A distanza di oltre trent’anni dalla loro nascita, gli Archive continuano a portare avanti un percorso musicale personale, capace di muoversi tra elettronica, rock e trip hop. Con il nuovo album “Glass Minds”, uscito poche settimane fa, la band britannica torna con un lavoro intenso e minimale che guarda idealmente anche alle atmosfere degli esordi. In occasione di questa pubblicazione abbiamo avuto l’opportunità di scambiare due chiacchiere con uno dei due fondatori, Darius Keeler, che ci ha raccontato la genesi del disco, il processo creativo dietro i nuovi brani e i prossimi passi della band, tra il tour imminente (che li vedrà anche a Bologna il 18 aprile) e i moltissimi progetti futuri.

Ciao Darius, benvenuto su SpazioRock! Come stai?

Sto bene, grazie! I pareri sul nuovo album sono ottimi, quindi sono contento!

Prima di parlare di “Glass Minds”, volevo chiederti un’altra cosa. Negli ultimi anni siete stati estremamente impegnati tra l’uscita di album, EP, colonne sonore e un’attività live molto intensa. Ho l’impressione che gli Archive stiano attraversando una delle fasi migliori della loro carriera. Come riuscite a gestire e tenere sotto controllo tutti questi diversi aspetti, considerando anche l’elevato numero di musicisti coinvolti, ognuno con le proprie caratteristiche?

L’unica parola per descriverlo davvero è ispirazione. Credo fermamente in quanto affermato una volta da un autore o compositore famoso: la creazione è per l’80% ispirazione e per il 20% talento. Se vuoi continuare a produrre cose interessanti, devi essere ispirato. I migliori album della carriera degli Archive sono nati quando eravamo molto motivati, mentre quelli meno riusciti sono stati figli di momenti in cui l’ispirazione scarseggiava. Hai bisogno che le cose della vita ti scuotano per poter scrivere canzoni e il mondo folle in cui viviamo oggi offre moltissimi spunti di riflessione su cui fare presa.

Parlando del nuovo album “Glass Minds”, che è uscito da pochissimo, personalmente ritengo sia il vostro miglior lavoro tra quelli pubblicati recentemente. Sento un approccio più minimalista che mi ricorda i vostri primi dischi, come “Londinium”, non tanto nel suono quanto nell’approccio e nelle atmosfere. Com’è stato il processo di scrittura e registrazione?

Hai perfettamente ragione riguardo a “Londinium”. Tutto è iniziato con una collaborazione per il marchio di moda Balenciaga. Il loro direttore creativo è un grande fan degli Archive e ci ha chiesto di collaborare a un progetto che inizialmente prevedeva felpe, magliette e una playlist per il loro canale Spotify. Balenciaga è un’azienda all’avanguardia a cui piace spingere i confini, anche a volte i risultati sono terribili, altre volte sono fantastici [ride, ndr]. Ma, ad ogni modo, il team con cui abbiamo lavorato era composto da persone molto in gamba. Ci hanno chiesto se avessimo idee per qualcosa di più ambizioso e io ho proposto di scrivere una canzone per la campagna. Hanno fatto un grande lavoro tecnico e scientifico inserendo nei vestiti un chip con cui è possibile ascoltare il brano. Quella canzone era “Patterns”, che è poi finita nell’album. Mentre la scrivevo, ho sentito che aveva la stessa atmosfera di “Londinium”: molto spazio, toni minimali, ritmi rallentati e una base quasi interamente elettronica, con appena un tocco di chitarra e suoni di archi e cori campionati dal Mellotron. Una volta finito quel pezzo, ho capito che l’intero album avrebbe dovuto seguire quella direzione. “Londinium” è stato davvero il modello per questo disco.

Archive (c) Yagub Allahverdiyev Lead Press Shot
Foto: Yagub Allahverdiyev

Questo è il vostro secondo album con Lisa Mottram come voce femminile e la sua voce sembra adattarsi perfettamente a brani come “The Love The Light” o la title track. Com’è stato il processo di registrazione e il lavoro con lei durante la produzione?

