Romanziere, musicista, responsabile di una nuova casa editrice, la Crash Edizioni, e soprattutto nota penna saggistica in ambito musicale: questo è Mariano Fontaine, la cui opera di prossima pubblicazione, “Abominium – Storia Del Death Metal Italiano [1986-1993]”, costituisce soltanto il primo volume sulla storia della scena death nostrana che si concluderà in estate con l’uscita del secondo tomo. Un uomo poliedrico e dalle mille sfaccettature, capace, attraverso una scrittura coinvolgente e il minuzioso utilizzo delle fonti, di catapultare il lettore all’interno di un panorama estremo intriso di passione e desiderio incontenibile di suonare. Del libro e di molto altro si discute nell’ampia intervista con l’autore: buona lettura e lunga vita all’underground!

Ciao Mariano, benvenuto sulle pagine di SpazioRock. Come stai?

Bene, grazie. Devo dire che ogni volta che per un’intervista devo collegarmi con Zoom oppure con altre piattaforme che non ricordo mai come si chiamano emerge il vecchio boomer (ride, ndr). Inizio veramente a svalvolare, è un po’ un manicomio, però alla fine ci riesco, vedo che anche la risoluzione grafica e l’audio sono ottimi. Possiamo cominciare.

Allora, prima di parlare del tuo nuovo libro di prossima uscita, vorrei soffermarmi un attimo su “Infernum Metallum – Storie E Leggende Del Black Metal In Italia”, un saggio del 2022 che, per la prima volta, ha messo sotto la luce dei riflettori la scena nera nostrana.

Sì, “Infernum Metallum” è il libro che mi ha fatto conoscere a livello nazionale. Malgrado resti un prodotto underground, è quello che mi ha permesso di uscire fuori dall’underground stesso. Questo “successo” è stato anche merito dell’operato della Tsunami Edizioni, che all’epoca fece un lavoro promozionale di tutto rispetto. Ormai sono conosciuto non per il Mariano che aveva il negozio di dischi Crash a Cassino, non per il Mariano che suonava negli Housebreaking, ma per il Mariano di “Infernum Metallum”.

Immagino che con Cristiano Mastrangeli, il co-autore dell’opera, abbiate svolto sia un’enorme operazione di scrematura per la selezione delle band da includere sia un grosso lavoro sulle fonti da impiegare.

Assolutamente. Con Cristiano ho lavorato su vari libri e uno di quelli che è venuto meglio è stato proprio “Infernum Metallum”, opera per la quale è stata necessaria una lunga scrematura in merito alle formazioni da inserire. Ora non ricordo esattamente i numeri, visto che cominciammo a lavorarci su in piena pandemia, nel novembre del 2020, ma grazie a The Metal Archives, che rappresenta veramente la Bibbia per ogni metallaro che abiti sulla faccia della Terra, mi sembra che contammo dalla nascita del genere fino all’alba del nuovo millennio una cosa come duemila band. Una delle prime azioni da noi intraprese fu quella di rivedere le fanzine dell’epoca. Sai, sia io che Cristiano nasciamo come vecchi fanzinari, iniziammo nel 1993 con la ‘zine Grief a scrivere e a divulgare il metal, e dunque ci sembrava giusto dare un tributo, nel libro, a quei gruppi primordiali che allora erano all’avanguardia, erano dei veri pionieri del black metal, entrando così a far parte della storia del genere. Ci sono due o tre gruppi di cui abbiamo incluso l’unica demotape perché fondamentale: a questo proposito, ricordo i De Occulta Philosophia e i Tenebrae Oboriuntur, band che a quel tempo aveva realizzato solamente una demo e un mini-cd. Durante la stesura del libro abbiamo poi preso come punto di riferimento per ciascuna band il raggiungimento di tre album al fine di dare una sorta di continuità alle band stesse, considerato che arrivare al terzo disco non è mai facile, anzi, è una cosa abbastanza difficile. Quindi decidemmo una struttura complessiva, divisa cronologicamente in cerchi di ispirazione dantesca, che alla fine è risultata pure vincente, visto che il libro ha riscosso il proprio “successo” nel mondo underground. E arrivare a portare il black metal nostrano nelle librerie di tutta Italia è stata una soddisfazione immensa.

I vari gruppi interpellati sono stati tutti molto disponibili o avete trovato delle resistenze?

