Sogni lucidi, fantasmi, John Mayer per addormentarsi. Con “Nightmare Tripping” i Don Broco abbandonano i colori di “Amazing Things” per inoltrarsi nell’immaginario monocromatico della notte.
Rob Damiani, voce del quartetto alt metal britannico, ci racconta gli ultimi cinque anni dei Don Broco, delle difficoltà che hanno dovuto affrontare come individui e come band, e di come per superare il dolore sia necessario viverci dentro almeno per un po’. Un dolore che ha reso la band un’unità ancora più solida, che si esprime nella sua forma insieme più aggressiva ed emotiva in un lavoro che ha visto i Don Broco tornare in studio con il loro storico produttore Dan Lancaster.
In questo lavoro non c’è solo il piano personale, ma anche quello collettivo. È in “True Believers”, in cui ospitano Sam Carter degli Architects, che troviamo una lucida rappresentazione del fanatismo politico. L’oscurità avvolge il mondo intero trasformandolo in una notte fatta di irrequietezza, ma anche dai peggiori incubi ci si risveglia.
Ciao Rob, sono felice di poter parlare con te del nuovo album dei Don Broco “Nightmare Tripping”. Come va? Immagino siate molto impegnati con interviste e attività promozionali.
Sì, molto. Oggi esce anche il video per la canzone che abbiamo fatto con Sam Carter, “True Believers”. Lo abbiamo girato alla fine della scorsa settimana ed è stato un lavoro fatto molto velocemente, ci sentiamo ancora abbastanza di corsa al momento. Ma è molto bello avere finalmente il disco fuori nel mondo dopo averci lavorato così a lungo e sapere che tutti lo possano ascoltare, finalmente. È un momento speciale, sono felice di sentire le reazioni delle persone e spero che i nostri fan lo amino.
Io personalmente l’ho adorato, mi piacciono molto le sonorità più heavy della vostra musica. Questo disco arriva a 5 anni da “Amazing Things”, che già portava con sé una buona dose di oscurità. Con “Nightmare Tripping” vi siete spinti ancora più in là. In un certo senso sembra l’altra faccia della medaglia di “Amazing Thing”, del quale avete messo da parte l’aspetto colorato e giocoso; è come se questa volta steste dicendo: ok, questa volta ne parliamo seriamente. Cosa è successo tra questi due dischi? Cos’è cambiato in te e in voi?
Penso sia un ottimo riassunto del nostro approccio creativo. Sapevamo di voler rendere le cose più pesanti rispetto al disco precedente. “Amazing Things” era molto un “disco da lockdown”. Era un momento totalmente folle, ma allo stesso tempo stavamo vivendo questo strano periodo di libertà in cui le persone potevano riconnettersi con la natura e la famiglia. Per quasi un anno è stato come se fosse tutto congelato, bloccato. Quella situazione ci aveva messi in una condizione di speranza; “Amazing Things” è un album sulla ricerca della speranza in situazioni terribili, veniva da un luogo più positivo.
Invece, è in questi anni post-Covid che io e la band ci siamo trovati ad affrontarne davvero le conseguenze: amici e familiari che soffrono ancora di malattie fisiche e il lato mentale di un evento così traumatico. Molte persone sono tornate alla realtà come se non fosse successo niente, ma per noi non è stato così. Poi, durante questa crisi sanitaria globale ci sentivamo “tutti sulla stessa barca” contro un virus. Da allora, abbiamo visto guerre, divisioni nelle comunità e l’ascesa di un sistema che ci fa sentire separati e soli nonostante siamo così connessi. Il mondo in cui viviamo ora è diverso da quello di “Amazing Things”.
In questo disco volevo abbracciare l’idea di non cercare sempre il lato positivo. A volte bisogna accettare che le cose vanno male e non migliorano subito. Abbiamo affrontato situazioni personali negli ultimi anni che, quando pensavi di esserne fuori, tornavano a colpirti. Trovare la forza nel parlare di questo, senza indorare la pillola o dire che andrà tutto bene presto, è stata la vera forza di questo album. È uno sguardo più realistico sul mondo e alla vita, e questo si riflette nella musica e nei testi più oscuri.