È molto difficile spiegare come si lavora con Lisa perché è una persona unica, vive totalmente nel presente. Se sente qualcosa che ama, scrive la canzone immediatamente; se non sente il pezzo suo, semplicemente non succede nulla. È molto diversa da Pollard [Berrier, ndr] o Dave [Pen, ndr], con i quali a volte lavoriamo molto sui dettagli, proviamo diverse soluzioni o ci fermiamo a riflettere se ci sentiamo bloccati su una parte. Lisa è estremamente spontanea e autentica. Non ho mai passato più di due ore a scrivere un brano con lei: “Glass Minds”, “The Love The Light” e “Look at Us” sono nate tutte in quel lasso di tempo brevissimo. Per noi è una cosa bellissima, anche se a volte le propongo tracce che penso possa amare e a lei non comunicano nulla, quindi non se ne fa niente[ride, ndr].

L’album mi sembra molto coeso e oscuro. Oltre a “Patterns”, trovo che la traccia di chiusura “Where I Am” sia una sintesi perfetta non solo del disco, ma della vostra intera carriera. Puoi dirmi qualcosa di più su questa canzone?

È una storia meravigliosa e il testo scritto da Dave è davvero reale. Parla di un periodo molto buio che ha attraversato nella sua vita sentimentale. Mi ha inviato le parole spiegandomi che si sentiva così in quel momento. Durante una sessione di scrittura, avevo una traccia con un ritmo veloce che conteneva quegli accordi; ho spogliato tutto lasciando solo il pianoforte e Dave ha registrato la voce. Poi abbiamo costruito il brano aggiungendo drum machine e il Moog. Volevamo che la canzone avesse un’atmosfera simile a “Blackstar” di Bowie: oscura e un po’ astratta, ma capace di arrivare ad un finale bellissimo e potente. Volevamo ritrarre l’amore in tutta la sua gloria, compresa l’oscurità che può stravolgerti. Il sound riflette questo tormento, ma poi arriva una conclusione catartica perché l’amore, in qualunque modo si arrivi a quel punto, è splendido. Il nostro obiettivo era far percepire all’ascoltatore sia la sofferenza che la bellezza dell’amore.

In passato gli Archive sembravano più un collettivo con molti musicisti che andavano e venivano, mentre ora sembrate una band vera e propria con un nucleo stabile. Come vedi questa evoluzione, specialmente per quanto riguarda figure come Smiley, Pollard e Dave?

Concordo fino a un certo punto. Considero ancora gli Archive un collettivo perché ci sono moltissime persone coinvolte, come Jimmy Collins, Steve Keys o gli arrangiatori d’archi. Tuttavia, quando siamo sul palco, siamo assolutamente una band: suoniamo tutti insieme e i cantanti si scambiano le parti nei vari brani. Dal punto di vista creativo resta un collettivo, ma appena l’album è finito e andiamo in tour, diventiamo una band a tutti gli effetti. Per quanto riguarda Pollard e Dave, lavorano con noi da così tanto tempo che sono ormai parte della famiglia. Il gruppo continua a crescere, è come se avessi sempre più figli; Jimmy, ad esempio, è il mio figlio più giovane [ride, ndr].

A breve inizierà il nuovo tour che farà tappa anche a Bologna. Come procedono i preparativi per i nuovi brani e cosa dobbiamo aspettarci dai prossimi concerti?

A Bologna suoneremo almeno sei brani del nuovo album, ma visto che si tratta di un concerto di preparazione per il nostro primo tour negli Stati Uniti, dobbiamo inserire in scaletta anche molti vecchi classici come “Numb”, ad esempio, che il pubblico americano non ha mai sentito dal vivo. Avendo solo un’ora e mezza a disposizione, dobbiamo fare delle scelte, ma sentirete sicuramente i pezzi forti come “Glass Minds” e “City Walls”. Purtroppo non suoneremo “Where I Am”, anche se dal vivo è magnifica, potente e magnetica. Potrei fare un’eccezione e provare a inserirla proprio alla fine dello show solo per te [ride, ndr].