Guarda, sono state tutte molto cordiali, aperte, parecchio predisposte al libro, forse perché io e Cristiano, conoscendo bene la scena black metal, ma non facendone effettivamente parte, siamo riusciti a eliminare tutto quel clientelismo che ancora oggi caratterizza il panorama italiano. La cosa buona che ti posso dire è che ovviamente abbiamo trovato persone oramai molto mature, d’età più o meno come la nostra, e che ricordano molto positivamente quei tempi, e questo va in contrapposizione con ciò che poi trovavamo sulle fanzine. Lì si scannavano a vicenda, si insultavano in maniera pesante e qualcuna di queste diatribe l’abbiamo riportata fedelmente all’interno del libro, tipo il litigio verbale tra Fabban degli Aborym e Lord Verminaard di From Depths e Ugluk, i due se ne sono dette davvero di tutti i colori. D’accordo con Tsunami, abbiamo deciso di riportare la pagina della fanzine Danza Macabra, in cui Fabban, che ne era il responsabile, si scagliava contro l’avversario: in questo modo siamo riusciti ad avere la testimonianza diretta di ciò che accadeva all’epoca. Quindi c’è questa sorta di doppio racconto, da una parte le violente discussioni dell’epoca e dall’altra un oggi nel quale i protagonisti di allora sono tutte persone mature, l’ormone è ormai andato a farsi benedire e sono tutti parecchio più tranquilli rispetto ai comportamenti di una volta e, tranne sporadici casi, sono stati tutti molto contenti del libro. Ti posso dire che sono rimasto un po’ deluso del dopo, visto che qualcuno di questi gruppi non ci ha nemmeno ringraziato per essere finito sul libro, però li contiamo sulle dita di una mano. L’ambiente era abbastanza particolare, se vogliamo, e dunque la misantropia comunque, l’essere misteriosi, l’essere elitari, sono aspetti che sopravvivono ancora adesso. Qualcuno ci ha anche chiesto dei perché e dei per come su altre formazioni, ma non posso entrare nei particolari perché altrimenti partiamo con altre tarantelle che poi non si sa dove si va a finire, soprattutto a livello social. I social sono diventati una fogna e dobbiamo cercare di usarli nella parte più pura e buona della sua essenza, cioè divulgare, farsi conoscere ed evitare qualsiasi tipo di problema.

Rituffiamoci nel presente e al fatto che il primo volume di “Abominium – Storia Del Death Metal Italiano [1986-1993]” sia la pubblicazione inaugurale di Crash Edizioni, di cui sei il responsabile. Possiamo considerare un vero e proprio atto di coraggio aprire i battenti di una nuova casa editrice?

Diciamo che sono un eterno sognatore, questa è la prima e forse anche la questione principale, quindi nel momento in cui poi mi metto in testa una cosa cerco di farla mia e di arrivare a degli obiettivi. Ci tengo a dire – e l’ho scritto su un post – che personalmente non ho nessun tipo di attrito con la Tsunami, visto che da qualche parte mi erano arrivate delle voci un po’ strane. Effettivamente, devo dire che il progetto di “Abominium” era in origine nato dietro il consiglio del boss della Tsunami Max Baroni, che mi chiese se avessi voluto scrivere un libro sul death metal italiano. Poi avemmo delle visioni diverse sulla copertina e sul fatto che avrei dovuto rimpicciolire tantissimo il libro, e quest’ultimo era uno scoglio bello pesante da superare. Di “Abominium” usciranno infatti due volumi di 340 pagine e condensare tutto in un unico tomo non lo reputavo giusto. Aggiungiamoci pure il fatto che, siccome sono un sognatore, spero di riuscire ad abbandonare, negli ultimi dieci anni della mia vita lavorativa, il mio attuale posto di magazziniere per poter assumere il ruolo dell’editore a tempo pieno. Vedi, rientra sempre nel mondo dei sogni questa cosa. Per cui, oltre ad “Abominium”, che secondo me è un libro validissimo e in stile “Infernum Metallum”, di cui ho ripetuto la struttura, ci siamo pure accaparrati “Your Heaven, My Hell – How Heavy Metal Saved Me”, la biografia di Mille Petrozza dei Kreator, cosa che secondo me è un grande punto d’arrivo. Altro aspetto che mi ha fatto scegliere di mettere su una casa editrice è che molte biografie estere in Italia non vengono più stampate. Sono tanti anni che parecchie non ci sono. Io ho quasi tutta la collezione Tsunami e, tranne i gruppi mainstream, quelli più grossi intendo, dell’underground c’è un po’ poco. Per cui cercherò di portare avanti questo tipo di discorso. A mio parere è inutile pubblicare la biografia di Axl Rose, degli AC/DC, degli Iron Maiden, non è questo lo spirito di Crash Edizioni. Lo spirito di Crash Edizioni è di rimanere indipendenti e di riuscire a portare in Italia i titoli esteri che sono rimasti comunque underground. Perché è vero che i Kreator non possono essere definiti più underground da almeno due decenni, forse tre, però non sono neanche mainstream, quindi appartengono alla nomenclatura di tutti quei gruppi che vivono in quel limbo che deve essere portato alla luce pure in Italia. Ancora non ti posso annunciare altri titoli perché sono in trattativa con tre o quattro case editrici estere conosciute, non posso dirti nulla fino a quando non si arriva a qualcosa di concreto. L’intento di Crash Edizioni è portare l’underground su un livello diverso, vediamo se i lettori lo permetteranno. Il bacino c’è perché stiamo parlando di prodotti che non interessano ai ragazzini, bensì a gente di una certa età che è vero che è alle prese con le bollette, i figli, i nipoti, gli impegni, però sono persone che comunque lavorano e quindi i soldi per poter acquistare un’opera in libreria o online li ha. Tutti questi aspetti mi hanno spinto a decidere di partire con Crash Edizioni.

A quanto ho potuto vedere, ancora non esiste una data di uscita precisa per “Abominium – Storia Del Death Metal Italiano [1986-1993]”. CI sono novità in merito?

