The Killers
Wonderful Wonderful

2017, Island
Indie Rock

Wonderful wonderful? Mediocre mediocre, piuttosto.
Recensione di Fabio Rigamonti - Pubblicata in data: 23/09/17

Per come comincia, il quinto e lungamente atteso disco dei The Killers sembra una provocazione (un trolling, per dirla in linguaggio internettiano) bella e buona. Ad una crepuscolare psichedelia anni ’70 impolverata dal deserto rappresentata dalla titletrack, si susseguono i Daft Punk che incontrano gli ultimi (e discutibili) Arcade Fire pop (“The Man”), salvo poi buttarla nella ballata mid tempo scontatissima introdotta e chiusa da un molesto vocaloid (“Rut”).
Basta tuttavia una “Life To Come”, ed ecco che si sentono subito gli steroidi di cui da sempre Flowers & Soci fanno abbondante abuso nella loro musica iper-strutturata, una massa sonora anabolica pronta ad entusiasmare l’ascoltatore con voli epici, sia melodici che vocali, di notevole intensità.

Lasciate alle spalle la fastidiosa (per usare un eufemismo) ispirazione dall’AOR di cui era ripieno il precedente e fallimentare “Battle Born”, la band di Las Vegas, dopo una lunga attesa rigeneratrice, decide difatti di guardare unicamente a sé stessa. E se l’ego non era certo un elemento che mancava alla musica dei Killers, fa oltremodo piacere sentire una tracotante bordata glam rock della portata di “Tyson vs. Douglas” (tanto per restare in casa) in scaletta.
E certo, la post-wave e la post-post-wave di matrice anglosassone sono ancora fortemente presenti anche a questo giro, basta ascoltare “Run For Cover” con il tipico riffing alla Placebo posto in apertura o la “Personal Jesus made in Vegas” rappresentata da “The Calling” per rendersene pienamente conto. Tuttavia, è proprio da queste basi familiari e consolidate che il nuovo ciclo vitale dei Killers doveva prendere energia, quasi a rispondere in modo affermativo alla domanda posta dalla traccia in chiusura del disco. Certo, se solo il flusso fosse stato continuo ed ininterrotto, allora la rinascita artistica della band poteva dirsi piena e clamorosa.

Wonderful Wonderful”, difatti, soffre unicamente di un’ispirazione altamente discontinua, presentandoci il classico disco che, seppur non eccedendo in quanto a durata, lascia l’impressione che gli esiti sarebbero stati alquanto più felici se, al suo posto, fosse nato un EP.
C’è una certa stanchezza, difatti, che si accompagna ad alcune tracce del disco (“Some Kind OF Love”, “Have All The Songs Been Written?”), mentre altre scadono nel manierismo (il Phil Collins di “Out Of My Mind”, per quanto godibile esso sia).

Il disco, quindi, scorre così, quasi inerte in una sorta di confortevole zona di mezzo. Da una parte, il sollievo di vedere una band di nuovo padrona della propria materia sonora; d’altro canto, invece, l’amarezza di non vedere il potenziale espresso appieno, amplificata dal lustro di attesa.
In questa terra di nessuno, dunque, la più naturale delle conclusioni: i fan saranno contenti, a tratti entusiasti e raramente delusi; le nuove leve, invece, per capire l’importanza dei Killers è meglio che continuino a rivolgersi al dittico di inizio carriera, lasciando a “Wonderful Wonderful” il ruolo di gradevole riempitivo. Un sorbetto al limone in grado di spazzare via il saporaccio del pesce vecchio servito in precedenza.
Rimaniamo, però, ancora in attesa del filetto.





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