Slaves shall fucking serve!

La necessità di tenere sotto controllo il proprio potere ed evitare che qualsiasi forza esterna potesse disgregare la già fragile coesione dell’Impero Romano condusse Diocleziano a intraprendere una feroce campagna di vessazioni contro i cristiani, accusati di rifiutare di assoggettarsi al volere dello Stato e di essere i principali responsabili della situazione di decadenza in cui versava la società dell’epoca. A questo scopo, nel 305 d.C. venne emanato un editto che, malgrado imponesse loro severe restrizioni, si dimostrò inutile vista la diffusione capillare del Cristianesimo in ogni strato della popolazione, compreso il ceto aristocratico e cortigiano. I successori al trono Costantino e Teodosio ne ratificarono la supremazia, passando da fede soltanto tollerata a unico credo ammesso, aprendo la strada a un cammino trionfalmente impetuoso, almeno sino al pontificato di Giovanni Paolo II.

Anno Domini 2025. In un momento storico nel quale la Chiesa sembra attraversare un profondo periodo di crisi, proliferano i gruppuscoli laici camuffati da persecutori morali, tesi a rinverdire al rovescio i fasti del tetrarca dalmata. E si tratta di una comunità di cittadini pronta a difendere la vita, la famiglia e la libertà nel segno del dogma neotestamentario, ovvero CitizenGo, a lanciare una petizione per sabotare la tappa meneghina del The Unholy Trinity Tour, iniziativa che vede d’accordo sia l’Associazione Internazionale degli Esorcisti sia i consiglieri comunali di Fratelli d’Italia, concordi nel salvaguardare i giovani dalla possibilità di una tremenda corruzione spirituale. Un patetico teatrino che raggiunge il culmine allorché, nell’imminenza dell’evento, l’influencer (?) e falso diacono Padre David, all’anagrafe Davide Fabbri, già ospite di trasmissioni radiotelevisive di dubbio gusto, annuncia l’esecuzione di un esorcismo dinanzi all’Alcatraz, spinto dalla brama missionaria di liberare dal demonio gli avventori del concerto. I sadici piaceri della visibilità non si negano a nessuno, neanche a un personaggio così folkloristico da costituire l’ideale ciliegina sulla torta di una vicenda a dir poco ridicola, figlia dell’ignoranza, della stupidità e del degrado culturale che oggi attanaglia una fetta non trascurabile del Belpaese. Fortunatamente, Rotting Christ, Satyricon e Behemoth ignoreranno tali idiozie e in maniera identico agiranno gli spettatori, accorsi numerosi per godersi la serata, assistendo giocondi, en passant, alla grottesca preview.

ROTTING CHRIST

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I Rotting Christ costituiscono una leggenda vivente del black melodico di scuola mediterranea, benché ormai da parecchio, perlomeno dalla diffusione di “Triarchy Of The Lost Lovers” (1996), il combo si dedichi a un dark metal ricco di sfumature gothic e alla costruzione di mid-tempo dal taglio cinematografico. Alle 18.55 in punto, i greci, reduci da un grave incidente stradale in Germania privo di conseguenze per l’intervento della clemenza maligna, celebrano un ingresso trionfale sul tavolato della venue, accolti da una subisso di applausi e gridolini di giubilo. Le file innanzi del parterre sfoggiano uno striscione bianco ove spicca il moniker dell’act vergato per mezzo di un grossolano pennarello dalle gradazioni melaniche, un retaggio degli ’80 che torna regolarmente in auge ogniqualvolta giungono nello Stivale formazioni di vetusto stampo. Gli attici, frequentatori pressoché assidui del suolo italico, tanto che li rivedremo il prossimo 28 giugno al Southhammer Metal Fest di Castelvolturno, contraccambiano l’enorme affetto della moltitudine sciorinando una prestazione muscolare e verace, intrisa di quella maturità artistica capace di sopperire alla qualità non eccelsa di canzoni come “Fire God And Fear” e “Like Father, Like Son”, tratte dai discutibili “The Heretics” (2019) e “Pro Xristou” (2024). Davvero ottime, e fondamentali per conferire nerbo alla performance, il solido drumming di Themis Tolis e le prove strumentali e alle backing vocals di rinforzo dei turnisti Kostis Foukarakis e Kostas Heliotis, rispettivamente ascia e basso live dal 2019, mentre il frontman e deus ex machina Sakis Tolis, pur manifestando una fisiologica carenza al microfono, non si risparmia in termini di sudore, consumo energetico e inviti al circle pit, alimentando così il pathos e il notturno Romanticismo ellenico delle varie “666”, “P’unchaw Kachun / Tuta Kachun”, “Kata Ton Daimona Eaytoy”, “Elthe Kyrie”. Solleticano i palati nostalgici la classica “Non Seviam” e l’immancabile “Societas Satanas”, pista opera dei consanguinei Thou Art Lord, progetto che il mastermind promuove fin dal 1993 insieme all’ex Necromantia George Zacharopoulos: wall of death con annessa bestemmia suina per una cover dal massiccio piglio thrashy. Al netto di un certo declino d’ispirazione emerso da un paio di lustri, on stage gli ateniesi, in tre quarti d’ora, riescono a difendersi con un omerico onore delle armi: quanto cuore!