Sì, sto solo aspettando che il distributore, Messaggerie Libri, quindi il più grande distributore di libri che c’è in Italia, mi dia il lasciapassare per poter partire con la promozione, anche perché solitamente la promozione di un libro avviene tra i quattro e i sei mesi prima dell’uscita. Con “Abominium” vorrei uscire verso aprile e sto aspettando, proprio in questi giorni, l’ok per la prima settimana di quel mese. Sarebbe un po’ prima, diciamo, del solito tempo che richiede una promozione di un libro, però io voglio farlo uscire, questo benedetto libro lo voglio vedere fuori. Il 3 marzo partiranno i preorder per la limited edition, saranno disponibili centoventi copie certificate e numerate a mano, con t-shirt acclusa e una copertina diversa rispetto alla versione “normale” di “Abominium” e opera di Nick Curri dei Funeral Oration. Sono molto fiducioso sul buon esito dell’operazione. Certo, la casa editrice è nuova, però il mio nome è conosciuto nell’ambiente. Poi le band death hanno risposto in maniera ancora più totale dei gruppi black metal. Saranno più o meno, mi sembra, cento gruppi che sono riuscito a selezionare e ho preso come riferimento della scena il periodo che va dal 1986 al 2000 e, secondo me, è uscito un bel lavoro. La struttura, ripeto, è molto simile a quella di “Infernum Metallum” e l’ho adottata di nuovo non soltanto per il fatto che è stata gradita ai lettori, ma perché piaceva anche a me. Quindi sono molto fiducioso e sono molto preso, è una cosa che mi galvanizza e che a cinquantasei anni non è un aspetto di poco conto. Più andiamo avanti con l’età, più sono poche le cose che ci danno quell’energia, quella spinta. Ci tengo particolarmente, quindi vediamo come andrà.

Visto che, come hai detto, la struttura di “Infernum Metallum” e “Abominium” è la medesima, ritroveremo anche per le band death l’analisi del loro background politico e sociale?

Allora, diciamo che le differenze ci sono e la domanda è bella perché sposta il discorso sul sociale e sul politico. Senza entrare proprio nella parte politica perché non mi va, devo dire che dal punto di vista personale i gruppi death metal sono stati molto più alla mano, non dico più cortesi perché pure gli artisti black lo sono stati, ma ho notato più affinità con il sottoscritto. Non so, forse gli artisti black metal stavano un po’ sempre sulle loro, sempre sospettosi, invece tutti gli artisti death metal si sono rivelati molto più affabili, anche perché molti di loro li conosco meglio dei gruppi black metal. Che dirti, questo è successo con gli Undertakers di Enrico Giannone, musicista patron della Time To Kill Records e della Kick Agency che, tra l’altro, cura tutto il Rock In Roma. Quando ancora avevo il negozio, organizzavo i miei stand dove lui allestiva i concerti, tipo all’Alpheus e al Circolo Degli Artisti di Roma. Suonando in giro ho conosciuto i pugliesi Cruentus e i Natron di Bari, per cui con molti di questi gruppi c’era un rapporto di amicizia che andava indietro nel tempo. Poi “Infernum Metallum” ha comunque sdoganato il mio nome, di conseguenza ho trovato molto più facile organizzare le interviste con i gruppi death metal, questo senza nulla togliere ai gruppi black.

Quali sono gli aneddoti più significativi che le band hanno condiviso con te e che ci puoi anticipare?

Soprattutto nel primo volume di “Abominium”, si avverte il sentore dell’amatoriale nell’operato delle band. Come dirti, ci sono molti aneddoti di ragazzi il cui unico desiderio era quella di suonare. Insomma, si sente la voglia di suonare e di condividere. I Calvary riferiscono di quando in Sardegna si facevano chilometri per dormire nei sacchi a pelo ai concerti death metal, e magari poi il proprietario dei locali li cacciava pure perché facevano troppo confusione. Altri raccontano di quando si esibirono in un centro sociale e rimasero chiusi lì dentro perché il giorno dopo si erano dimenticati di andarlo ad aprire, ci sono storie di gruppi che si perdevano in strada, soprattutto in Europa, perché senza Google Maps e solo con una cartina geografica in mano erano unicamente capaci di girare a vuoto, altri ancora riportano di aver suonato su un’impalcatura in un cantiere. Un musicista racconta che, durante il servizio militare, scappò dalla caserma per andare a suonare con il gruppo e poi riuscì a rientrare di notte prima della sveglia mattutina saltando il muro vicino. Sono tutte cose che oggi strappano sorrisi, ma che ti fanno capire quanto fosse grande, all’epoca, la voglia di suonare e che attualmente, non so perché, sembra scomparsa in un mondo di cover band che io purtroppo odio. Il mio caro amico Mirko Cascarino del Metropolis, uno storico locale nei pressi di Cassino, organizza tante belle cose, ma ovviamente vive anche grazie alle cover band e io non ce la faccio proprio ad ascoltarle, quindi devo declinare ogni invito. È più forte di me.

Credi che questo proliferare di cover band sia legato a una mancanza in Italia di una scena black e death omogenea capace di indirizzare e compattare certe tendenze estreme? E forse questa carenza è anche un po’ colpa nostra?

