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Intervista – Bullet For My Valentine (Padge)

I Bullet For My Valentine, tornano con un self-titled, a distanza di tre anni da “Gravity”. Il chitarrista e co-fondatore Michael “Padge” Paget accoglie le nostre domande dalla sua casa nella campagna gallese con tutto lo stile britannico di cui avevamo bisogno: luce soffusa, una tazza di te in mano e la sensazione che lì l’estate sia passata già da un po’.

Partiamo senza indugi ed il discorso si avvia subito verso il nuovo album, in uscita venerdì 5 novembre.

Ciao Michael, benvenuto su SpazioRock! Abbiamo avuto la fortuna di ascoltare in anteprima il nuovo disco: è bello pesante!

Lo è! Fin dalle prime sessioni di prova per la scrittura di questo disco abbiamo sentito una sensazione molto forte e abbiamo lasciato che scorresse. La situazione attorno a noi era quella che ormai tutti conosciamo ed abbiamo sentito la composizione di nuova musica come un esercizio per riuscire a vivere all’interno di un mondo che era chiuso, distante.

Un nuovo lavoro prodotto assieme a Carl Brown, vostro produttore dai tempi di “Venom”.

Carl ha saputo fin da subito cogliere l’essenza della nostra musica, sapendo come farla uscire nella sua forma migliore. È come un fratello per noi. Qualche volta guardandolo lavorare dietro il mixer mi sembra un mago che crea qualcosa di oscuro nel suo laboratorio. È eccezionale!

Il disco è un selftitled, come il vostro primo EP, uscito ormai 16 anni fa. Qual è il significato di questa scelta? Un nuovo inizio o un messaggio di conclusione di un percorso?

Credo sia il nostro disco più vero. Quello che abbiamo suonato e prodotto nell’ultimo anno è l’immagine più reale di quello che sono i BFMV. C’era sicuramente la necessità di un nuovo respiro, di tracciare una nuova linea sul nostro terreno. Tutti noi stiamo vivendo profondamente la realtà di questo momento: qui e ora. Sentivamo la necessità di creare un nuovo mostro, una nuova creatura. Siamo noi, in tutto e per tutto.

Un’unità di band molto forte a quanto pare.

Assolutamente. Ogni nota, ogni colpo di batteria, ogni parola in questo disco hanno un significato e questo significato è frutto dell’affiatamento che ci collega. Quando abbiamo cominciato a suonare assieme questi nuovi pezzi abbiamo sentito nascere qualcosa di forte. Eravamo arrabbiati, frustrati ed abbiamo messo queste nostre sensazioni al servizio della nostra musica. Non ci ho mai visti così uniti, così consapevoli di ciò che stavamo facendo.

Se dovessimo confrontare questa energia, questa coesione di cui ci parli con la nuova scena emergente, cosa dovremmo aspettarci?

Ora è molto diversa la situazione rispetto a vent’anni fa, quando cominciammo. Il metalcore era più identitario, ora c’è moltissimo crossover. Non credo che sia da considerare un male, non per forza, è semplicemente diverso. Siamo davanti ad una generazione completamente differente da quella alla quale parlavamo all’inizio della nostra carriera. Il potere della comunicazione tramite i social media oggi consente a un numero illimitato di artisti di esporsi, produrre la propria musica con semplicità e provare a lanciarsi in un mondo dentro il quale è facile perdersi. Io mi sento molto fortunato per l’opportunità che ho avuto ed è importante per me riflettere su questo, ogni giorno.

Parlando della diffusione tramite social media, potremmo fare un discorso analogo per le grandi distribuzioni delle major a confronto con quelle delle etichette indipendenti.

Nel corso della nostra carriera è arrivato un momento in cui abbiamo potuto mollare il mondo delle major per tornare a distribuire la nostra musica tramite etichette di settore. Le grandi etichette mettono i nuovi artisti di fronte a contratti da rockstar ai quali non ci si può trovare sempre preparati. Il potere della comunicazione massiva veicolata dai social media è qualcosa con il quale dovremo avere a che fare per sempre, ormai non si torna più indietro. Dobbiamo provare a sfruttare questo potere nel miglior modo possibile, anche nella nostra realtà da indipendenti.

L’ultimo singolo uscito, Shatter, si apre con un verso che dice “In a world were I don’t belong”. A cosa appartiene la musica dei BFMV in questo mondo?

Una canzone che riflette appieno il momento che stiamo vivendo ed il mondo che ci circonda. Esprimendo la rabbia ed il senso d’impotenza che ci ha accomunato per troppo tempo ormai, vorremmo che questo disco potesse essere di sollievo per chi lo ascolta. Vorremo che potesse comunicare un senso di fraternità, di unione all’interno di questa rabbia che abbiamo dentro e che viviamo nelle nostre società in ogni momento.

Qual è stato il momento più difficile che i BFMV hanno dovuto affrontare durante questa pandemia?

Non potersi vedere è stato terribile. Ci sentivamo distanti e questo ci rendeva infinitamente tristi. Questo però ci ha permesso di prolungare i tempi di composizione e di produzione del disco e, quasi ironicamente, è stato fondamentale per il risultato finale. Abbiamo riflettuto a fondo su ogni singola variazione, su ogni singolo arrangiamento. Quando finalmente abbiamo potuto riunirci abbiamo provato e riprovato i pezzi come non avevamo mai fatto in precedenza. Non ho ricordi di un nostro disco per il quale siano state registrate così tante pre-produzioni. Questo mi è piaciuto moltissimo: il prossimo disco voglio registrarlo ancora in questo modo.

Ci aspettiamo grandi cose dal tour che seguirà l’uscita di “Bullet For My Valentine”.

Non vediamo l’ora di tornare sul palco, negli ultimi diciannove mesi abbiamo fatto solo due concerti, non ce la facciamo più a stare fermi! Per il prossimo anno abbiamo in programma un calendario di concerti molto fitto e siamo pronti a portare tutta l’energia di questo nuovo lavoro a chi ci verrà a vedere. Sarà bellissimo, non abbiamo dubbi.

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