Blu come “The Hedgehog”, ma solo cromaticamente in copertina. Aprendolo, ci vediamo dentro il rosso vermiglio mescolato ad un nero incandescente, proprio come il magma: bello dinanzi agli occhi, distruttivo al tatto. È un po’ come l’amore, leitmotiv del sophomore dei veneziani Glazyhaze, che abbraccia e disgrega, concentrando tutta la sua potenza, la sua ineffabile essenza in tale dissidio eterno: “SONIC” si prepone di affrontarlo con ardore, come un fiammifero gettato nel profondo blu del mare, cullato dalle correnti del dream pop e esagitato dal carattere tellurico dello shoegaze.
Un disco in perenne sospensione, che riaggancia le ottime premesse del debut “Just Fade Away” e le lascia roteare nell’etere, nell’esatta metà tra un abbraccio ed una girata di spalle: i Glazyhaze sono sempre stati promettentissimi – nella flotta nu gaze e, in particolare, nell’underground italiano, i veneziani hanno sempre saputo plasmare (e mantenere) una loro marcata identità – e “SONIC”, più che semplice secondo album, lascia sventolare dietro di sè il velo elettrizzante di un lavoro più che importante.
Sì, perchè se il predecessore peccava – giustamente, oserei dire – in alcuni frangenti di una genuina immaturità, qui tutto arriva a bilanciarsi alla perfezione: in primis una produzione eccezionale, in secondo luogo lui, l’album, mai stanco e mai stancante. Galleggia e poi si risolleva fragoroso, vibrando non solo di nu gaze, ma di tanto altro.

Ribollono i julie di “clairbourne practice” quando le ruote roventi della hotrod punk-gaze “WHAT A FEELING” si mangiano l’asfalto, ci si para davanti l’ologramma dei Daughter e di Elena Tonra non appena “FORGIVE ME” ci trasla nel cielo, con una ballad al limite tra soft rock e dream pop che lascia fluttuare Irene Moretuzzo e la sua voce, malinconica e gentile, celata sotto coperte di riverberi dai quali sbuca e alliscia la strumentale, come un serpente dalla silhouette indistinguibile, un po’ come faceva – coi dovutissimi paragoni – sua maestà Bilinda Butcher: accade nella title-track – con una prima parte che sembra partorita dai Fontaines D.C. Di “Skinty Fia” – così come nell’energia tremolante procacciata dai bending portanti di “BREATH”.
“NIRVANA” gioca con l’indie rock lungo le strofe per poi tripudiare di luminoso jangle pop à la DIIV di “Is The Is Are”, “STARDUST” e “DWELL” rileggono l’alt-rock più moderno di Slow Pulp e Goat Girl, mentre “SLAP” maneggia l’oscurità, puntando su un bass driven “notturno” e su un crescendo di pizzichi insidiosi, deflagrando via via come una serie progressiva di ceffoni in faccia.
C’è della darkwave che pulsa da quell’opening riff in quattro corde di “NOT TONIGHT” – Simon Gallup chiamato a rapporto – e dal susseguente ordigno elettrico detonato dalle mani (e dalla chitarra) di Lorenzo Dall’Armellina – Johnny Marr chiamato a rapporto – per il pezzo più bello e intenso di tutto il disco, raffreddato solo dalle placide carezze della conclusiva “WARMTH”.
“SONIC” va celebrato perchè è un grande disco, ma anche per qualcosina di più. Che cosa? Bhe, il fatto che sia italiano, un vanto per chi ricerca assiduamente questi gruppi e prova a farli crescere, col dito medio costantemente sollevato contro la ciurma di detrattori della musica del Belpaese.
Ascoltatevi i Glazyhaze, osannate “SONIC”, perchè di album così ben fatti, fortunatamente, ce ne sono e vanno portati in alto, il più in alto possibile.
Tracklist
01. WHAT A FEELING
02. BREATH
03. FORGIVE ME
04. NIRVANA
05. DWELL
06. SONIC
07. STARDUST
08. SLAP
09. NOT TONIGHT
10. WARMTH


