Non so se è anche colpa nostra, forse lo è in parte, ma la mia impressione è che si tratti di una grave mancanza culturale, e l’ho scritto pure in chiusura del secondo volume di “Abominium” che uscirà a luglio. Ho svolto un’analisi in cui si evidenzia il fatto che molti gruppi death italiani hanno fatto delle tournée negli Stati Uniti, dunque sono molto conosciuti non soltanto da noi, ma anche all’estero. Il problema è che non abbiamo un’identità nostra, non siamo riusciti a creare una scena death metal come è successo in Florida o in Svezia. Noi non l’abbiamo, è tutto sempre molto frammentato, tutto molto fatto amatorialmente e senza alcuna professionalità. E anche quando era presente, la professionalità non ha mai unito i gruppi e non esistono oggi scene estreme riconoscibili. Tu lo sai benissimo, c’è la scena norvegese, c’è la scena svedese, in Italia c’è una scena, ma non è distinguibile, sono tutti gruppi che fanno cose diverse l’una dall’altra. E questo poi comporta una mancanza di stimoli verso delle nuove leve che trovano più facile suonare le cover perché trovano ingaggi migliori, così va oggi. Io ricordo che quando ero ventenne, prima di aprire il negozio, avevo una piccola distribuzione, scambiavamo e compravamo demo da tutte le parti. I primi anni del death metal in Italia erano caratterizzati da un continuo scambio di prodotti, un tape trading allucinante. Io avevo voglia di sentire le band che suonavano, avevo voglia di recensirle, avevo voglia di trasmettere agli altri la mia passione. Questa cosa non la vedo da ormai troppo tempo, saranno quindici anni che non esiste più. Si va a vedere la cover band, ma se suona un gruppo nuovo, e parlo soprattutto dei ragazzi, si sente dire: “Che palle non mi va di sentirli, è meglio che vada a sentire la cover band”.

Hai delle soluzioni in merito?

Sinceramente non lo so, non c’è nessuno spirito paragonabile a quello che spingeva i giovani a suonare sopra a un’impalcatura. Chi lo farebbe oggi? Nessuno, oggi pretendono di avere il fonico a disposizione, vogliono tutti i suoni belli, i suoni precisi. Una volta portavo l’amplificatore da casa, attaccavo il jack e suonavo. Quello è l’underground, così abbiamo cominciato tutti e pure i gruppi grossi suonavano così. Forse non siamo riusciti mai a essere solidali veramente tanto tra di noi, sta di fatto che tutto quello che stava nascendo nella prima metà degli anni ‘90 alla fine del decennio si è perso. Era sbagliato anche il fatto di ritenere che ascoltare metal fosse una moda e che quindi fosse destinato a non sopravvivere, io non l’ho mai vista così, sono arrivato quasi a sessant’anni, voglio dire, e continuo a essere un metallaro. C’è chi ci crede ancora in determinate cose, per molti altri magari il metal era solo un modo per evadere dalla realtà, per contestare, non te lo so dire.  Il fatto è che non siamo riusciti a dare nessun seguito a quello che stava nascendo.

E del fenomeno Fulci cosa pensi allora? Sono una mosca bianca in un contesto italiano così sfilacciato?

Mi piacciono, ma non li conosco di persona. Ti posso dire che hanno alle spalle Enrico Giannone, un discografico oramai che conosce molto bene tutto il settore, si è fatto il nome, e dunque i gruppi che stanno con lui e che vogliono crescere hanno tutto per poterlo fare. Non so esattamente bene tutto di loro, ma mi sembra che stanno pure per fare, o hanno già fatto, una tournée negli Stati Uniti, suoneranno pure in dei festival, quindi sono stati secondo me bravi a sfruttare la scelta del moniker Fulci e nel mettere nella propria musica delle particolarità che hanno consentito loro di uscire fuori dall’underground. Delle loro soluzioni musicali a me piacciono, per cui non ci vedo nulla di male. Un artista conosciuto della scena, intervistato sul primo volume di “Abominium”, ovvero Gianluca Molè dei Glacial Fear, gruppo storico di Catanzaro, diceva che se qualcuno esce dall’underground è un bene per tutti perché potrebbe trainare anche altre band a fare lo stesso. In teoria dovrebbe essere così, ma in pratica non è mai esistito nulla del genere, eppure come spirito c’è, come obiettivo c’è, quindi è bello vedere gruppi che salgono di livello e imboccano la strada buona per poter vivere di musica. È bello vedere i ragazzini che hanno le magliette dei Fulci, non solo dei Morbid Angel o dei Cannibal Corpse. Pure qui a Roma mi è capitato di vederne parecchi che avevano la maglietta dei Fulci anche durante dei concerti in cui la band campana non suonava. Anche per il logo giusto ci vuole un po’ di cura e ci vuole chi ti spinge, e loro hanno trovato tutti gli elementi giusti, il mix perfetto. Io sono felice per loro e sono contento che continuino ad andare così bene perché potrebbe essere una cosa positiva per tutta la “scena”.

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Dalle preview di “Abominium” e dai gruppi che hai citato sopra, sembra che il death metal italiano abbia delle profonde radici più al Sud che al Nord dell’Italia. Mi confermi questa impressione?

