Dopo ben quattro anni da “Omega”, gli Epica sono finalmente tornati con il nono album in studio, intitolato “Aspiral”. Un lavoro in cui la band ha voluto portare diversi cambiamenti e fortemente incentrato sui concetti di rinnovamento e speranza, nella musica, quanto negli argomenti trattati. Di questo e di molto altro, abbiamo avuto modo di parlare con Simone Simons, cantante della band olandese.
Ciao Simone, bentornata su SpazioRock! Il vostro nuovo album “Aspiral” uscirà a brevissimo. Sono passati quattro anni da “Omega” e nove anni da “The Holographic Principle”. Sembra che nella prima parte della vostra carriera riuscivate a pubblicare dischi ogni due o tre anni, mentre ora vi prendete più tempo tra ogni uscita. Come mai? Credi che sia anche a causa degli altri progetti a cui avete lavorato?
Sì, abbiamo pubblicato alcuni EP, come “Attack on Titan” e “The Alchemy Project”. Oltre a questo siamo stati molto in tour e la pandemia ha posticipato di parecchio i tour per “Omega”. All’inizio, in effetti, avevamo quasi una routine di due o tre anni per la pubblicazione di un album, ma ci siamo resi conto che non era sostenibile per noi, avevamo anche bisogno di tempo libero per ricaricare le batterie, comprese quelle creative.
Ogni vostro album ha una sorta di concept e i vostri testi sono sempre legati alla scienza, alla spiritualità e cose simili. Qual è, quindi, l’idea dietro “Aspiral”?
Il nome “Aspiral” deriva da una scultura di Stanislav Szukalski, un artista polacco, e rappresenta il rinnovamento e, in un certo senso, un simbolo di speranza. Con questo album volevamo rinnovarci come band, ma penso anche come persone. Abbiamo anche raggiunto un’età in cui si è un po’ più consapevoli di ciò che si vuole fare nella vita e di ciò che rende felici e, ovviamente, al primo posto c’è la musica. Quindi siamo molto fortunati di poterlo ancora fare e quando abbiamo iniziato a scrivere le canzoni e i testi, “Aspiral” era un titolo provvisorio per una canzone scritta da Rob come un’ode alla scultura vera e propria. Poi ho iniziato a prendere quel messaggio dalla scultura e a metterlo nei testi. Sembrava esserci una sorta di argomento ricorrente, ovvero il fatto che in tempi bui o quando le cose sembrano molto negative, bisogna in qualche modo sforzarsi di non perdere la speranza e continuare a lavorare sodo, non importa se si perde tutto. Questa scultura è stata realizzata in un periodo successivo alla guerra, quindi era un modo per indicare la ricostruzione della società, ma questo concetto può anche essere portato nella propria vita personale, quando si sente il bisogno di cambiare direzione o si è perso qualcosa e c’è il bisogno di reinventarsi. Questo si ritrova anche nei testi ed è un concetto presente anche nell’artwork con delle mani che raggiungono il Sole, ma che allo stesso tempo sono trafitte da esso perché senza lottare non si può arrivare alle cose belle. Bisogna attraversare delle fasi, bisogna affrontare le sfide della vita e bisogna sempre continuare a combattere, non arrendersi e… ascoltare metal [ride, ndr].
Parlando invece della musica, quando ho ascoltato questo disco per la prima volta, sono rimasto molto sorpreso perché è ovviamente un disco degli Epica, ma penso che ci sia qualcosa di diverso. Ci ho trovato influenze dall’alternative metal più moderno e ci sono molte canzoni brevi rispetto ai vostri dischi precedenti. Come avete approcciato il processo di scrittura? Ci sono state delle differenze rispetto ai dischi precedenti?
Sì, in realtà ogni volta che iniziamo a lavorare ad nuovo disco ci piace analizzare l’ultimo album (“Omega” in questo caso), ma abbiamo anche tratto molta ispirazione da “The Alchemy Project”, per il quale abbiamo lavorato con altri artisti, abbiamo sperimentato molto e abbiamo avuto una risposta positiva dai fan e anche da noi stessi. Ci è piaciuto molto quell’approccio dello scrivere musica e incorporare diversi elementi, dargli un piccolo tocco moderno, ma ci sono anche canzoni nell’album che ricordano i vecchi Epica. Quindi è un mix di entrambe le cose, abbiamo cercato di aggiungere nuovi elementi, tipo il fatto di iniziare l’album con una canzone breve senza intro o togliere il nome della band e il titolo dell’album dalla copertina, per lasciare davvero che l’immagine parli da sé. Abbiamo voluto provare qualcosa di nuovo anche perchè se non ti prendi certi rischi o se a volte non cambi un po’, può anche diventare tutto noioso e ripetitivo e noi sicuramente non volevamo andare in questa direzione.
