Ci sono band che bruciano in fretta, lasciando un’eredità di capolavori iniziali e anni di routine. Gli Helloween hanno rischiato la stessa sorte: dopo l’epopea immortale dei due Keeper e i primi fuochi con Andi Deris, anche per loro era arrivato un periodo in cui i dischi non bastavano più a far sognare i fan. Ma poi la magia è tornata. La reunion con Hansen e Kiske ha riacceso la fiamma, riportando la band di Amburgo a dominare la scena: tour sold-out e un album, quello del 2021, accolto come una rinascita. Oggi gli Helloween rilanciano con “Giants & Monsters”, un disco che gronda libertà creativa e voglia di guardare avanti. Ne abbiamo parlato con il frontman Andi Deris, che ci ha svelato pressioni e aspettative, giganti e mostri interiori, ma anche la leggerezza con cui oggi gli Helloween affrontano la musica.

Ciao Andi, è un grandissimo onore intervistarti. Come stai?

Ciao, molto bene. È la mia ultima intervista quindi sono felice [ride, ndr]. Scherzo! Sto bene. Qui a Tenerife ci sono meno di 30 gradi quindi per ora si sta benissimo.

Possiamo considerare questa come la “quarta era” degli Helloween: la prima con Hansen, la seconda con Kiske, la terza con te, e infine quella attuale – ormai da otto anni – che racchiude tutto ciò che la band ha costruito in passato. Con i nuovi album, questa fase rappresenta un punto d’arrivo o, piuttosto, un nuovo inizio per gli Helloween?

All’inizio pensavo che il vero nuovo inizio fosse arrivato con l’album omonimo, l’ultimo che abbiamo pubblicato. Ma a pensarci bene, oggi la situazione è diversa: siamo una band che ha già inciso un disco insieme e che ha alle spalle due tour mondiali. Per questo motivo, sì, considero questo nuovo album un vero e proprio nuovo inizio, perché non c’è più nulla da dover dimostrare. L’ultimo lavoro degli Helloween è stato il primo, nella storia del gruppo, a raggiungere il primo posto in diversi paesi del mondo ed è incredibile, nonostante tutto il suo speed metal. È stato davvero un sogno che si è realizzato. Quest’album lo abbiamo scritto senza pressioni, e questo mi dà davvero la sensazione di un nuovo inizio. È come se ci fossimo tolti un peso enorme dalle spalle. Abbiamo potuto lavorare senza preoccuparci di cosa si aspettassero le persone, di come sarebbe stato accolto il disco o di cosa avrebbe significato per le classifiche. Abbiamo semplicemente scritto canzoni perché avevamo voglia di scriverle, punto. Ed è proprio questo che descriverei come un nuovo inizio. Certo, la pressione c’è sempre, ma la prima volta è quella che pesa di più. Quando ho registrato l’album con la formazione dei Pumpkins United, la sensazione era quella di dover dimostrare qualcosa, perché c’era tantissima attesa – e infatti era vero, tutti aspettavano di vedere cosa sarebbe successo. Ma adesso che quell’album ha funzionato, non ci chiediamo più “ce la faremo? Funzionerà?”. Sappiamo già che funziona. Stavolta si è trattato solo di divertirci: siamo gli Helloween, la gente ci ama, quindi andiamo a farlo e basta. Ed è bellissimo prendere in mano la chitarra senza il pensiero di dover scrivere “la miglior canzone di sempre”, altrimenti nessuno l’avrebbe accettata. No: scrivi la canzone che vuoi scrivere. Se piace agli altri, fantastico; se non piace, pazienza. Non bisogna mettersi troppa pressione addosso, anche perché nella band ci sono così tanti musicisti straordinari. Persino se mi venisse un blocco creativo, non penserei mai: “Oddio, è la fine della band!”, perché so che ci sono Weiki, Kai e Sascha. Quando suono la chitarra e mi vengono nuove idee, non mi faccio pressioni chiedendomi se siano giuste o meno. Le faccio sentire ai ragazzi: se piacciono, continuiamo a lavorarci, altrimenti passo oltre e cerco qualcos’altro. In generale, ci fidiamo l’uno dell’altro, e questo ci permette di lavorare senza stress. Per questo album abbiamo messo insieme ben 23 grandi canzoni: un vero lusso, perché domani potremmo entrare di nuovo in studio e avere già tra le mani un altro grande album.