La domanda è molto pertinente e devo dire che non ci avevo mai pensato. Per “Infernum Metallum” dissi a Cristiano che avrei dovuto inserire un paragrafo dove si parlava proprio di questa cosa, cioè di tutti i gruppi black metal che venivano dal Nord, che è la zona più industrializzata del paese. Anche perché al Sud non c’era nessuna industria. Io sono stato uno di quelli che ha organizzato un festival, la terza edizione dello Stormrock, nei pressi di Cassino, città dove abito, nel 2003. C’erano Theatres De Vampires, Ciaff, ho raccontato tutto nel libro. Il giorno dopo la kermesse venne il prete a benedire il posto, poi siamo stati convocati in Comune, che tra l’altro ci doveva dei soldi, e il capo dei vigili urbani ci ordinò che non potevamo muoverci da lì. “Che autorità hai tu come vigile?”, gli dicemmo. Lui rispose: “Voi non vi dovete muovere da qui perché dobbiamo approfondire determinate cose”. Abbiamo pensato che ci avrebbero pure arrestati per vilipendio alla religione. Calcola che il festival è stato organizzato in un paesino della provincia di Frosinone, Pignataro Interamna, vicino c’è Montecassino e tutta la zona del basso Lazio è impregnata di una visione della vita molto religiosa. Il Sud è così, immagina a fare black metal in Meridione, nonni e parenti impazziscono. Però effettivamente molti gruppi death metal sono nati al Nord, ma moltissimi sono nati proprio al Sud. Se mi dici una regione sociale non te la so dare. Sicuramente perché c’è gente che è incazzata. Quello che è uscito fuori dalle interviste è che avevi poco da fare. Se li senti, chiunque ti dice che al Sud non c’era un cazzo. In alcune città o ti drogavi oppure ti mettevi a suonare e ti ribellavi a tutto quello che ti circondava. La droga, la prostituzione, la malavita, il death era una sorta di rifiuto a quel tipo di strutture sociali che c’erano. Sul perché si sia sviluppato effettivamente più al Sud che al Nord, ecco, io questa cosa la approfondirò perché è una buona domanda. Mi piace sempre andare a fondo su tali questioni. Così come fu per il libro sul black metal, per il quale provai a vedere sulla carta geografica quanti gruppi ci fossero al Nord, e li trovai soprattutto nelle zone industrializzate. Perché poi nelle zone industrializzate? Non lo so. Mi sono dato delle spiegazioni, ma sono delle congetture che rimangono mie. Le ho messe sul libro, ma secondo me era proprio un rifiuto a quel tipo di mondo che si andava costruendo davanti a loro. Al Sud forse la musica diventa meno elitaria e più arrabbiata, quindi più spostata verso il death metal, anche perché molti gruppi death metal si ispiravano alla scena statunitense, quella più pesante, mentre il death svedese arrivò più tardi. Questa potrebbe essere una spiegazione, ma ti dico che andrò a fondo alla cosa perché a me queste cose piacciono, e quindi voglio sentire pure i diretti interessati che mi hanno risposto alle domande, benché molti già lo dicano sul libro. Erano incazzati e l’unico sfogo era suonare. Mi hai dato un buono spunto per poter fare un intermezzo, ci penso se metterlo nel secondo volume, grazie.

Ascolta, Mariano, ma Cristiano Mastrangeli ha collaborato alla stesura di “Abominium”?

No, questo l’ho scritto tutto io perché con Cristiano l’ultima volta abbiamo lavorato su “Trash ‘Em All – 1979-1991: L’Epopea Della Bay Area”, che è uscito per la Tsunami lo scorso ottobre. Tu calcola che “Trash ‘Em All” ha una storia iniziata molti anni fa. È uscito dopo tre anni di attesa, era pronto ancora prima che io realizzassi la biografia degli Aborym da solo. I ragazzi della Tsunami scelsero di pubblicare “Aborym – Cultura Del Chaos” invece di “Trash ‘Em All”.  Trattandosi dunque di roba vecchia, con Cristiano non scrivo più nulla da tre anni. Lui disse che non ce la faceva più per motivi personali, per cui questa collaborazione durata tantissimi anni è terminata.

Come vi dividevate il lavoro, anche per quanto concerne i romanzi che avete scritto?

Sì, abbiamo collaborato in vari romanzi, io li scrivevo e poi lui li correggeva tipo editor. Li aggiustava, dava a loro più enfasi. Questo era il ruolo di Cristiano, tranne che su “Trash ‘Em All” e “Infernum Metallum”, nei quali ha partecipato attivamente attraverso delle schede scritte di persona. Per esempio, su “Trash ‘Em All” tutte le schede delle band minori le ha curate lui. Poi ha deciso di non proseguire, per esigenza e per scelte, calcola che vive in Sardegna ormai da vent’anni. È stato un amico quasi di infanzia, ci conosciamo da un trentennio, abbiamo pure suonato assieme. Certo, molte volte bisticciavamo perché è giusto che due persone che sono amiche litighino sulla struttura di un libro, è normale. Ovviamente, mi è dispiaciuto non avere più la spalla di Cristiano perché eravamo, come dico sempre, supercollaudati, ma la vita deve andare come deve e quindi va bene così.

