Dopo un discreto successo nel panorama underground post-rock, garantito da un esordio di livello come “A Long Lost Silence”, il quintetto tedesco There’s A Light, fresco di firma con Napalm, pubblica il secondo album, dall’affascinante titolo for what may I hope? for what must we hope?”. Ne abbiamo parlato con Andy Richau, bassista e voce della band, che ci ha illustrato il concetto di speranza che ha ispirato il lavoro, la sua genesi e la sua connessione alla natura.

Ciao Andy, benvenuto su SpazioRock! L’ultimo anno è stato particolarmente impegnativo ed emozionante per voi, avete firmato per una nuova etichetta e oggi esce il vostro secondo album. Come ti senti?

Sì, è davvero pazzesco. Qualche mese fa abbiamo firmato con Napalm e ora esce l’album, è stato un periodo emozionante e impegnativo. Quando abbiamo pubblicato il primo album ci siamo limitati a fare alcuni post su Facebook e Instagram, mentre ora abbiamo un sacco di cose da fare tra video, interviste e promozione. È tutto davvero eccitante!

Parlando dell’album, la prima domanda che ti faccio riguarda il titolo: qual è il suo significato?

Il titolo ha un significato filosofico. È un album che parla di speranza, abbiamo parlato molto di questo concetto nella band, di quello che la speranza significa per noi. L’album è stato scritto e registrato durante la pandemia, quindi questa volta volevamo mandare un messaggio più positivo. È stato strano e complicato lavorare in quel periodo, abbiamo registrato i vari strumenti in posti diversi. Ma oltre a questo, come dicevo, abbiamo parlato molto del concetto di speranza, di quello che riponiamo nelle nostre aspettative rispetto ai vari aspetti della vita. Inoltre mi piace molto leggere e studiare filosofia e sono arrivato a pensare molto al concetto di speranza leggendo Seneca e Kant, che avevano due opinioni contrastanti riguardo la speranza. Secondo Seneca è un concetto distruttivo, la cosa importante è il “qui e ora” e la speranza provoca solo dubbi e paura, infatti abbiamo messo questo concetto nel titolo di una canzone (“Fear Keeps Pace With Hope”, ndr). Secondo Kant invece la speranza è un concetto collettivo e trovo molto affascinante questa visione perché siamo esseri sociali e credo che sia normale sperare di avere una vita felice con i propri amici e la propria famiglia. Questo aspetto di collega al titolo dell’album, che tratta del passaggio da una visione egoistica della speranza ad una visione collettiva.

Sentendoti spiegare questi concetti stavo pensando a quanto sia incredibile il fatto di riuscire a inserire così tanti significati ed emozioni in canzoni che sono quasi interamente strumentali, senza l’uso di parole.

Sì, è vero ed è una cosa davvero affascinante.

In Italia si dice spesso che il secondo album è sempre più difficile del primo. Quali sono secondo te le differenze tra questi due lavori?

Qui in Germania non si dice così (ride, ndr). Difficile da dire. Abbiamo affrontato momenti in cui c’era un calo di creatività e c’era sempre il rischio di girare in tondo senza concludere nulla. Ma dopo il tour in Cina nel 2018 la nostra vena artistica ha ripreso forza, soprattutto per quanto riguarda Jan e Markus (batterista e chitarrista, ndr) e abbia portato avanti diverse idee molto buone. Quindi abbiamo deciso di prendere in considerazioni le idee di tutti nella band, siamo andati in Francia e abbiamo messo tutto insieme, compresi alcuni elementi e alcuni riff più vecchi, che hanno addirittura dieci anni. Avevamo moltissimi frammenti e da quelli abbiamo tirato fuori 10-12 canzoni. È andata bene, è stato divertente stare tutti insieme come band per quel periodo e tutto è filato liscio. Quindi direi che non ci son stati grossi problemi nella creazione del secondo album. L’unica cosa è che siamo tutti molto nerd per quanto riguarda gli aspetti tecnici, abbiamo un sacco di strumentazione e pedali – David (chitarrista, ndr) è incredibile, ha un pedale nuovo ogni settimana (ride, ndr) –, quindi oltre a divertirci abbiamo cercato di essere molto rigorosi da questo punto di vista e di tirare fuori il meglio delle nostre capacità. Tra l’altro Jonas (tastierista, ndr) è un ingegnere del suono, quindi è molto esperto da questo punto di vista. Avevamo grandi aspettative per questo album e abbiamo lavorato duramente. Scrivere le canzoni è stato abbastanza semplice, registrarle è stato molto impegnativo, volevamo concludere in grande il lavoro.

Direi che il risultato è ottimo da quel punto di vista! Un’altra cosa che ho apprezzato molto di questo album è la sua varietà. A volte capita che un album post-rock sia basato su schemi molto simili e che le canzoni possano essere ripetitive, ma in questo caso i brani sono diversi tra di loro e si evolvono sempre in modo interessante. Avete usato anche strumenti poco convenzionali per il genere, come i fiati in “Refugium”. Come avete lavorato da questo punto di vista?