Setlist

666
P’unchaw Kachun / Tuta Kachun
Fire, God and Fear
Kata Ton Daimona Eaytoy
Like Father, Like Son
Elthe Kyrie
Non Serviam
Societas Satanas
Grandis Spiritus Diavolos

SATYRICON

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Laddove la scenografia approntata dai Rotting Christ risaltava per un’essenzialità, ça va sans dire, molto spartana, i Satyricon, al contrario, preferiscono optare per una plumbea mise en place lievemente più ricca di arredi: uno stormo di lugubri corvi impressi sul drappo del fondale che volteggiano in un cielo grigio piombo, ricordando la cupezza della copertina di “The Age Of Nero” (2008), il drumkit invaso da corni di dimensione multipla, il microfono principale a forma di ypsilon, omaggio imperituro all’omonima lettera del moniker ufficiale, e un paio di lunghe stoffe istoriate dai caratteri dell’alfabeto runico. I norvegesi, assenti dalle nostre lande da sette primavere, quando calarono da Oslo per supportare la consegna di “Deep Calleth Upon Deep” (2017), il loro ultimo album a eccezione della library music di “Satyricon & Munch” (2022), continuano a rappresentare una garanzia granitica dal vivo, a dispetto dei platter dal valore ondivago della seconda porzione di carriera, spesso – e inspiegabilmente – lesi da invero da produzioni mai efficaci al massimo grado. Alle 20.00 Satyr, look da bolso motociclista Harley Davidson in procinto di ingollare avido un corposo cicchetto, inizia le danze agitando un vessillo profanatore con la destrezza di uno sbandieratore senese ingaggiato per le feste patronali scandinave, poi “Now Diabolical” dà fuoco alle polveri, precedendo la tetra “Our World, It Rumbles Tonight” e il tiro rock’n’roll di  “Black Crow On A Tombstone”. Il cantante racconta dello splendido rapporto con l’Italia anche per il vino da lui prodotto in loco da un quarto di secolo, trasmettendo tutta la gioia e la soddisfazione di suonare a Milano, parole sincere considerato lo spessore dell’esibizione. D’altro canto Frost, coperto dall’imponenza della batteria e che si paleserà alla folla in delirio soltanto alla fine della fiera, sgambettando nel suo canonico balletto marziale dell’anatra zoppa, si rivela la solita e implacabile macchina da guerra, ben spalleggiato dall’esperta combriccola di sostegno esecutivo. Saggia, inoltre, la scelta di alternare brani dall’attitudine e dalla velocità diverse, permettendo a un magnetico Sigurd Wongraven di riposare un’ugola sì ancora valida, ma comunque in fase di leggero logorio e penalizzata, al pari delle chitarre e del basso, dagli eccessivi volumi dell’artiglieria percussiva a disposizione di Kjetil-Vidar Haraldstad. Dalla goticissima e doomy “To Your Brethen In The Dark” al gelo apocalittico di “Nemesis Divina”, passando attraverso l’urbana ostilità di “Die By My Hand”, la platea acclama gaudiosa, rispondendo presente al successivo convegno luciferino di “The Pentagram Burns”, glorificando con entusiastici cori l’inno scandinavo per antonomasia “Mother North”, accompagnando fervida l’incedere poderoso e accattivante di “K.I.N.G.”. I sei tedofori della Fiamma Nera, al termine di un’esemplare cerimonia di scarsi sessanta minuti, chinano il capo e il busto per riscuotere una giusta ovazione: norwegian feeling!

