Time Machine VI: Chris Cornell
18 aprile 2016, Auditorium Parco della Musica, Roma


Articolo a cura di Marta Scamozzi - Pubblicata in data: 18/05/20

È una bella giornata primaverile nella Città Eterna; tiepida, tranquilla, che diffonde quel leggero profumo d'estate di cui spesso sono impregnati i concerti a fine primavera. L'aria di positività che si respira il 18 aprile 2016 ha in realtà un retrogusto amaro, ma non è ancora possibile percepirlo. Chris Cornell è un veterano della maledetta scena Grunge di inizio anni Novanta; uno che ce l'ha fatta. Ha accantonato la droga, la depressione, i fantasmi del suo passato... e guardatelo adesso: un cinquantenne nel corpo di un ventenne, che sfoggia uno stile sobrio ma casual. Tre figli, una moglie, una famiglia unita. L'Auditorium Parco Della Musica di Roma, il 18 aprile 2016, sa di storia, di quella storia passata e scritta sui libri, ormai innocua. Il pubblico si aspetta uno show indimenticabile offerto da un uomo tutto sommato risolto  - a guardarlo in faccia, si direbbe eterno - un guerriero vincitore che ha conservato tutto il fascino del dannato.

 

Quando le luci dell'Auditorium si abbassano, il palco viene invaso da un'illuminazione tenue che definisce un'atmosfera intima: le luci soffuse, una serie di poltrone, l'assenza di musicisti di supporto - con l'eccezione di un violoncellista seduto sul divano - permettono di concentrare l'attenzione sul centro della scena: Chris, la sua voce, il suo viso nascosto da una cascata di capelli, la sua chitarra dal suono limpido. E la sua presenza a volte statica, centrale, piantata su una sedia al centro del palco, a volte dinamica, ad enfatizzare l'energia del pezzo eseguito.

 

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Anche grazie all'atmosfera intima, la performance risulta essere estremamente emotiva ed emozionante: la maggior parte dei pezzi sono lontani anni luce dalle versioni originali, solitamente caratterizzate da una linea vocale pungente e cristallina. Questa differenza si nota soprattutto durante le canzoni dei Soundgarden: la versione studio di "Blow Up The Outside World" è caratterizzata da una voce dura, quasi senza personalità. La versione di Roma 2016 risulta essere molto più cupa: grazie alla strumentazione essenziale e ad un timbro ammorbidito, il testo viene enfatizzato. Lo stesso discorso vale per "Black Hole Sun": una rilassante luce violetta avvolge Chris durante l'esecuzione di una versione dalla ritmica più fluida e meno strutturata rispetto all'originale.

 

Così come "Black Hole Sun" trasuda pace, "I Am The Highway" trasuda rabbia: Chris aggredisce la chitarra: i BPM sono accelerati, la ritmica è secca e decisa. La canzone infonde una certa inquietudine, complice anche il particolarissimo assolo di violoncello - virtuoso di un virtuosismo alla Tom Morello.

 

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Le perle dell'esibizione di Roma 2016, a parte l'esibizione stessa, sono due. La prima, è "One": uno dei regali più belli che Chris Cornell ha lasciato al mondo nei suoi ultimi due anni di vita - e probabilmente una delle sue trovate più intimamente geniali. Chris prende la musica di "One" degli U2 - una canzone che parla di separazione e conflitto interiore - la amalgama alle parole di "One" dei Metallica - una canzone che parla di guerra - e crea la sua personale "One". La esegue al centro del palco da solo, senza violoncellisti sui divani, lui è l'unico assoluto protagonista, solo con la sua emozionante interpretazione: "nothing is real, nothing is real, but the pain now".

 

La seconda è "Like A Stone". Si è accennato in precedenza alla tendenza che hanno le canzoni di Chris Cornell a trasformarsi dal vivo: liberarsi da ogni etichetta acquisita in studio, cavalcare le note di una chitarra acustica e arrivare direttamente al cuore della gente, a volte funzionando come lubrificante per gli occhi. Questo superpotere in "Like A Stone" è particolarmente forte, forse per la natura melodica del pezzo, fluida e semplice, tanto da risultare estremamente complicata da eseguire senza risultare banale. E allora succede che Chris la riveste di emozioni per renderla potente: una voce limpida e rassegnata viene trascinata sulle strofe, mentre il ritornello è un chiaro grido di dolore.

 

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In tutto, Chris Cornell offre ai fan tre ore di caos emotivo: commozione, tristezza, pace. Un'altalena di sensazioni provocata da un unico uomo dal viso nascosto dietro i capelli, accompagnato da un'unica chitarra ritmica. Se è vero, come dice Flea, che "chi soffre dà tanto agli altri" ("Tearjerker", canzone su Kurt Cobain) , la sofferenza di Chris Cornell ci ha dato tanto, tantissimo.  Sono passati quattro anni da quella sera all'Auditorium, e cosa ci è rimasto? Ci è rimasta la consapevolezza di aver vissuto un pezzo di storia che sui libri non era ancora scritto: la penultima performance di una leggenda in Italia (l'ultima avrà luogo il giorno successivo a Milano, ndr)

 

Il prezzo da pagare per quella scarica di emozioni era già tutto lì,  in quell'emotività totalizzante che partiva dal centro del palco; nei movimenti lenti ed eleganti del performer, nelle parole: "black hole sun, won't you come, and wash away the rain" (da "Black Hole Sun", ndr) o "please god help me, god save me, god take me" (da "One", ndr). Il prezzo è stato pagato, ma non da noi. A noi rimane solo il ricordo, accompagnato da un'infinita gratitudine.

 

"Say Hello To Heaven"

 

Trovate QUI la fotogallery completa dell'evento.




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