Mi è sembrato infatti che con questo disco voleste trasmettere l’idea che restare nel dolore sia parte del processo. L’idea di dover sempre cercare il lato positivo è davvero tossica, a volte serve solo stare nelle emozioni negative. Una delle canzoni che mi ha colpito di più su questo tema è “Disappear”.
Lo hai riassunto molto bene, meglio di come l’abbia detto io, a dire il vero. Su questo album ho approcciato lo stesso argomento da angolazioni diverse in più canzoni. “Disappear” è una delle fondamenta del disco: è la canzone più autocritica, quasi un brano sulla vergogna e sul senso di colpa. Anche come band è stato un anno difficile e spesso fatichi a esserci per le persone che ami mentre cerchi di prenderti cura di te stesso. “Disappear” parla di quando qualcuno tocca il fondo e tu vuoi aiutarlo, ma ti rendi conto della tua fragilità e capisci che forse non puoi essere quella persona per loro perché tu stesso hai bisogno di essere salvato. Questo tema emerge anche in “Hype Man”, anche se da un’altra prospettiva, e in “Nightmare Tripping”, dove l’oscurità si insinua nei tuoi sogni e incubi perché non riesci a staccare dopo una giornata di lotta. Anche “Cellophane” (feat. Nickelback, ndr) esplora l’accettazione del fatto che non siamo forti come pensavamo e che abbiamo raggiunto il limite delle nostre capacità.
Hai menzionato gli incubi, e devo dirti che la prima cosa che mi è venuta in mente vedendo l’artwork e il titolo è stata proprio chiederti qual è il tuo rapporto con il sonno.
Sono un sognatore, faccio sogni pazzeschi. Spesso mi sveglio nel cuore della notte consapevole di aver fatto un sogno incredibile e cerco di registrarlo con un messaggio vocale per ricordarlo. A volte scrivo persino canzoni nei sogni, svegliandomi pensando siano le migliori di sempre, per poi riascoltare il messaggio il giorno dopo e scoprire che è spazzatura incomprensibile. Non avevo mai cantato di sogni lucidi prima, ma i momenti in “Nightmare Tripping” descrivono incubi lucidi che ho avuto, come essere sepolto vivo o vedere scorpioni. È stato un periodo in cui ne facevo molti. La mia parte preferita di quella canzone non è l’incubo, è il verso su John Mayer che suona ancora sull’iPhone. Quando non riesco a dormire ascolto l’album “Born and Raised” di John Mayer. Lo metto in sottofondo vicino al letto per addormentarmi, e quando mi sveglio e sento che sta ancora suonando, capisco di non essere più nell’incubo ma nel mondo reale, perché so che sono io stato io a metterlo.
Parlavi del fatto che sia stato un momento difficile anche per la band in generale. Io credo sia fantastico che siate ancora voi quattro dopo tutti questi anni. Com’è stato crescere insieme? Questo disco vi ha aiutato a tenervi uniti?
Matt e Simon si conoscono da quando avevano quattro anni. Io li ho conosciuti a scuola verso i 13-14 anni, e Tom si è unito quando abbiamo iniziato a suonare più seriamente. La chiave della nostra longevità è la capacità di parlarci e di esserci l’uno per l’altro. Passare attraverso momenti difficili o ti distrugge o ti rende un’unità più forte, e sono felice che siamo riusciti ad aprirci quando serviva. Questa amicizia ha ispirato “Hype Man”: avere quella persona accanto a te sul palco e dietro le quinte è fondamentale. Mi hanno ispirato persone come Jason Perry (nostro produttore), che è un empatico incredibile e sa quando mettere da parte la musica per parlare, o Jacoby Shaddix dei Papa Roach, che ha un’energia contagiosa e ci è stato molto vicino durante un lutto recente. Superare queste sfide ci ha dato un senso di rinascita come band.