Fai parte degli Helloween dagli anni ’90: come ti senti cambiato nel corso degli anni, sia come persona che come artista? E cosa è rimasto uguale?

Quello che posso dire è che ho imparato di nuovo a credere nella mia band. Vengo da un’esperienza passata in cui la mia prima band era formata da amici, ma a un certo punto mi è stata praticamente tolta dalle mani. Anche con gli Helloween in passato abbiamo avuto i nostri problemi. La differenza è che oggi, anche con sette membri, non mi sono mai sentito così sicuro: so di poter credere davvero nelle persone con cui sto lavorando. Probabilmente questo succede anche perché si diventa più maturi, si accumula esperienza. Tutti noi, all’interno degli Helloween, abbiamo vissuto momenti belli e momenti difficili, e abbiamo avuto a che fare con tensioni tra membri. Oggi penso che siamo tutti un po’ più maturi. Ti rendi conto che a volte in passato non avevi ragione, impari dai tuoi errori, e quando vedi qualcuno comportarsi in un certo modo ti viene da dire: “Ok, anch’io sono stato così, so com’è”. Non giudichi più in fretta, sei più paziente, più aperto. Se qualcuno ha una giornata storta, lo lasci stare: c’è sempre il domani. Una volta, invece, non era così: si finiva subito nello scontro, nella guerra immediata. Adesso abbiamo imparato tutti che è meglio restare calmi, gentili. Alla fine, in questa band, ci si vuole bene: normalmente ci piacciamo tutti, addirittura ci amiamo. E se capita un giorno con dei problemi, basta dormirci sopra: il giorno dopo tutto si risolve.

E ci sono stati momenti particolarmente difficili? E come li hai superati?

Beh, a volte non ci sono riuscito. È quello che mi ha portato a lasciare una band… anzi, due band, perché i problemi erano semplicemente irrisolvibili. Dipende molto dalle persone: se hai davanti qualcuno con cui riesci ad andare avanti, allora non è un problema. Puoi discuterne, parlarne, trovare un modo. Ma ci sono anche situazioni in cui dici “no”, perché va contro i tuoi principi. In quel caso, probabilmente tornerei a lottare, anche se onestamente non riesco a immaginare che accada con la band così com’è adesso. Però mai dire mai: le persone cambiano, la vita ti cambia. È qualcosa che si può valutare solo strada facendo. Per come la vedo io, la cosa più importante è imparare a dare a chiunque una possibilità – e anche a se stessi – per capire il perché delle cose. Se ti rendi conto che l’altro è solo uno stronzo, un idiota o uno psicopatico, allora lo capisci: non è un problema tuo, è lui. Ed è importante arrivare a questa consapevolezza, a non sentirsi sbagliati. Bisogna provare a capire il punto di vista altrui, anche quando non lo condividi. Se poi ti accorgi che l’altra persona ti va contro solo per egoismo, per odio, o perché non sopporta di vederti brillare quando lui non ci riesce… allora il discorso è diverso.
Per me è fondamentale chiedermi sempre: “Sono io l’ostacolo qui? Sto fraintendendo?”. Cerco di capire cosa vuole l’altra persona. Ma se, anche con cuore e mente aperti, non riesco a comprenderlo, allora l’unica conclusione possibile è che sia davvero un problema suo. E a quel punto non resta che una soluzione: lasciarlo fuori dalla tua vita.

Parliamo del nuovo album, “Giants & Monsters”. Secondo te, cos’è cambiato rispetto all’ultimo album?