Hai parlato di “Aborym – Cultura Del Chaos”, un libro uscito lo scorso anno e che racconta la storia di una delle band italiane fondamentali in ambito estremo e non. Come è stato lavorare con il mastermind del gruppo Fabrizio Giannese, alias Fabban? Gli Aborym sono un terreno sempre scivoloso …

Sì, poi soprattutto se si parla degli Aborym, immagino li abbia vissuti anche tu quegli anni legati al black metal, le uscite di “Kaly Yuga Bizzarre” e “Fire Walk With Us”, insomma quella roba lì. Per me, sono degli album fondamentali dell’intera scena. Fabban mi disse: “Mi hanno proposto da varie parti di lavorare alla biografia degli Aborym, tu hai scritto “Infernum Metallum” ed è venuto fuori benissimo. Ti va di scrivere la biografia degli Aborym?”. Gli ho risposto di sì, ovviamente, e ho chiesto subito a Cristiano se avesse voluto contribuire, ma mi disse che non aveva tempo e non se la sentiva, tagliò così e quindi me la sono vista io di persona. È molto cambiato rispetto al Fabban che scriveva sulle fanzine e su Metal Shock. A quei tempi era un ragazzino ed era un tossico, lui lo ammette francamente, e poi, soprattutto, era passato da essere colui che leggeva le interviste a stare in prima linea. L’esplosione degli Aborym lo fece andare fuori di testa e il fatto che fosse conosciuto anche come giornalista lo spinse a farsi prendere un po’ troppo la mano. Come ha confessato in un’altra intervista, è stato anche vittima del personaggio Fabban. Per fortuna soltanto gli stolti non cambiano idea e lui ha rivisto tantissime cose. Dunque ti posso dire che ho trovato una persona equilibratissima e gentile, con cui sto molto bene assieme. Ho lavorato con lui e l’ho fatto in qualche modo arrabbiare, specialmente quando dovevo andare a scavare su delle cose molto personali, era necessario. Mi diceva: “Mi hai rotto il cazzo, non ce la faccio più”. Mi ha odiato un po’, però poi il prodotto è uscito bene e lui è rimasto decisamente contento di tutto. Lavorarci è stato molto più semplice di quello che all’inizio pensavo pure io, anche perché lui già si era fatto tutto uno schema di come far funzionare il libro. Già aveva un sacco di roba scritta, con dentro parecchi aneddoti che ho dovuto mettere più o meno in ordine. Poi alla sistemazione definitiva ha pensato la Tsunami, anche perché io, nella prima stesura, raccontavo le cose andando avanti e indietro nel tempo, mi piaceva molto. Una struttura narrativa tipo quella di “Dark”, la serie trasmessa da Netflix.

Una struttura cronologica interessante …

Sì, ma la Tsunami è molto ligia verso certe cose e ha rimesso tutto in perfetto ordine cronologico, benché a Fabban piacesse pure la prima versione della biografia. Ripeto, ho trovato una persona simpaticissima. Lo so, potrebbe non sembrare da fuori, ma quando passi una serata con lui, come mi è successo qualche settimana fa, ti strappi dalle risate, soprattutto quando ti racconta aneddoti fuori dal comune. Alcune di queste storielle l’abbiamo dovuta espungere per forza dal libro perché erano troppo forti, ma la maggior parte ci sono. Ed è stato un bel viaggio, infatti sono contento che gli Aborym ora siano tornati a scrivere materiale nuovo ispirandosi ai loro primi anni di attività. Se legge l’intervista, Fabban deve sapere che è un grandissimo stronzo perché non mi ha fatto ancora sentire i nuovi brani (ride, ndr), ma ti posso anticipare che, a quanto ho capito, torneranno sul black metal, faranno una specie di combo tra “Kali Yuga Bizarre” e “With No Human Intervention”. A dire il vero, una sera che suonarono i Necrodeath qui a Roma Fabban mi disse che aveva i primi mix e se li avessi voluti ascoltare. Gli ho detto di sì, poi me ne sono dimenticato. Dovevo insistere, capito? Ma porca puttana! (ride, ndr).  Anche perché non me l’aspettavo che tornassero a fare black metal, invece ha deciso così, e io gliel’ho detto sempre che il primo periodo degli Aborym è stato anche quello più bello.

Effettivamente è così, soprattutto in “Kaly Yuga Bizarre” e Fire Walk With Us” mai il black metal italiano è stato così originale e internazionale.

Ma sì, è verissimo. Allora, che il suo spirito sia legato a Marilyn Manson e all’industrial, è così, non ci piove, però un’altra parte del suo spirito affonda le radici nel black metal. Per registrare delle cose si inventava di ogni e per capire che cazzo faceva ho perso delle giornate intere con lui. Dicevo: “Scusa Fabri, ma come fai a creare questo suono?”. Lui prendeva e campionava i suoni di rame, aveva dei macchinari particolari di cui non mi ricordo il nome e da cui estrapolava dei suoni a dir poco originali. Ha un laboratorio a casa sua, dove sono stato, di cui non ho capito un cazzo in mezzo a tutti quei cavi, è una cosa allucinante, però ribadisco che la parte più originale degli Aborym si trova sicuramente nei primi album. Una cosa che non sta scritta sul libro, ma che ti posso rivelare, è che su “Kali Yuga Bizarre” non c’è il logo degli Aborym, c’è soltanto una scritta perché Scarlet Records bocciò l’idea del logo elaborato in quel modo. La label disse che doveva essere leggibile, altrimenti il disco non avrebbe venduto. La band accettò, ma poi per “Fire Walk With Us” pretese che fosse messo il loro logo perché era più bello così.

