi anni tra scioglimenti, riprese, concerti di addio, di ritorno ed infiniti cambi di line-up. Nel 2010 col passaggio a Nuclear Blast, sembra che la band possa finalmente decollare. Se non che, nel 2012 Gary Holt - già Exodus - va a ricoprire definitivamente il ruolo del defunto Jeff Hanneman negli Slayer. A questo punto, a sostituire Holt negli Exodus affiancando Altus, arriva Kragen Lum, già suo compagno negli Heathen e futuro lead composer del presente "Empire Of The Blind". Capito l'inghippo? La situazione si sblocca con il goodbye tour degli Slayer e finalmente nel 2019 gli Heathen possono entrare in studio a registrare il loro sudatissimo quarto album. Come giudicare il risultato? Molto bene, dicono le webzine e le recensioni dedicate; l'album ha ricevuto un'accoglienza calda. Si tratta di un lavoro che gronda mestiere ed esperienza e che prevedibilmente naviga le acque sicure dell'old school, ma lo sa fare con una decisa nota personale: evita cioè il rischio di apparire succedaneo al lavoro dei membri della band in altri progetti. Così non è, ma la qualità del lavoro è a tratti discontinua: ottime le 3 tracce d'apertura ( "The Blight" una sferzata d'energia), che mettono a punto il campo da gioco, più interlocutorie le tre successive ("Dead And Gone" ci ricorda comunque che il thrash può essere incisivo senza per forza dover essere sparato a mille), poi un balzo in avanti con la doppietta micidiale "Blood To Be Let" e "In Black" (highlight del lavoro). "Shrine Of Apathy" è la thrash ballad che mancava alle vostre orecchie da tempo, ancora un ultimo incendio con la perfetta "Devour" e si va poi a chiudere. La band convince più quando colpisce diretto piuttosto che quando cerca di blandire, ma anche qualche blandizia non guasta. Discontinuo, insomma, ma ben sopra la media.

 

solitarycoverSolitary - The Truth Behind The Lies, Metalville, 23 ottobre

 

I Solitary, nati in terra d'Albione nel lontano 1994, all'attivo un tris di album rilasciati nel corso degli anni, hanno goduto di una vetta di popolarità nel 2002 quando la loro traccia "A Second Chance" ha scalato il terzo posto delle metal charts e si sono poi barcamenati nei britannici meandri del genere sino al salto in avanti di "The Diseased Heart Of Society" (2017) e del presente "The Truth Behind The Lies". Gli anni, come suolsi dire, non passarono invano: la band fonde metallo di alta qualità secondo tutti i canoni e con una decisa nota Bay Area (Testament su tutti, ma non con la fastidiosità con cui i Reverber ricordano i Kreator). I Solitary sono poi una di quelle band che offre il meglio quando spara a tutto gas, senza risparmiarsi scatenando l'indole più punk (vedi l'opener "I Will Not Tolerate" e lo schiacciasassi "Abominate") e le cose vanno incendiandosi via via che ci si inoltra nel cuore del disco, tanto che i veri gioielli si trovano in fondo: la ripida title track, il tritaossa di "Catharsis" e la conclusiva "Spawn Of Hate". Solidi, energici, old school. Un sound un poco meno oscuro avrebbe giovato all'insieme. Soundtrack ideale per alzare barricate nel cuore della City scagliando gas nervini sulle squadre d'assalto.

 

skeletonpitcover_01Skeleton Pit - Lust To Lynch, Black Sunset, 23 ottobre

 

Al loro secondo full lenght, i teutonici Skeleton Pit conquistano un posto di rilievo nella new wave più divertente, punkeggiante e sconsiderata. Dieci pezzi come altrettanti proiettili in una mitragliatrice di violenza e panico: eccovi "Lust To Lynch". Evidente in tutto il lavoro il debito con Municipal Waste, Fueled For Fire ed Evile ma ci sono anche indizi di carattere e personalità. Nei testi si parla ovviamente di alcol, sesso, violenza: divertimento allo stato puro. Soundtrack ideale per svuotare un supermarket zombie con un fucile d'assalto oppure, se si è zombie, per divorare il cervello di ogni vivente si incontri (vedi copertina). Highlight: "Thrashorcism", e che ve lo dico a fare.

 

mrbunglecoverMr. Bungle - The Raging Wrath Of Easter Bunny Demo, Ipecac Recordings, 30 ottobre

 