A proposito di queste differenze, una canzone che mi ha impressionato è “Fight to Survive – The Overview Effect”. Mi piace il fatto che abbia diversi elementi, ad esempio il breakdown che ha forti influenze metalcore, ma con l’orchestra. Cosa puoi dirmi di questa canzone e del suo concept? Come avete introdotto il concetto dell’overview effect all’interno del brano?
La musica è stata scritta principalmente da Isaac [Delahaye, ndr], ma comunque ci abbiamo lavorato tutti, facciamo sempre lavoro di squadra. Mark [Jansen, ndr] ha scritto il testo ed è stato uno degli ultimi, stava facendo fatica a buttarlo giù. Mentre ci lavorava aveva la tv in sottofondo e c’erano degli astronauti che parlavano appunto dell’overview effect, di quanto dallo spazio la Terra sia piccola e fragile. Quindi a partire da quello ha fatto diverse ricerche sulla cosa, il punto è che quando qualcuno ad esempio sta viaggiando verso la Luna pensa a quello, ma improvvisamente si rende conto di quanto è bella la Terra da quella prospettiva, quindi riscopri il tuo amore per il nostro pianeta. Ci sono molti astronauti che quando tornano sulla Terra si sentono più connessi ad essa questo è un po’ quello di cui parla la canzone.
È divertente perché il mese scorso anche Steven Wilson ha pubblicato un album intitolato “The Overview Effect”, ovviamente ispirato a quello.
Oh, davvero? Non lo sapevo, ma lo dirò a Mark, così magari ci impazziranno insieme [ride, ndr].
Nell’album ci sono anche tre canzoni della saga di “A New Age Dawns”. Come sono collegate a quelle presenti nei vostri dischi precedenti?
Mark voleva in qualche modo finalizzare quella storia e scrivere le parti sette, otto e nove su questo nono album. Quindi è il termine della saga il cui concept è un forte desiderio che le persone prendano consapevolezza e facciano un cambiamento di coscienza in modo da diventare tutti un grande collettivo, iniziando a prenderci cura di noi stessi, del mondo e della società. Dovremmo essere meno egoisti. Quindi è un desiderio e ancora un messaggio di speranza, sul fatto che c’è ancora molto di buono nel mondo. E penso che sia anche nostro compito mandare messaggi simili, visto che alcuni di noi sono genitori e in generale siamo anche artisti e le nostre voci vengono ascoltate. Quindi possiamo ispirare e far riflettere.

Il mese scorso avete annunciato un tour da co-headliner con gli Amaranthe. Negli ultimi 10 anni avete fatto molti tour da co-headliner con diverse band, quindi immagino che sia qualcosa che vi piace fare. Quali sono i principali vantaggi che comporta questa scelta?
Penso che sia molto divertente suonare in tour con altre band ed è anche una grande opportunità per tutti. Ovviamente, Epica e Amaranthe hanno molti fan in comune, ma è comunque un ottimo modo per avvicinarsi e raggiungere anche un nuovo pubblico. E non è un segreto che Elize [Ryd, ndr] sia una delle mie migliori amiche, era un sacco che volevamo fare un tour insieme. L’unica cosa è che dobbiamo ancora aspettare un po’ perché sarà il prossimo anno, ma ne varrà la pena. E ci sarà anche Charlotte [Wessels, ndr] verrà in tour, che è mia amica anche lei. Quindi, sarà davvero fantastico per me avere persone così strette in tour.
E parlando di concerti, quali sono secondo te i segreti per fare il concerto perfetto?