Setlist

Now, Diabolical
Our World, It Rumbles Tonight
Black Crow On A Tombstone
To Your Brethren In The Dark
Nemesis Divina
Die By My Hand
The Pentagram Burns
Mother North
K.I.N.G. 

BEHEMOTH

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Ci saremmo aspettati delle filippiche al vetriolo di Nergal verso gli attori protagonisti del tentativo di boicottaggio del raduno metallico. Invece, tranne qualche tragicomica frase nell’idioma dantesco e un sermoncino sulla mentalità medievale dell’uomo moderno, asserzioni insaporite, nel corso della serata, dalle abituali ingiurie verbali di marca antireligiosa, l’artista di Gdynia e il resto dei Behemoth pensano principalmente a fornire una prestazione quantomeno pari alla fama che li precede, allestendo uno show studiato in ogni minimo dettaglio e dove il sacrilego trasuda dall’epica violenza della musica e dall’astioso iconoclasmo dei testi. Il buon Darski, specialmente dopo la guarigione dalla leucemia e i processi in patria per blasfemia vinti a mani basse, ha sviluppato una notevole propensione all’entertainment e all’interazione con il pubblico, trasformando il leviatano polacco nel pendant estremo di Iron Maiden e Metallica, processo di massificazione ripercossosi sull’articolazione del songwriting dei non straordinari “I Loved You At Your Darkest” (2018) e “Opvs Contra Natvram” (2022). Sacerdote del Male che cambierà, durante lo spettacolo, maschere, tuniche e copricapi in base al pezzo proposto, ostentando un face painting cadaverico à la “War Boys”, l’esercito di Immortan Joe nel media franchise Mad Max, il frontman si lancia, a partire dalle 21.30, in coreografie e mimiche diabolico/evocative immerse entro un palcoscenico preparato ad hoc, opimo di giganteschi ammennicoli occulti che riproducono le simbologie del full-length vicino al rilascio “The Shit Ov God” e da un gioco di fumi e luci non troppo lontano dagli artifici visivi dei Ghost. Il singer istiga la folla sollevando di continuo le braccia verso il cielo, mentre dalle gradinate ai lati dell’assito salgono e scendono, espressioni di pietra pomice e cori da cheerleader, Orion e Seth, con il solo Infernus che, inchiodato ai piatti e ai tamburi, si vendica in modo radicale e roccioso della statica posizione di sé medesimo. Al di là di “The Shadow Elite” e “The Shit Ov God”, i due nuovi singoli che, de visu, appaiono dotati di una forza d’impatto maggiore rispetto alle versioni in studio, la setlist inanella monili di pregio, malgrado alcune dolorose esclusioni: la doppietta levantina composta da “Demigod” e “Conquer All”,  le mefistofeliche sinfonie “Ora Pro Nobis Lucifer” e “Blow Your Trumpets Gabriel”, la solenne “Ov Fire And Void”, le particolarmente adatte al contesto “Christgrinding Avenue”  e “Christians To The Lions”,  la groovara “Once Upon A Pale Horse”, l’antica “Cursed Angel Of Doom”, primo brano in assoluto scritto dal gruppo, una “Wolves Of Siberia” che ulula dietro un enorme sipario bianco sul quale scorre il video della traccia stessa. E se della ieratica “Bartzabel” rimane incisa nella memoria la lugubre mitra papale indossata dal lider maximo, gingillo da far crepare d’invidia l’ex emeritus Tobias Forge, la sanguinaria “Chant For Eschaton 2000” e l’anthem cosmico “O Father O Satan O Sun!”, all’incirca alle 23.00, chiudono a dovere una Messa capovolta officiata da veri professionisti del settore: la grandeur del black/death resa carne e offerta in sacrificale comunione alla felice schiera dei devoti.

Setlist

The Shadow Elite
Ora Pro Nobis Lucifer
Demigod
The Shit Ov God
Conquer All
Blow Your Trumpets Gabriel
Ov Fire And The Void
Christgrinding Avenue
Bartzabel
Wolves Ov Siberia
Once Upon A Pale Horse
Christians To The Lions
Cursed Angel Of Doom
Chant For Eschaton 2000
O Father O Satan O Sun!

Tabella di marcia perfetta, un clima carico di passione e sobrio divertimento, nessuna “seria” protesta, interpreti al top: Satana ovunque proteggi.

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