Probabilmente questo album è un po’ più “easy listening” rispetto al precedente. L’ultimo disco era piuttosto impegnativo: lo ascoltavi dall’inizio alla fine e alla fine avevi bisogno di una pausa, perché succedevano davvero tante cose tutte insieme. Quello che mi piace di questo nuovo album è che, mentre lo ascolti, prima che il cuore inizi a scoppiare, c’è sempre un brano che ti regala un po’ di pace. Per me è fondamentale che un album abbia un carattere, che si possa ascoltare tutto intero come un viaggio. Certo, oggi molte persone saltano da una canzone all’altra, ma credo che ancora un buon 60 o 70% del pubblico ami sedersi, prendersi un caffè o un bicchiere di vino, rilassarsi e lasciarsi trasportare dall’album dall’inizio alla fine. Per questo motivo penso che l’equilibrio e la sequenza dei brani restino ancora importantissimi. Questo disco è un po’ più leggero per la testa, per le orecchie, per tutto. Non è solo un brano speed metal che ti fa esplodere la testa seguito da un altro brano identico, e poi un altro ancora, e un altro ancora… Certo, adoro lo speed metal, ma onestamente preferisco ascoltare un album che mi porti su e giù, che mi dia varietà. Con “giù” non intendo dire pezzi deboli, ma momenti di respiro, di apertura, di pace mentale. Così poi sei pronto al prossimo pezzone pesante. Devo ammettere che a volte ho bisogno anch’io di mezz’ora o quaranta minuti di metal sparato dritto in testa, senza compromessi. Ma la maggior parte delle volte preferisco un album che assomigli a un viaggio, come se fossi su una montagna russa.

Che cosa intendete con “Giants & Monsters”? Chi sono?

L’idea nasce dalla canzone “Giants On The Run” e da un altro brano bellissimo scritto da Kai, intitolato “Monsters”. Quello però non è finito sull’album perché non si adattava al contesto, ma sicuramente la inseriremo sul prossimo disco.
Il tema centrale è il confronto tra Bibbia, Antico Testamento e antiche religioni, come i testi induisti. Tutti parlano di un’epoca in cui sulla Terra camminavano i giganti. Ho discusso spesso di questo con i miei vecchi compagni di scuola e le opinioni sono diverse: alcuni pensano che fossero extraterrestri, io invece credo che fossero esseri umani. Per qualche ragione, non ci è più stato concesso di essere giganti, oppure la natura ci ha “rimpiccioliti”, un po’ come è successo ai dinosauri. Perché erano così grandi? Perché all’epoca nell’atmosfera c’era molto più ossigeno rispetto a oggi. E con tanto ossigeno in più, tutto sulla Terra cresceva in maniera smisurata. Quindi, forse centinaia di migliaia di anni fa, c’erano davvero uomini giganteschi. Erano enormi? Non lo so. Personalmente non credo alla teoria extraterrestre: io penso che siano davvero esistiti giganti che hanno vissuto centinaia di anni, come raccontano i testi sacri induisti e l’Antico Testamento. Non alieni, ma esseri umani. E poi la natura, o Dio, o il Creatore – chiamalo come vuoi – ha deciso di renderci come siamo oggi. Forse in passato era diverso.
Dentro ognuno di noi, però, c’è ancora quella sensazione di essere nati per essere più grandi. Sentiamo di avere molto di più dentro di noi, vogliamo crescere, riuscire, diventare qualcosa di significativo. In fondo, la storia dei giganti e dei mostri è una metafora: i giganti siamo noi, il nostro potenziale, mentre i mostri sono tutte quelle voci che ci frenano.
I mostri piccoli sono dentro di noi: le paure, l’educazione, la religione che ti dice “non puoi farlo”, “è solo un sogno”, “lascia perdere”. Sono quei mostriciattoli che ti tengono fermo. E poi ci sono i mostri veri, là fuori: le persone negative, gli idioti che non vogliono che tu abbia successo, perché ti invidiano o hanno paura che tu ci riesca e loro no. Ecco, questo è il tema: i giganti e i mostri. Noi potremmo essere molto di più, ma i mostri – dentro e fuori di noi – cercano di impedircelo.