Spostiamoci sul Mariano musicista e sul concerto che il 9 maggio i tuoi Housebreaking terranno al Metropolis Live Club di Piedimonte San Germano, in provincia di Frosinone. Cosa ti ha spinto a volere una reunion, benché per un’unica data?

Allora, mentre lavoravo su “Abominium”, ho incontrato un gruppo, i Coram Lethe, che si riunivano per suonare tutto il primo album nella formazione originale, un concerto e basta, stop. Siccome nella vita con gli Housebreaking abbiamo avuto varie fasi, varie vite e sono usciti due album, uno con una formazione e uno con la line-up completamente stravolta, mi andava una reunion. Non me ne vogliano quelli della seconda line-up, in cui suonava il mio compare di nozze, ma con la prima formazione mi sono divertito molto di più e abbiamo anche suonato molto di più. In un anno riuscimmo a fare settantacinque date, tutte organizzate da me e che ci ha permesso di girare l’Italia: abbiamo suonato al Calabria Metal Inferno, a Milano, al Demodè Club con i Napalm Death e con gli Entombed al Traffic, insomma furono tre o quattro anni veramente intensi. Durante tutto questo tempo abbiamo litigato e poi ci siamo riappacificati e così ho detto: “Ma vogliamo chiudere la nostra storia quindici dopo l’avvio con un bel live al Metropolis?”. Li ho trovati tutti molto entusiasti di questa cosa e abbiamo fatto già delle prove, ci siamo divertiti moltissimo, è stato come se non fosse passato un giorno, ma sono passati comunque tre lustri, certo non posso più scapocciare perché tre ernie alla cervicale non me lo permettono più. Tuttavia c’è stato molto coinvolgimento, quindi sono contento di chiudere la nostra storia.

Hai mai pensato, anche solo per un secondo, di ritornare a scrivere nuova musica con gli Housebreaking?

Guarda, un pensierino di poter continuare l’avevo fatto, ma non riuscirei a portare avanti la cosa perché la casa editrice assorbe praticamente tutto il mio tempo e tutte le mie energie. Come lavoro principale faccio il magazziniere, quindi con la casa editrice che voglio far crescere dovrei trovare dello spazio che non avrei. Se vuoi fare brani nuovi li devi provare per bene, non voglio fare le cose arrangiate. I nostri album li abbiamo registrati ai 16th Cellar Studio di Stefano Morabito, un luogo dove hanno registrato, tra i tanti, i Flashgod Apocalypse, quindi i due prodotti sono entrambi buoni; il secondo lavoro, “Against All Ods”, uscì addirittura per Bakerteams Records, che era sotto il patrocinio della Scarlet Records. Insomma, per suonare e produrre musica di un certo livello ci vuole del tempo, giusto per farla è meglio che non la faccia. Ma voglio togliermi questo sfizio il 9 maggio, quando spero ci siano tutti i ragazzacci che venivano a vederci una volta, erano proprio parecchi. Ricordo che organizzai una serata con cinquecento partecipanti con il biglietto all’ingresso, dalle nostre latitudini sono cifre esorbitanti, eppure ci riuscimmo e spero per Mirko del Metropolis che il concerto vada super bene. Molti di quei ragazzacci sono emigrati e vivono all’estero per lavoro e purtroppo si è sfaldato un po’ tutto, però ci vuole un’ultima serata, un revival in cui suoneremo pezzi che non abbiamo fatto più per anni e che ho dovuto reimparare da capo perché non li ricordavo. Nel 2013 è uscito un mio libro, sempre in collaborazione con Cristiano, ovvero “Non siamo rockstar. La storia di una heavy metal band”, in cui ho raccontato tutte le vicissitudini che capitano a chi suona su e giù per la penisola; partivamo con l’auto e tornavamo ad alba inoltrata, una volta capitò di tornare alle sette del mattino, alzarmi e andare a lavorare. In quest’ultimo caso avevo già quarant’anni, quindi era bello pesante, ma volevi suonare, era la cosa principale ed è stato decisamente molto bello. Pertanto si deve chiudere un cerchio, lo feci la prima volta scrivendo quel libro dove racconto tutte le peripezie di una band underground e lo farò una seconda, in via definitiva e degnamente, quando gli Housebreaking suoneranno al Metropolis. Era una cosa rimasta un po’ ferma in un limbo per troppo tempo, secondo me, e dunque andava chiusa.

Invece il Mariano Fontaine autore ritiene che, considerato il grande proliferare di libri sulla musica, il livello della scrittura sia tendenzialmente più basso di un tempo? O credi sia esattamente il contrario?