Sarebbe incredibile! Il sound degli Archive dal vivo è sempre incredibilmente bilanciato e potente, con ogni dettaglio curato alla perfezione. Quanto lavoro serve a te e Danny [Griffiths, ndr] per raggiungere questo livello di precisione?

Dopo tanti anni, il modo di lavorare diventa naturale. Il nostro ingegnere del suono lavora un sacco sugli effetti e sul mixaggio, ma quel sound è ormai parte di noi, quasi come un sistema automatico. Mi concentro principalmente sulla performance e sulla gestione delle dinamiche. Per fare un esempio celebre, è come per i Beatles quando suonarono sul tetto della Apple: il suono era massiccio perché suonavano insieme costantemente. Quando suoni in una band per così tanto tempo, finisci per avere un suono caratteristico senza doverci pensare troppo. È una sensazione magnifica quando arrivi al punto in cui dal vivo suoni esattamente come sei.

Archive 12 (c) credit Yagub Allahverdiyev
Foto: Yagub Allahverdiyev

Recentemente avete tenuto uno show orchestrale per Radio FM4. Com’è stato suonare con un’orchestra? Era la prima volta?

Non era la prima volta, avevamo già fatto alcuni show con orchestra e un tour in sette città durante il periodo di “Controlling Crowds”. È sempre un’esperienza incredibile, specialmente con i timpani e le percussioni imponenti, trovarsi sul palco con così tanti musicisti è fantastico. Stiamo pensando di organizzare un altro tour orchestrale per il 2029 e mi piacerebbe molto fare una data a Roma.

A proposito di tour speciali, l’anno scorso sono stato ai vostri show a Londra durante i quali avete celebrato “Controlling Crowds”, “Noise” e “You Look All The Same To Me”. Sono state due serate incredibili, ma cosa vi ha spinto a celebrare proprio quegli album? Pensate di fare qualcosa di simile per “Londinium” in futuro?

Abbiamo fatto quel tour per accompagnare la ristampa in vinile di album come “Controlling Crowds”, che negli anni 2000 non erano stati pubblicati in questo formato. È stata una mia idea fare quegli show ed è stato fantastico perché per noi è difficile comporre le scalette avendo così tante canzoni. Non siamo come i Radiohead che non vogliono suonare “Creep” [ride, ndr]. Vogliamo che i fan sentano i brani famosi, ma questo ci lascia poco spazio per il resto. Fare quei concerti ci ha permesso di riproporre pezzi che non eseguivamo da anni, come “Chaos”, “Come On Get High” o “Razed To The Ground”. Nel 2029 abbiamo in programma una grande iniziativa per eseguire “Londinium” dal vivo per la prima volta, forse proprio con un’orchestra. Ora possiamo farlo perché abbiamo Jimmy come rapper e perché la voce di Lisa è la più simile a quella di Roya [Arab, ndr] che abbiamo mai avuto. Sarebbe incredibile con i suoni degli archi reali uniti ai campionamenti del mellotron. Vorremmo riproprre anche gli album che hai sentito l’anno scorso perché è stato un tour piccolo e molte persone non hanno avuto l’occasione di vedere questi show.

Per concludere, sul palco sei sempre molto energico, mentre Danny appare più calmo e posato. Questo contrasto esiste anche fuori dal palco? Come riuscite a lavorare ancora così bene insieme dopo oltre 30 anni?

Siamo come fratelli, nonostante i normali alti e bassi. Io sono quello più ambizioso e creativo, mentre lui è la mente calma che mette le cose nella giusta prospettiva e ha una conoscenza musicale incredibile. Danny non sarà presente in questo tour perché ha bisogno di una pausa per motivi personali, ma resta assolutamente parte della band. Torneremo a scrivere insieme a maggio /giugno e spero che torni sul palco il prossimo anno. Per ora riposerà, mentre io continuerò a essere molto energico sul palco [ride, ndr].

Grazie mille per questa intervista, è stato un piacere!

Grazie a te, ci vediamo a Bologna!

Foto copertina: Yagub Allahverdiyev

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