Gli Helloween hanno la fortuna di avere diversi autori dietro le loro canzoni. Come decidete, per esempio quante canzoni di Deris andranno sull’album? O quale canzone lanciare come singolo? Succede mai che ci siano divergenze o discussioni tra di voi su questo tipo di decisioni?

In realtà ci siamo trovati davvero di fronte a un grande problema, perché – come ho già detto – avevamo sul tavolo 23 canzoni pronte e tutte fantastiche. E ovviamente ogni autore difende il proprio “bambino”: quando scrivi un brano ci sei legato, lo ami e vuoi vederlo pubblicato. Quindi sarebbe stato impossibile trovare un compromesso tra tutte e 23. La prima cosa che abbiamo fatto è stata una scrematura: dalle 23 abbiamo messo insieme una lista di 17 brani che, per noi, erano assolutamente da considerare per l’album. Ma a meno che non sia un doppio album, è impossibile farci stare 17 tracce.
Per questo abbiamo deciso di affidarci al nostro management. Sapevamo che lì dentro ci sono grandi fan degli Helloween, persone di cui ci fidiamo davvero, e gli abbiamo detto: “Ecco le 17 canzoni, fate voi la selezione e scegliete il vostro album preferito”.
Ed è così che, ad esempio, “Monsters” – una canzone che amiamo alla follia – non è finita sul disco. Semplicemente non si adattava al mood generale, che questa volta è molto più positivo, più “happy, happy Helloween!”. “Monsters” invece ha un carattere più oscuro. Amo quel pezzo, ma la decisione è stata giusta: sarà una delle canzoni di punta del prossimo album.

Parliamo delle canzoni scritte da te per questo nuovo album. “This Is Tokyo” è stato il primo singolo e si sente molto il tuo tocco. Mi parli del rapporto che hai con questa città?

Certo, “Tokyo” sta per il Giappone. Ho sempre voluto scrivere una sorta di “grazie” per il Giappone, perché è lì che è iniziata davvero la mia carriera con i Pink Cream 69. Da allora ho sempre avuto in mente qualcosa come “Grazie, Giappone”, perché senza di loro probabilmente non sarei dove sono oggi. Forse ci sarei arrivato lo stesso, ma loro hanno reso tutto molto più facile. Ci sono sempre state delle idee, solo che non trovavo mai la formula giusta: “Grazie, Giappone”, “Ciao, Giappone”… ma la parola “Giappone” non è facile da inserire in una melodia. “Tokyo”, invece, funziona: è immediata, diretta, boom, e musicalmente si integra molto meglio. Un giorno mi è venuta in mente questa intro di chitarra, l’ho registrata e me ne sono innamorato subito. Non ricordo chi – forse mia moglie o mio figlio – mi disse che aveva un suono un po’ giapponese. Così ho provato a suonarla con uno strumento tradizionale giapponese, e all’improvviso… sì, suonava davvero giapponese. Da lì è nata l’idea di prenderla come base e scrivere finalmente quella canzone che avevo sempre avuto in mente per ringraziare il Giappone.

Tra le canzoni che mi sono rimaste in testa al primo ascolto c’è “A Little is a Little Too Much”, e il titolo mi ha colpito particolarmente. Qual è la storia che si nasconde dietro?

All’inizio la canzone aveva un testo molto più distopico, quasi cupo. Mi piaceva l’idea, ma il problema era che la musica in sé era molto positiva, molto allegra, e quel testo non si sposava con l’atmosfera. Così ho deciso di cambiare poche frasi – credo tre in tutto – e il senso è diventato completamente diverso: una situazione molto più leggera, direi quasi comica, come quella del sesso che arriva troppo presto. In questo modo il pezzo non è più distopico, ma conserva una vena ironica. Perché in un album degli Helloween ci vuole sempre un tocco alla “Dr. Stein”, qualcosa di divertente e un po’ assurdo. La canzone è leggera, certo, forse persino un po’ “cheesy”, ma fa sorridere, ed è questo il punto.
Penso soprattutto ai ragazzi: tutti ricordiamo quei momenti a 15 o 16 anni, quando si beveva qualcosa con gli amici e si parlava delle prime esperienze. È impossibile dimenticarlo. Ecco, la canzone gioca proprio con quel ricordo. La buona notizia è che, crescendo, la situazione si capovolge: non è più un problema che “succeda troppo presto”… anzi, conosco molte persone che oggi hanno problemi esattamente opposti! [ride, ndr]