Penso che lo show perfetto non sia collegato alla quantità di persone o all’allestimento del palco. Il punto è l’interazione con i fan, l’atmosfera della serata… Ovviamente è meglio se la mia voce sta bene, non sono stanca o malata e posso semplicemente godermi il concerto io stessa. Quando vedi che il pubblico si sta divertendo cantando le tue canzoni è una sensazione incredibile e questo può ugualmente accadere ad uno spettacolo con cento persone come ad un enorme festival. Gli show “Symphonic Synergy” che abbiamo fatto sono stati incredibili, ma anche molto faticosi, canzoni lunghe, un sacco di cose a cui pensare, continui cambi di vestiti e così via. Ovviamente è molto divertente, ma ti toglie molta energia, quindi sei meno concentrato sulla performance e sul goderti il momento. Quindi il punto è questo, avere la possibilità di goderti il momento.
A proposito di show particolari, nel 2019 avete fatto alcuni concerti per celebrare il decimo anniversario di “Design Your Universe” e ho due domande a riguardo. La prima è: pensi che succederà anche per altri dischi?
Dipende dalla nostra timeline. Pianifichiamo sempre tutto in anticipo, stiamo riempiendo il 2026, ma sappiamo che nel 2027 ci sarà il nostro 25esimo anniversario e quindi stiamo facendo progetti anche per quello. Quindi insomma, dipende da quanto spazio abbiamo nei nostri programmi per fare show in cui celebriamo un particolare album. Ci hanno anche chiesto di fare concerti con tutti i brani della saga di “A New Age Dawns”. Ci sono tante opzioni, ma in questo momento stiamo più pensando a dei concerti per il 25esimo anniversario. Ma comunque sono contentissima di averlo fatto per “Design Your Universe”, è sempre stato uno dei miei album preferiti e lo è ancora oggi. Ma comunque il tempo vola, ogni tanto vedo che un certo album compie 10 anni e neanche me ne rendo conto [ride, ndr].
Hai un po’ anticipato la mia seconda domanda a riguardo. Mi piacciono tutti i vostri dischi, ma credo che “Design Your Universe” sia il vostro migliore e molti fan concordano su questo. Secondo te perché quel disco è ancora così popolare dopo tutti questi anni?
Credo che sia perchè le canzoni di quell’album siano in qualche modo senza tempo. Ed è stato il primo album con Isaac. Quando è arrivato lui le canzoni erano praticamente finite, ma ha comunque rielaborato molte parti di chitarra, rendendo i pezzi ancora migliori. “Unleashed”, per esempio, è una delle mie canzoni preferite, adoro suonarla dal vivo e non sembra per niente datata. È ancora una canzone che avremmo potuto scrivere per “Aspiral”. Quindi penso che sia lì che sta la magia, molte di quelle canzoni di quell’album sono senza tempo: una bellissima ballata come “Tides Of Time”, la title track, “Kingdom of Heaven”… Ci sono tante tracce incredibili su quell’album.
Sì, sono d’accordo. L’anno scorso invece hai pubblicato il tuo primo album solista, “Vermillion”. Come mai hai scelto di iniziare questo progetto dopo tutti questi anni?
Ho sempre voluto fare un album solista, ma stavo cercando il partner musicale giusto con cui realizzarlo e quello che ho sempre avuto in mente era Arjen Lucassen perché amo il suo lavoro e ne abbiamo parlato molti anni fa, ma all’epoca eravamo entrambi troppo impegnati. Nel 2023 entrambi i nostri programmi si sono un po’ aperti, quindi ci siamo seduti e abbiamo iniziato a fare brainstorming e Arjen ha iniziato a scrivere canzoni per la mia voce, per la storia che volevo raccontare. Senza di lui non ce l’avrei fatta e siamo stati una sorta di reciproca ispirazione per il progetto. È stato molto intenso, contemporaneamente stavamo lavorando ad “Aspiral”. Il 2024 è stato un anno pazzesco, ho completato due album, registrato più di sei video musicali e fatto diversi servizi fotografici e cose simili. È stato un anno molto creativo e sono super felice del risultato finale e del fatto che finalmente ho pubblicato il mio primo album da solista. Ne sono molto orgogliosa e vedremo se ci sarà un giorno una seconda parte, quando avrò tempo ed energia. Ho sempre ispirazione, ma sono anche una madre, ho un figlio. A volte vorrei che la giornata avesse più ore, ma non sono un robot, ho bisogno di ricaricare le energie e purtroppo non posso farlo con la corrente come un robot [ride, ndr]. È anche un bene per una mente creativa a volte staccare il cervello. Ci si sente di nuovo motivati ed energici perché è un processo molto intenso, che chiede molto. Metto tutta me stessa nella mia musica, sangue, lacrime e sudore perché è la mia passione, ma può anche essere estenuante, anche se in un modo positivo.