A mio parere, il livello medio l’ha alzato proprio la Tsunami Edizioni perché cura in maniera maniacale i libri, lo posso dire perché ho lavorato molto con loro. Le altre case editrici non lo fanno, lì si pubblica di tutto e di più, ci sono un sacco di refusi, ci sono molti autori che come hanno consegnato le tavole e i manoscritti così se li sono ritrovati, non ci sono state correzioni o revisioni, e questa è una cosa molto brutta che abbassa la qualità. Tsunami l’ha alzata in una maniera incredibile, per cui non mi si venga mai detto che ne parli male perché per me è impossibile, anzi, per me, fare i libri come la Tsunami è l’obiettivo principale, è un’editoria di classe fatta bene, lo riconosco anche perché so come lavorano le altre realtà e inoltre leggo tantissimo. Per ogni lavoro, poi, la Tsunami effettua una tripla revisione. La prima viene fatta da una ragazza che lavora da casa e che ti controlla per filo e per segno nome e cognome dei musicisti e i titoli di ogni album, e qualsiasi refuso o errore di questo tipo viene corretto. Nella seconda revisione viene controllata la parte cronologica e loro, per linea editoriale, sono molto ligi su questo, come ti dicevo in precedenza a proposito della biografia degli Aborym. Il terzo controllo viene fatto poi da Max stesso che, ti assicuro, è uno dei più grandi rompicoglioni della Storia, ti contesta pure le virgole di un semplice paragrafo e, se non gli piace, si deve trovare la quadra per farlo andar bene. Quindi c’è un triplo controllo sullo scritto, poi capita che ci siano lo stesso dei refusi, ecco.

C’è qualche strafalcione che ti è rimasto particolarmente impresso?

Su “Trash ‘Em All” ci è scappato un gravissimo errore dopo cinque pagine. Invece di “Mental Health” dei Quiet Riot, abbiamo scritto “Metal Earth” che, invece, è un album degli Accept: è saltato a me, a Cristiano, a Max, a tutte le revisioni praticamente. Il refuso scappa sempre, anche così grave. Infatti ho detto: “No, ma come è possibile che Mental Health” sia diventato “Metal Earth?”. Purtroppo capita.  Quindi ti posso dire che l’innalzamento del livello l’ha dato la Tsunami e spero vivamente che i refusi e gli errori non ci siano su “Abominium”. Fino a quando non si mette il libro sul mercato, non si sa mai se è stato fatto bene. Diciamo che ci tengo parecchio e quindi mi auguro non ci siano strafalcioni perché mi incazzerei io in primis. Tsunami rimane l’obiettivo a cui voglio aspirare, è sinonimo di qualità per me assoluta, poi chi dice il contrario dice una cazzata.

Sono d’accordo e ti cito come esempio di qualità “Il Suono Del Dolore – Trent’Anni Di Funeral Doom” di Stefano Cavanna, un libro sull’argomento davvero notevole. Cosa ne pensi?

Mamma mia, ha fatto un lavoro incredibile Stefano, So che lui è un patito del genere, era anche spettatore alla presentazione di “Infernum Metallum” alla Feltrinelli di Genova, ma non sapevo ancora che aveva fatto quel lavorone. Tanto di cappello alla Tsunami che ha creduto nel progetto perché sono libri di nicchia. “Infernum Metallum” è diventato un libro culto in ambito black metal, ma un saggio sul funeral doom significa infilarti proprio nell’underground più totale. Infatti ogni volta che lo sento gli faccio sempre i complimenti. Comunque, sempre per la Tsunami, pure “Sub Terra, Rock Estremo e Cultura Underground in Italia, 1977 – 1998”, sulla cui copertina ci sono Steve Sylvester dei Death SS e il cantante dei Bulldozer AC Wild, fu un librone allucinante sulla scena estrema italiana, curato da Eduardo Vitolo che poi ha scritto anche altri libri, seppur per Arcana. C’è gente che scrive bene e poi il livello secondo me non è sceso, anzi, è abbastanza alto, anche perché io i refusi li trovo pure sui libri di Mondatori. Ogni tanto lo svarione esce fuori comunque.

Mariano, ti ringrazio per il tempo che ci hai dedicato. Ti saluterei con un’ultima domanda: perché i lettori di SpazioRock dovrebbero leggere “Abominium – Storia Del Death Metal Italiano [1986-1993]”?

Allora, innanzitutto SpazioRock è una testata storica di cui ringrazio enormemente l’invito a partecipare con questa intervista. I lettori dovrebbero leggere “Abominium” soprattutto perché non è stato mai raccontato il death metal nostrano in Italia. Nessuno mai prima di “Infernum Metallum” aveva raccontato il black metal in Italia e nessuno prima di me, scusate l’immodestia, ha selezionato cento gruppi death gruppi, contattandoli tutti direttamente e costruendoci su un libro. Mi auguro che “Abominium” piaccia veramente a tutti come è piaciuto a me scriverlo; la copertina inoltre è fantastica, l’ha realizzata il professor Francesco Vignola. Ci tengo ad avere poi un parere tuo personale sia sulla copertina, perché Frank ha fatto un lavoro per me bellissimo, sia sul libro, anche perché vedo che quando racconti le cose scrivi in maniera abbastanza maniacale. Questa è una cosa bellissima, però mi trasmette inquietudine, visto che potresti andare a scovare tutti gli errori (ride, ndr). Comunque spero sia un’ottima partenza per la Crash Edizioni, la prima tappa per arrivare a cose ancora più grandi. “Abominium” mi sta particolarmente a cuore, era necessario che la scena death italiana fosse raccontata per esteso, e ringrazio tutti coloro che avranno la pazienza di sentire le mie chiacchiere sulle pagine di SpazioRock. Un grande saluto.

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