Sono un amante delle ballad e sentirti con Kiske duettare “Into The Sun” mi ha emozionato particolarmente. Mi dà delle vibes che mi ricordano “Forever and One”. Com’è nata questa nuova canzone?

In realtà “Into the Sun” era già stata registrata per l’album precedente. A un certo punto il team di produzione ci disse: “Ehi, perché non la abbassiamo di cinque semitoni? Così il pubblico può cantarla più facilmente, quel ritornello è fatto per essere cantato insieme”. All’inizio ci è sembrata una buona idea, abbiamo provato… e sì, suonava davvero bene, la canzone era fantastica, ma non era più Helloween. Era come qualcosa che, boh, avrebbe potuto cantare Adele, per intenderci. Allora decidemmo di rimandarla, di tenerla per questo album e di registrarla di nuovo nella tonalità originale, quella che avevo in mente fin dall’inizio. Onestamente, non capisco nemmeno perché a quel tempo avessi accettato di abbassarla… voglio dire, nessuno si sogna di trasporre “Forever and One”. Sì, è alta, ma tutti la cantano lo stesso, e dal vivo suona benissimo. Comunque va bene così: ora la canzone è sull’album e suona come doveva. La adoro.

Parliamo del nuovo tour. Avete qualche sorpresa in ballo per i vostri fan? Una nuova scenografia? Brani mai suonati dal vivo?

Sì, vediamo un po’. Ci sono parecchie canzoni che non abbiamo mai suonato, e alcune che non suoniamo da decenni. Abbiamo anche dato un’occhiata online per vedere cosa la gente vorrebbe sentire, e abbiamo selezionato un bel po’ di brani. Sarà un bel lavoro, perché prima di tutto dobbiamo comunque suonare due ore e mezza, e fortunatamente abbiamo già venduto tutte le date nei palazzetti più grandi. Ma per fortuna siamo riusciti a prenotare anche una seconda e a volte una terza serata, e qui nasce un altro problema: ci sono tante persone che comprano due o tre biglietti per lo stesso palazzetto, quindi dobbiamo dare loro la possibilità di ascoltare qualcosa di diverso, non lo stesso show che hanno già visto il giorno prima. Questo significa che dobbiamo preparare almeno mezz’ora in più, quindi i ragazzi stanno ora preparando più di tre ore di concerto in sala prove. Michael e io penso saremo in sala prove tra due settimane e mezza, quando la band sarà pronta da poterci cantare insieme, perché come sappiamo, quando i cantanti “urlano” sulle basi, i piccoli errori che ci sono sotto non si sentono più. Quindi penso sia stata una buona decisione, come avevamo fatto l’ultima volta: lasciare che i cantanti restino fuori dalle prove e far preparare i musicisti fino a quando tutto suona bene e tutti sanno cosa fare. Sì, c’è tanto lavoro per i ragazzi, tantissimo per la batteria – non invidio il nostro batterista – ma dovrebbe venire uno show fantastico. L’obiettivo è coprire davvero quattro decenni di metal a 360 gradi. Sto studiando già la scaletta e ho già iniziato a riscaldare di nuovo la voce, e sarà divertente. L’ordine dei brani è fantastico. Ovviamente ci serviranno i primi tre o quattro concerti per rifinire tutto, ma nel complesso sembra perfetto. E ci saranno un sacco di sorprese, te lo assicuro.

Non vedo l’ora di vederle e sentirle dal vivo allora. Andi, ti ringrazio per il tuo tempo. Ci vediamo a Milano!

Grazie a te per questa intervista. A presto.

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