In questo “caldo” autunno concertistico, uno degli appuntamenti più interessanti era senza dubbio rappresentato dal tour europeo di Hypocrisy, Septicflesh, The Agonist e Horizon Ignited. Proprio per questa ragione, non potevamo di certo farci sfuggire l’occasione di assistere al ritorno sui palchi di band di primissima caratura, soprattutto per quanto riguarda il death metal.

Il nostro arrivo all’Orion di Ciampino, purtroppo, non è dei più tempestivi e, per motivi logistici, ci impedisce di assistere allo show degli Horizon Ignited, facendoci raggiungere la location praticamente nei momenti conclusivi della performance dei The Agonist che, con un trittico di pezzi direttamente provenienti da “Orphans” e dall’EP “Days Before the World Wept”, dimostrano di essere in splendida forma e di tenere il palco in maniera convincente.

Sono da poco passate le 21, il pubblico inizia ad avvicinarsi alle transenne, e questo significa una sola cosa: i Septicflesh stanno per iniziare il loro concerto. La sinfonia oscura di “Portrait of a Headless Man” è l’apertura perfetta di una setlist che pescherà tanto dalle ultime release della band (da “Codex Omega” e dal recentissimo “Modern Primitive”) quanto da alcuni lavori precedenti (soprattutto da “Communion” e “The Great Mass”). La successiva “Pyramid God” è forse il pezzo che, più di tutti gli altri, riesce ad esprimere la formula della band greca, composta tanto da riff “schiacciasassi” quanto da orchestrazioni melodiche ed oscure al tempo stesso. Il pubblico sembra pervaso dall’energia di Spiros e soci e, infatti, si iniziano a vedere i primi accenni di un moshing che, col passare del tempo, diventerà sempre più intenso.

Il set del quintetto ellenico sembra non conoscere momenti morti, ed i riff “Neuromancer” e “The Vampire from Nazareth”, con relativo headbanging, ne sono una prova lampante; “Hierophant” (il secondo estratto dall’ultimo disco della band), “Martyr” e “Collector”, con il loro incipit mid-tempo e le loro melodie orientaleggianti, ci fanno “tirare il fiato”, ma si tratta giusto di un attimo, prima che la tripletta finale, composta da “Communion”, “Anubis” e “Dark Art”, scateni il pubblico presente, chiudendo uno show tanto tellurico nelle ritmiche quanto ipnotico nelle melodie, grazie soprattutto ad un lavoro magistralmente svolto dai fonici in sala.

Dopo un piccolo break di appena 20 minuti, è il turno degli Hypocrisy di calcare le assi dell’Orion e, per dare fuoco alle polveri, viene scelta la title track di Worship, l’ultimo lavoro della band che, come gli appassionati sicuramente sapranno, interrompe uno iato compositivo durato circa 8 anni. Chi però si aspettava una setlist incentrata prevalentemente sul lavoro più recente della band è destinato a rimanere deluso: la scaletta approntata da Peter Tagtgren pesca da praticamente quasi ogni album del combo, spingendosi addirittura a “Penetralia”, prima release del gruppo (di cui è stato proposto “Impotent God”). Come si potrà facilmente immaginare, lo show di stasera farà la felicità dei fan della primissima ora, che avranno forse un unico rimpianto: una durata dello show “nella media”, ma che non può contenere neanche la metà dei capolavori del repertorio degli Hypcrisy.

“Fire in the Sky” e “Mind Corruption” ci mostrano una band in piena salute, con un frontman in stato di grazia, che non perde tempo in convenevoli e si concentra quasi unicamente sull’esecuzione dei brani in scaletta, lasciando giusto un paio di momenti per salutare le centinaia di persone accorse allo show. Nonostante le scarse interazioni col pubblico, quest’ultimo si dimostra pienamente coinvolto nello show, riuscendo anche a soprassedere su dei suoni non sempre limpidi e cristallini che, fortunatamente, non funesteranno la performance. “Eraser” mostra il lato più attento alla melodia del gruppo di Ludvika, con delle atmosfere cupe e spettrali, perfettamente in tema con le tematiche paranormali che oramai da anni monopolizzano le lyrics di Tagtgren. “Inferior Devoties” è forse l’estratto più a tinte death metal della serata e, con i suoi riff affilati come rasoi e la voce gutturale del frontman, scatena un moshing forsennato; “Chemical Whore”, invece, ci riporta sui lidi decisamente più moderni, ma non per questo meno oscuri, di “Worship”, che sarà omaggiato anche con la successiva “Children of the Gray”, che rappresenta la dolce ossessione del Tagtgren-pensiero.

Il concerto dell’Orion è un vero e proprio saliscendi: se “Until the End” ci concede una piccola pausa melodica, “Dont’ Judge Me” fa accelerare nuovamente il metronomo, “End of Disclosure” (proveniente dall’omonimo album) riporta le melodie in primo piano, mentre “Weed Out the Weak” scatena un pogo che non fa prigionieri. “War-Path” e “The Final Chapter” chiudono la prima parte dello show, aprendo la strada a ben due sezioni di bis, di cui la prima composta da “Fractured Millennium”, la già menzionata “Impotent God” e “Adjusting the Sun”, mentre la seconda è affidata a “Roswell 47”, unico estratto di quel capolavoro che risponde al nome di “Abducted” che, di fatto, chiude un’esibizione mastodontica.

Al netto di qualche sbavatura nei suoni, gli Hypocrisy hanno dimostrato una solidità quasi granitica, tanto da lasciare un po’ di amaro in bocca per la breve durata dello show (di circa un’ora e venti), forse un po’ troppo limitata per la portata del repertorio di una band di questo calibro. In ogni caso, Peter Tagtgren e soci hanno “vinto e convinto”, lasciando in estasi un pubblico che, di sicuro, tornerà ad accalcarsi alla prossima abduzione.

Setlist Septicflesh

Portrait of a Headless Man
Pyramid God
Neuromancer
The Vampire from Nazareth
Hierophant
Martyr
Collector
Communion
Anubis
Dark Art

Setlist Hypocrisy

Worship
Fire in the Sky
Mind Corruption
Eraser
Inferior Devoties
Chemical Whore
Until the End
Don’t Judge Me
End of Disclosure
Weed Out the Weak
Children of the Gray
War-Path
The Final Chapter
Fractured Millennium
Impotent God
Adjusting the Sun
The Gathering
Roswell 47

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