In questo disco ospitate anche altri artisti, come Sam Carter degli Architects che canta in “True Believers”. Si intuisce la visione condivisa sul tema di questa canzone.
Volevo un brano con un’energia simile ai Rage Against the Machine e ho visualizzato Sam prima ancora di sapere di cosa parlasse la canzone; lo vedevo correre sul palco e generare il caos. L’idea è nata due estati fa durante le Olimpiadi. In TV c’erano immagini gioiose di fan britannici che sventolavano la bandiera (Union Jack), ma cambiando canale si vedevano rivolte dell’estrema destra a Londra che sventolavano la croce di San Giorgio. Era una contraddizione reale tra un uso unificante della bandiera e uno minaccioso e divisivo. Abbiamo visto in tutta Europa e in America l’ascesa dell’isolazionismo, del fascismo e di persone che fanno saluti nazisti senza nemmeno scusarsi. La canzone parla di mettere in discussione tutto ciò che vedi, di non credere ciecamente alle notizie e di capire perché certe persone dicono certe cose. Sam era l’uomo perfetto per questo pezzo.
Come ha reagito quando gli hai proposto la cosa?
Gli ho mandato un messaggio su Instagram. Gli è piaciuta subito la canzone, anche se è stato difficile trovare il tempo perché gli Architects erano in tour con i Linkin Park. Abbiamo registrato tutto in un giorno, in un paio d’ore. Lui è un vero professionista; mentre io per le voci più pesanti vado un po’ a intuito, lui aveva mille opzioni diverse: scream alti, bassi, stili differenti. Ha portato molta varietà, ma si sposa bene con quello che faccio io nel primo verso. Abbiamo anche filmato un video questa settimana.

Ho avuto l’impressione che su questo disco tu abbia sfidato la tua voce più che in passato.
Sì, a ogni album mi annoio e voglio vedere cosa può fare la voce, che è uno strumento incredibile. Mi piace sperimentare con stili diversi – cose più “growly”, più urlate o screaming puro – proprio come si sperimenta con la musica.
Permettimi questa domanda un po’ cringe per chiudere: nell’oscurità di “Nightmare Tripping”, ci sono ancora “cose incredibili” (amazing things) a cui ti ancori?
(Ride, ndr) Dai, non è così cringe. Sì, ci sono momenti di conforto e speranza. Il più strano è “Ghost in the Night”, che nasce da una vera storia di fantasmi che ho vissuto. Vedo l’album come una trilogia che parte da “Disappear” (molto oscuro), passa per “Nightmare Tripping” (che verso la fine si apre con una luce che rompe le nuvole) e arriva a “Ghost in the Night”. La storia dei fantasmi è successa a casa dei miei genitori: io e la mia compagna eravamo in camera e le luci hanno iniziato a impazzire. Per scherzo ho detto “Se c’è qualcuno, ci dia un segno” e, schioccando le dita, la luce si è spenta all’istante. È successo di nuovo e lei si è spaventata, ma io ho sentito una presenza. Ho pensato potesse essere un parente o una versione futura di noi stessi venuta a rassicurarci, per dirci che i momenti difficili che stiamo vivendo avrebbero avuto fine. Mi ha fatto sentire meglio, ricordandomi che nulla dura per sempre. Anche “The Corner”, che chiude il disco, parla di credere in se stessi e negli altri. È stato bello finire l’album con un momento che non fosse di totale oscurità.
Mi piace questa svolta finale. Rob, questo è tutto. Grazie mille, è stato bello chiacchierare con te. Spero di vedervi in Italia, ho visto l’annuncio del tour, ma al momento non passerete da qui.
Mi dispiace molto, abbiamo provato a far funzionare le date per Milano ma non ci siamo riusciti per via della disponibilità estiva. Ma torneremo sicuramente per questo album, non vedo l’ora. Grazie mille per l’intervista!