Sì, abbiamo provato un molte cose diverse. In “Refugium”, come dicevi, c’è una parte di sax, suonato da Markus. Lui lo suona da anni ma non l’avevamo mai usato in una canzone, quindi ci siamo detti “perché non provare?” L’obiettivo era quello di uscire dalla comfort-zone e provare cose nuove, alla fine è di questo che si tratta quando si fa musica sperimentale. Ci siamo divertiti perché comunque sono tutte cose che sono venute fuori in modo naturale a partire dalle idee di ognuno di noi. Abbiamo tutti un background diverso e mettendo tutto insieme abbiamo ottenuto questo risultato. Non ci siamo imposti nulla, se qualcosa stava bene allora lo facevamo. Ovviamente ci sono state anche delle discussioni su cosa ci piaceva o cosa non andava bene. Ad un esempio in un brano c’era una parte djent che alla fine abbiamo deciso di togliere perché ci sembrava un po’ troppo heavy. Alla fine non si tratta solo delle idee che ognuno di noi ha portato, ma anche di quello che abbiamo fatto in passato. Ovviamente tutti apprezziamo il post-rock, ma ad esempio Jan e Jonas ascoltano molta musica elettronica e credo che ascoltando l’album questo si capisca, io suonavo in una band metalcore, Markus viene da un ambiente alternativo e punk-rock. Quindi direi che la nostra musica è un mix di stili diversi, messi insieme per creare qualcosa di sperimentale.

Per due canzoni avete lavorato con Akito Goto, per gli archi. Com’è andata?

È stato tutto molto semplice e pragmatico, avevamo bisogno di qualcuno che suonasse il violoncello perché la musicista che l’ha suonato nell’album precedente non era disponibile questa volta. Akito vive a Londra e l’abbiamo contattato online, visto che eravamo in pieno periodo Covid e abbiamo fatto tutto a distanza. Ma nonostante questo siamo molto soddisfatti del suono e delle emozioni che ha messo nei pezzi.

Uno di questi due pezzi è “Appearance Of Earth” e, parlando di questo brano, è incredibile l’atmosfera che scaturisce dalle voci registrate e dalla musica. Sembra davvero di fluttuare nello spazio e poter ammirare la Terra da lontano. Da quale missione spaziale è tratta la registrazione?

Le registrazioni provengono dalla missione Apollo 11 e si tratta di Micheal Collins, che è rimasto in orbita intorno alla Luna senza scendere. L’idea è venuta a Jan guardando un documentario sull’allunaggio. Chiunque di quella missione si ricorda di Buzz Aldrin e Neil Armstrong, che sono effettivamente stati sulla Luna, ma c’era anche Collins che è rimasto in orbita. Quindi Jan ha pensato a come possa essersi sentito, visto si trovava dove nessun uomo prima era mai stato, così lontano dal proprio pianeta. In un’intervista ha dichiarato che per molto tempo la Terra era nascosta dietro la Luna dalla sua visuale, ma poi dopo aver fatto un lungo tratto ad un certo punto ha visto la Terra sorgere ed è stata la vista più spettacolare della sua vita. La canzone è nata da questa idea e da queste emozioni. Tra l’altro c’è anche una connessione con un brano del nostro primo EP, in cui c’è una registrazione di un discorso di JFK.

Trovo che la copertina dell’album sia molto evocativa e che richiami le diverse emozioni che compongono i brani. Come l’avete scelta?

È stato difficile arrivare alla copertina finale perché siamo stati un po’ pignoli sotto questo aspetto. È stata realizzata da Oliver Hummel, che è un grafico che ha disegnato anche la copertina del nostro primo album. Ci siamo affidati a lui perché è una persona molto creativa e ci piacciono i suoi lavori, ma ci è voluto un po’ questa volta, ha realizzato 5-6 disegni inizialmente. Prima di iniziare a lavorare ascolta sempre la musica in modo da capire cosa viene espresso e quindi poi cerca di trasmettere queste sensazioni nell’artwork. Credo sia sotto aspetto sia venuto bene, l’idea è stata sua e ne siamo molto contenti.

La maggior parte delle vostre canzoni sono strumentali, ma ce ne sono anche alcune con parti vocali. Avete un modo per capire se un determinato pezzo sia adatta ad una parte vocale o è un processo naturale?

È decisamente un processo naturale, se ci stanno bene le mettiamo. So che alcuni fan del post-rock duri e puri odiano le canzoni con parti vocali, posso capirlo, ma questo è il nostro modo di esprimere la nostra musica, non forziamo nulla, è come un altro elemento che fa parte della musica in tutto il suo insieme.