I distinti signori in questione non hanno bisogno di presentazioni, così come non è il caso di spiegare chi sia mr. Mike Patton né cosa abbiano rappresentato band come Faith No More, Fantomas, Mondocane e decine di collaborazioni, produzioni, progetti paralleli, più o meno sperimentali e fuori dagli schemi. Chi avrebbe però potuto prevedere che la band, dopo anni di inattività tornasse sulle scene con una line-up rovente che comprende, oltre alla coppia Trey Spruance/Trevor Dunn, Scott Ian e Dave Lombardo; e che decidesse di sfornare nientemeno che un remake delle loro prime violentissime canzoni? Come sappiamo, per mr. Patton e soci stupire e spiazzare è pane quotidiano. Ed eccoci proiettati sin dall'opener "Grizzly Adams" nel mondo malato di un clown impazzito e lasciato inavvertitamente coi nostri figli sulle ginocchia ed un bisturi in mano. Alla tracklist originale sono stati aggiunti cinque pezzi: le cover di "Speak English Or Die"(dall'omonimo album dei S.O.D.) ribattezzata "Habla Español O Muere", "Loss For Words" tratta da "Animosity" dei Corrosion Of Conformity e gli inediti "Eracist", "Methematics" e "Glutton For Punishment". Un puro e semplice concentrato di crossover thrash da far impallidire Slayer, Anthrax, S.O.D. e Suicidal Tendencies messi assieme. Una lezione vecchio stile. Questa è in effetti la forza ma anche il limite del lavoro, che infatti ha diviso i vecchi fan della band, abituati ad altri lidi sperimentali e che si sono trovati orfani, asfaltati da una betoniera. Per quel che riguarda i thrashers, benissimo così: non li si poteva rendere più felici e si può dire che mai il vocalismo di Patton avesse raggiunto vette così gutturali (a tratti, se ci distraiamo, confondiamo il suo growling con quello di Araya...), neppure con i relativamente recenti Dead Cross, cioè quanto di più metal prodotto da Patton negli ultimi anni. Dunque: onore al risultato che è oggettivamente devastante. Si piazzerà ai vertici della nostra classifica? Highlights: "Anarchy Up Your Anus", "Bungle Grind" tra i classici rivisti e "Glutton For Punishment" tra le novità. Colonna sonora ideale per squartare capretti fra fresche frasche con una maschera da sexy coniglietto.

 

harlottcover.Harlott - Detritus Of The Final Age, Metal Blade, 13 novembre

 

C'è del rancido in Australia e ci sono band che dal 2006 spandono il verbo thrash dalla nativa Melbourne; ma poche o nessuna ha saputo come gli Harlott fare contenti vecchi e nuovi thrashers con una formula ipervitaminica e originale che fonde e tritura i buoni vecchi Slayer e le follie della new wave in una miscela di sicuro impatto, verniciando il tutto con profonda australianità. L'eredità degli Slayer è evidente nella title track e nelle armonie sghembe che aprono "As We Breach" e che ne punteggiano il corso, ma tutto new wave è il minuzioso assalto complessivo, il suond compresso, la resa sicura e immediata. Poi, una bella varietà nel corso del lavoro, perché se "Nemesis" e "Grief" incedono tra pesantezze e cupezze, "Idol Minded" e "Prime Evil" sono una doppietta di pugni in pieno viso. Gli Harlott mostrano una volta di più di padroneggiare gli stilemi classici e di saper lasciare, dove occorre, la firma. Un album apparentemente facile, che guadagna e si approfondisce ascolto su ascolto e che alla fine, ad album consumato, fa invocare la band sottopalco. Soundtrack per weekend con la nonnina a caccia di licantropi. Grandioso dalla prima all'ultima nota e in lizza per la palma d'oro.

 

gamabombcoverGama Bomb - Sea Savage, Prosthetics Record, 4 dicembre

 

Fresco di stampa, "Sea Savage" degli irlandesi Gama Bomb - alfieri della New wave - dà ragione a tutti i seguaci che prevedevano per la band un futuro radioso perché quest'ultima lor fatica, tutta dedicata ad un immaginario da b-z movies che spazia tra meraviglie ed orrori marini, superpiedipiatti alla Bud Spencer, ninja assassini e che sfoggia una copertina tra le più divertenti dell'anno, mantiene esattamente ciò che la band promette da sempre: 50 minuti di puro thrash senza coloranti e conservanti, guidato dalla grintosa varietà del riffing e tesa a scatenare il pogo anche in un fila alle poste. A ben vedere, ai Gama Bomb riesce quello che ad altre band più o meno coeve no: essere precisi, carichi, velocissimi e leggeri. Come un bombardiere ME-262, principe dei turbojet. Solo, finalmente, con una produzione del tutto all'altezza delle aspettative che dà compattezza e dinamica al tutto e colloca il disco, privo di un solo cedimento, tra i migliori dell'anno appena trascorso.

 

Oltre agli album già elencati, ci teniamo a segnalare anche i tre seguenti, per i quali vi rimandiamo alle nostre recensioni:

 

Warfect - Spectre Of Devastation, Napalm Records, 13 novembre

Sodom - Genesis XIX, SPV/Steamhammer, 27 novembre

Voïvod - Lost Machine Live, Century Media, 27 novembre

 

warfectsodomvoivod

 

Arrivati a questo punto, ecco la classifica definitiva dei migliori album thrash del 2020:

 

1) Sea Savage, GAMA BOMB
2) Titans Of Creation, TESTAMENT
3) Palace For The Insane, SHRAPNEL
4) V, HAVOK
5) Weapons Of Tomorrow, WARBRINGER
6) The Raging Wrath Of Easter Bunny Demo, MR. BUNGLE
7) The Way To Oblivion, DIVINE CHAOS
8) Quadra, SEPULTURA
9) Detritus Of The Final Age, HARLOTT
10) Toxic War, MINDTAKER

 

Abbiamo un po' sovvertito la nostra classifica parziale di metà anno; come al solito, se ritenete che siamo stati ingiusti o abbiamo tralasciato qualche uscita fondamentale segnalatecela nei commenti. Le uscite sono tantissime, troppe per una sola esistenza, e, probabilmente, qualcosa ci sarà sfuggito. But keep quite and thrash all over the world.




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