Come dicevi, ha lavorato con Arjen e se non sbaglio è stata la prima volta che hai lavorato su un intero album in studio con persone diverse rispetto agli Epica. Quindi come è andata da questo punto di vista?
Con Arjen avevo già lavorato sia in studio che dal vivo e mi piace il suo modo di lavorare. È diverso perché con gli Epica siamo tutti noi e il produttore, Arjen invece lavora da solo. Quindi è stato un processo molto rapido, il flusso di lavoro diverso, ma molto rinfrescante. Mi è piaciuto molto anche registrare le voci con Arjen, è andata alla grande. Lui è un perfezionista ma anche un grande motivatore, quindi riusciva sempre a ottenere il miglior risultato da me e abbiamo provato tante cose. Ho cantato tanti cori, seconde voci e ho sperimentato molto con la mia voce, quindi è anche stato molto utile per dare una nuova dimensione alle mie future parti vocali con gli Epica.

Hai detto che se ne avrai la possibilità ti piacerebbe continuare questo progetto, ma per quanto riguarda i concerti? Stai pianificando qualche show da solista?
Non al momento, non è possibile dal punto di vista logistico. Gli Epica andranno in tour presto e vorrei anche stare un po’ a casa con mio figlio. Ma se si presenterà l’opportunità, mi piacerebbe cantare le canzoni di “Vermillion” dal vivo. E purtroppo non potrò essere ai concerti di Arjen quest’anno. Mi aveva chiesto di unirmi, ma abbiamo un tour con gli Epica, quindi non è stato possibile.
E parlando di questo, facciamo un gioco: oltre agli Epica, se dovessi scegliere i membri per la tua band ideale, chi sarebbero?
Questa è molto difficile perché persino per “Vermillion” ho chiesto a Rob [van der Loo, ndr] di suonare il basso perché mi piace molto il suo stile. Come chitarrista… Mi piacciono molto gli Opeth, quindi forse chiederei a Mikael Åkerfeldt di suonare la chitarra e cantare o a Fredrik Åkesson di suonare la chitarra. Per la batteria non saprei, adoro Ariën [van Weesenbeek, ndr], anche se in “Vermillion” l’ha suonata Koen Herfst, che in realtà ha fatto un tour con noi prima che Arjen diventasse il nostro batterista effettivo. Se fosse vivo mi piacerebbe molto suonare anche con Peter Steele. Poi forse Vincent Cavanagh per qualche duetto, mi piace molto la sua musica e penso che sarebbe davvero fantastico. Vabbè, ci sono un sacco di musicisti che mi piacciono, ma sono comunque molto felice di quelli con cui lavoro.
Un’ultima domanda. Ti sei unita agli Epica quando avevi 17 anni ed è stata la tua prima band. Ora, dopo più di 20 anni, siete ancora qui e siete una delle più grandi band symphonic metal al mondo. È evidente che hai sempre fatto le scelte più giuste, ma pensando alla tua carriera, c’è qualcosa che cambieresti o che faresti diversamente?
No, non credo. Recentemente ho parlato anche con mio figlio di questo. Ho lasciato il liceo perché avevo l’opportunità di cantare in una band e molte decisioni che ho preso nella mia vita non sono state necessariamente prese con la mente, ma più con il cuore. Questo mi ha portato molto lontano nella vita e in qualche modo mi fido della mia intuizione. Forse una cosa che avrei fatto diversamente è comunicare meglio quando le cose sono fisicamente o anche emotivamente troppo pesanti per me. Tutti i tour che abbiamo fatto hanno avuto un impatto sul mio corpo e ovviamente mi mancava molto mio figlio mentre ero in giro. Ora più membri degli Epica hanno figli, quindi in qualche modo riescono a capirlo. Quindi sì, penso che l’unica cosa che farei diversamente è semplicemente essere più onesta e comunicare di più ciò che voglio e come mi sento senza sentirmi in colpa per questo.
Grazie mille per questa intervista, Simone e congratulazioni per l’album!
Prego [in italiano, ndr]. Grazie a te, ciao!