Sono d’accordo con quello che dici, credo che sia giusto non porsi nessun limite o preconcetto durante la creazione di un brano.

Sì, il concetto è proprio quello. Nessun limite, è questo il modo in cui lavoriamo.

Venite tutte da città vicine alla Foresta Nera. La vostra regione di origine in qualche modo ha influenzato la vostra musica?

Questa è una domanda difficile (ride, ndr).

L’ho fatta perché si tratta di una regione che dal punto di vista paesaggistico può scatenare diverse emozioni e questo secondo me si riflette nella vostra musica.

Sì, hai assolutamente ragione. Ma è difficile rispondere perché probabilmente mi ha influenzato più di quanto me ne renda conto o possa dire a parole. Io vengo da un paese molto piccolo e tranquillo proprio nella regione della Foresta Nera e il primo è senza dubbio stato ispirato da quello. A quel tempo vivevo una vita stressante da studente altrove e ad un certo punto ho deciso di tornare lì e riconnettermi alla natura. Questo è il modo in cui si è evoluto “A Long Lost Silence”, la maggior parte dei testi parla proprio di questo e sono influenzati dalla corrente Romantica del 18esimo secolo, che si è sviluppata molto in Germania in quel periodo. La title track è proprio una canzone dedicata al mio paese, parla di quello che provo per quel posto e di come riconnettermi ad esso. Anche il secondo album credo che sia influenzato da alcune di queste sensazioni, ma credo di poter parlare solo per me, anche perché ad esempio David vive ancora in quel paese, mentre io attualmente vivo vicino a Colonia, in una zona molto più popolosa. Quindi ancora adesso mi piace tornare lì e lasciarmi influenzare dalla natura.

   Photo credits: Dimi Conidas

Vorrei farti una domanda su come la musica viene ascoltata ai giorni nostri. Ovviamente parlo del fatto che è quasi tutto basato sulle piattaforme streaming e questo spesso si ripercuote sulle band emergenti, ma è anche vero che presenta degli aspetti positivi. Io stesso non ascolto quasi mai la musica in streaming, ma ho scoperto il vostro primo album proprio grazie alla riproduzione casuale su YouTube. Tu da musicista cosa ne pensi di questi aspetti?

Io ho iniziato ad ascoltare musica comprando CD e sfogliando i booklet, era veramente un’esperienza totale. Mi ricordo che uno dei primi dischi che ho comprato era dei Beatles e passavo davvero tanto tempo ad ascoltarlo leggendo il booklet. Ovviamente i tempi cambiano, ma capisco cosa intendi con la tua domanda. Adesso stiamo parlando grazie a internet e anche per questi motivi per noi sono cambiate tantissime cose. Siamo ragazzi provenienti da piccole città a cui piace fare musica, non ci aspettavamo nulla quando abbiamo iniziato, tolto appunto divertirci facendo musica. Ma improvvisamente quasi dal nulla abbiamo iniziato ad avere tante visualizzazioni, non ce lo aspettavamo ed è stato fantastico. Tutto quello che ci sta succedendo ora è iniziato da lì. Ma credo che se vuoi connetterti davvero con la musica non basta ascoltare le canzoni in macchina o sull’autobus come passatempo, ci vogliono momenti con te stesso. Parlando personalmente non riesco ad apprezzare la musica allo stesso modo ascoltandola in streaming, ma magari è solo un problema mio. Quindi ovviamente mi capita di farlo, ma a volte sento il bisogno di connettermi davvero alla musica con i CD e me stesso.

Ho notato che avevate programmato uno show celebrativo per la pubblicazione dell’album, ma sfortunatamente avete dovuto cancellarlo a causa della pandemia. Nonostante la situazione sia complicata state già programmando altre date in Europa?

Sì, non è semplice ma ci proviamo. Abbiamo già qualche show organizzato per l‘anno prossimo, a febbraio suoneremo vicina alla nostra città e la data celebrativa probabilmente sarà a marzo. Stiamo cercando di capire se potranno esserci con noi anche le altre due band che avrebbero dovuto suonare, i Noir Reva e i Törzs. Ci tenevano ed siamo tristi per aver dovuto annullare tutto. Ma comunque lo recupereremo. Poi suoneremo in Romania, nel nord della Germania e ovviamente vorremmo anche venire in Italia, ma per ora non siamo riusciti ad avere contatti e offerte. Se qualcuno interessato a farci suonare lì può tranquillamente scriverci, ci farebbe molto piacere venire lì.

Da ultimo, vorresti lasciare un messaggio ai nostri lettori?

Vorrei dare un saluto caloroso all’Italia, spero che ci vedremo presto per un concerto dalle vostre parti quando tutta questa situazione assurda sarà finita. Mi ricordo che l’anno scorso l’Italia è stata colpita duramente, quindi vi sono vicino.

Grazie mille per questa intervista Andy, è stato un piacere!

Grazie a te!

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