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The Black Keys – Peaches!

Ci sono dischi che nascono quasi per caso, come risposta istintiva al bisogno di smarrirsi in una dimensione sospesa, lontana dalle pressioni del presente. Nei momenti più complicati, quando l’inquietudine si insinua già al risveglio e ti accompagna fino a notte fonda, togliendoti anche il sonno, diventa necessario trovare un appiglio, qualcosa che alleggerisca il peso delle giornate. Ed è proprio lì che può accadere qualcosa di inaspettato: quando smetti di aspettarti qualcosa e accetti, con lucidità, che la vita, a volte, può davvero fare schifo.

“Peaches!”, l’ultimo lavoro dei The Black Keys, in uscita il 1° maggio, nasce esattamente dentro questa crepa emotiva. La scrittura dell’album prende forma in un periodo estremamente delicato per Dan Auerbach, mentre suo padre, gravemente malato di cancro all’esofago, viveva con lui a Nashville durante il peggioramento delle sue condizioni.

Ne viene fuori un disco ruvido, sincero, capace di evocare immagini nitide mentre fonde con naturalezza blues, garage rock e soul, i tratti distintivi del loro sound. È pieno zeppo del caro vecchio blues suonato alla vecchia maniera e registrato con tutti i musicisti che suonano nella stessa stanza con pochissime sovraincisioni. È anche il primo album mixato interamente dalla band stessa dal 2006, anno di pubblicazione di “Magic Potion”.

La raccolta di 10 brani rievoca un tempo perduto, fatto di odore di whisky e tabacco bruciato, luci soffuse e piste da ballo animate da movimenti collettivi, rigorosamente in stivali da cowboy. Persino la copertina contribuisce a creare quell’atmosfera vintage di cui è intriso tutto il lavoro.

A guidare i quarantacinque minuti totali di cover, il singolo “You Got to Lose” di George Thorogood, veloce e grintoso. Il video del brano, diretto da EJ McLeavey-Fisher, vede il duo esibirsi a sorpresa in un locale di Memphis, l’Hernando’s Hide-A-Way. Più energica rispetto alla versione originale “Who’s Been Foolin’ You” di Arthur Crudup, che acquisisce una piega più vigorosa, pur conservando la sua primordiale forza intrinseca.  Nella rilettura di “Tomorrow Night” di Junior Kimbrough, Auerbach e Carney lasciano ampio spazio alla chitarra ruvida e satura di riverbero.

Diverso l’approccio in “Tell Me You Love Me” di Jessie Mae Hemphill: l’inizio è incerto, quasi esitante. I due si muovono per tentativi, mentre una seconda chitarra e un mandolino cercano un equilibrio instabile. Poi, all’improvviso, tutto si allinea e il groove prende vita, trascinando il brano in una dimensione più compatta e viscerale. Nessuna esitazione, invece, in “She Does It Right” dei Dr. Feelgood, che viene lanciata a tutta velocità, con un’attitudine sfacciata che non lascia spazio a ripensamenti. “It’s A Dream”, invece, viene trasformata in una versione più soul e graffiante, che ne esalta il lato emotivo senza perdere tensione.

Seppur possa risultare a tratti ripetitivo, soprattutto per chi cerca variazioni marcate o svolte improvvise, resta un lavoro che gli amanti del blues e del rock d’altri tempi sapranno apprezzare senza fatica, proprio per la sua coerenza e fedeltà a un certo linguaggio.

Il suo vero punto di forza, però, sta altrove: nel modo in cui prende forma. È un album che nasce da una necessità, da un momento fragile e carico di tensione emotiva e proprio per questo suona così diretto, quasi inevitabile. Non cerca di reinventare nulla, né di stupire a tutti i costi; si limita a esistere nel modo più autentico possibile, trasformando un periodo difficile in qualcosa di vivo, tangibile. Ed è lì, in quella spontaneità quasi terapeutica, che risiede il suo valore più profondo.

Tracklist

01. Where There’s Smoke, There’s Fire
02. Stop Arguing Over Me
03. Who’s Been Foolin’ You
04. It’s a Dream
05. Tomorrow Night
06. You Got to Lose
07. Tell Me You Love Me
08. She Does It Right
09. Fireman Ring the Bell
10. Nobody But You Baby