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Intervista – Iosonouncane (Iacopo Incani)

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Ciao Iacopo. Grazie per avermi abbracciato dopo il concerto all'INIT come se fossi tuo fratello anche se ci vedevamo per la prima volta. Spero di rivederti presto e magari che stavolta tu mi riconosca prima…. Quando Iacopo Incani diventa Iosonouncane?

Nel principio del 2008 direi, dopo lo scioglimento degli Adharma, band nella quale ho militato fin dai primi anni del liceo.

E' il modo in cui capivano il tuo cognome quando ti presentavi? "Io sono Incani"?

No. Quando cercavo il nome del progetto non ho pensato neanche per un istante di utilizzare il mio nome all'anagrafe. Avevo già un po' di brani, e la caratteristica comune era l'assunzione di un punto di vista interno, una rivendicazione di responsabilità. IOSONOUNCANE è la sintesi di Io sono uno, brano di Tenco, e il figlio del cane, frase di un brano degli Adharma.

Cos'è successo 14 anni fa quando hai deciso che la musica sarebbe stato il tuo mondo? Il tuo futuro?

Ho iniziato a suonare tanto, ascoltare tanti dischi e a prender brutti voti a scuola.

Nei "primi" album, soprattutto in quelli più riusciti, mi capita spesso di notare come gli autori parlino sostanzialmente di sé. Nei "secondi" invece rivolgono lo sguardo sugli altri. Con Die hai decisamente spezzato questo schema, questo cliché. O sbaglio?

In realtà ci sono molti più elementi prettamente autobiografici nel primo disco. Ma sinceramente non credo a questa distinzione, non mi affascina, la ritengo superflua. Ogni opera è una messa in scena, una costruzione. Non c'è verità nell'arte.

Possiamo parlare di Die come di un "concept album"?

Direi di si, anche se il termine ha un sapore passatista che non mi piace tanto.

Se si, quale sarebbe il "concept"?

È la storia dei pensieri, in una manciata di secondi e sotto il sole cocente di mezzogiorno, di un uomo che in mezzo al mare teme di morire e della sua donna che sulla terra ferma teme di non rivederlo mai più. Questa è la trama generale, il pretesto narrativo.

Die, a mio parere, é un disco "marittimo" anche se le atmosfere evocano scenari apocalittici. Potresti ascoltarlo a Fukushima guardando l'oceano mentre alle tue spalle salta per aria tutto. Sin dal primo album la dimensione marittima sembra molto importante per te. Vorresti spiegarci perché?

Sono cresciuto letteralmente col mare davanti e vengo da una famiglia di pescatori. Probabilmente quella del mare, della riva, dell'orizzonte, della burrasca, è la chiave di lettura con la quale istintivamente osservo il mondo, il vivente, l'uomo.

Di cosa parla Die? Cioè l'espediente del "racconto" é utilizzato per dire cosa? É una domanda stupida se vogliamo, lo so, perché alla fine ogni ascoltatore mette nel vaso i suoi contenuti soggettivi ma quel vaso inizialmente é costruito sulle forme dei contenuti da te espressi? Quali sono?

Non so risponderti se non dicendo che la trama è funzionale all'esposizione della mia idea del legame fra l'uomo e tutto ciò che è vivente – e quindi morente.

 

Si percepisce la Sardegna, intesa come dimensione dell'isola. L'uomo isolato. L'isolamento produttivo. Tu che suoni da solo. C'è un nesso in tutto ciò o é puramente causale?

Credo sia puramente casuale.

Ti aspettavi i buoni risultati del primo album?

In un qualche modo si. Sapevo che per certe tematiche, in quel periodo, si era creata una forte attenzione e che in un qualche modo quello che avevo da dire sarebbe stato ascoltato.

Come hanno influito sulla produzione del secondo album?

Ho cercato di far sì che non influissero in alcun modo, da tutti i punti di vista. Ho staccato coi concerti, ho smesso di "esistere" sul web e sono ritornato a casa. Lì ho lavorato in totale isolamento al materiale che avevo cercando unicamente di arrivare al risultato che avevo in mente.

Ho letto qualche intervista ed ho visto che si finisce spesso a parlare della Sardegna, delle tue origini e dei call center…mi manca il passaggio dall'una all'altra. Come ci sei finito in un call center? Anche io c'ho lavorato e se da un lato l'esperienza alla fine mi ha umanamente svuotato dall'altro mi ha insegnato a parlare con le persone, non tanto relativamente al "cosa dire" quanto al "come dirlo". Ho trovato quei sei mesi molto istruttivi e molto utili a posteriori.

Vero, capisco benissimo quello che dici. Io ci sono finito perché semplicemente avevo bisogno di soldi per campare. Dopo 4 anni di callcenter, nel giugno 2010, ho deciso di licenziarmi per campicchiare di musica. Questo è stato il passaggio intermedio, molto semplicemente.

Die è un album profondamente diverso dal primo. Un grande rischio cambiare così tanto, ma artisticamente ineccepibile come decisione e contemporaneamente anche prova di grande coraggio e sicurezza. Alcuni autori si rifugiano negli stilemi musicali che più gli hanno reso in termini di successo col rischio di essere sempre uguali a se stessi un disco dopo l'altro. La tua decisione mi sembra parecchio contro tendenza. Parecchio punk se vogliamo. Perché hai deciso di non rifugiarti nelle pieghe che hanno determinato il successo de "La macarena su Roma"?

Quando scrivo non mi pongo minimamente il problema del pubblico e delle sue aspettative. Credo che quella di pubblico sia una categoria unicamente commerciale, che nasconde al suo interno la molteplicità delle persone, ognuna delle quali con una sua intelligenza e una sua emotività. Sarebbe veramente disonesto se mi ponessi la questione durante la scrittura. Rispettare il pubblico significa non badarci. Detto ciò, debbo dirti che non c'è stato nulla di premeditato in questo. Quando sono emerse le prime melodie, i primi beat o i primi suoni, ho capito che la direzione sarebbe stata un'altra, che avrei lavorato a una nuova idea, un nuovo punto di vista, una nuova tavolozza sonora. E semplicemente l'ho fatto.

Come sta andando il tour promozionale?

Per ora sta andando molto bene, mi sto divertendo tantissimo.

E il disco? Hai già i primi risultati?

Anche il disco sembra andare molto bene per ora.

Domani Iacopo non vende più un disco (ti auguro grande successo personalmente). Hai un piano B?

Temo di no.

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