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Intervista – Wolf Alice (Ellie Rowsell)

Photocredits: Jordan Hemingway

Dopo un lungo tour che ha seguito la pubblicazione di “Visions Of A Life” e un periodo di pausa, i Wolf Alice sono tornati a giugno con il terzo album in studio “Blue Weekend”, un lavoro maturo ed emotivo, che unisce varietà sonora a ottimi arrangiamenti e temi delicati. Ne abbiamo parlato con la cantante e chitarrista Ellie Rowsell, che ci ha illustrato le emozioni che si celano dietro a questi brani, oltre alla genesi dell’album e al ritorno della band sul palco.

Ciao Ellie, benvenuta su SpazioRock! Come stai?

Bene, grazie! Te?

Bene, ti ringrazio. Partiamo con il vostro ultimo album “Blue Weekend”, uscito a giugno. Siete andati a registrare in Belgio appena prima della pandemia e siete rimasti bloccati lì insieme per diverso tempo a causa del lockdown, senza poter tornare a casa. Com’è andata da quel punto di vista?

È andata bene, anche perchè a causa del lockdown non c’era nulla da fare e quindi non c’erano distrazioni. Personalmente sono stata contenta di avere qualcosa su cui concentrarmi in quel periodo, qualcosa che mi impegnasse fisicamente e mentalmente. Credo che per un musicista non sia male rimanere bloccato in studio mentre c’è in un corso un lockdown. Potevo concertarmi sulla musica senza dover pensare a cosa stava succedendo fuori.

Parlando più nello specifico di “Blue Weekend”, credo che sia un album, così come i vostri lavori precedenti, attraverso cui riuscite ad esprimere benissimo sentimenti e sensazioni di questa generazione e credo che sia molto importante che le persone possano ascoltare delle canzoni e accorgersi che non sono gli unici a provare certe cose. Come riuscite a mettere queste emozioni nelle vostre canzoni?

Innanzitutto, grazie! Quello che hai detto vale anche per me, a volte mi capita di leggere o ascoltare qualcosa e rendermi conto di capire esattamente quelle emozioni. È una sensazione molto forte e potente. Quando scrivo qualcosa invece cerco sempre di essere molto onesta riguardo i miei pensieri e i miei sentimenti. È molto importante e ormai ho imparato che scrivere qualcosa con cui non sei connesso emotivamente o comunque onesto di solito non porta a buoni risultati. Principalmente mi lascio ispirare dai lavori di altre persone, leggo libri, ascolto musica e podcast. Ma le emozioni connesse a qualcosa che scriverò possono venire fuori anche da una conversazione o da un momento con amici, comunque un qualcosa che ti faccia rielaborare le emozioni provate in un certo contesto per metterle poi dentro una canzone.

Avete sempre esplorato temi importanti come ad esempio l’auto-accettazione, ma credo che in questo album abbiate fatto un passo in più, in brani come “Feeling Myself” o “Smile”. Come a dire “Ok, sono consapevole di avere questi tratti, ma va bene così, non è un grande problema e non sono l’unico”. Come si è evoluto questo concetto nella tua vita?

Sì, probabilmente questo sviluppo è un riflesso di quello che è successo a me. Non credo di aver ancora completamente risolto tutte queste questioni, ma comunque quando scrivo mi piace parlare di un problema e concludere su note speranzose, piuttosto che il contrario. Cerco di tirare fuori conclusioni che non siano troppo deprimenti. Scrivere è un modo per analizzare e capire cose che magari nella mia testa sono poco chiare. Credo che in questo modo quello che uno prova possa anche essere più semplice da capire per qualcun altro che poi ascolterà, anche se è difficile da dire mentre lo sto scrivendo.

Mi piace pensare a “Blue Weekend” come un viaggio emozionale e credo che la prima e l’ultima canzone esprimano tutte le sensazioni presenti nell’album. Da cosa sono scaturiti quei due pezzi collegati tra di loro e così evocativi?

Credo che entrambe le canzoni provengano da una serie di esperienze fatte nel corso di vari anni e poi analizzate a posteriori. È stato come scrivere una storia ripensando, analizzando e riassumendo un sacco di cose che sono successe, in modo da renderla chiara a tutti quanti e non solo a me stessa. “The Beach” racchiude tutta l’ansia che può derivare da un’amicizia spiegata in tre minuti, mentre invece “The Beach II” parla di tutte le cose belle e positive di un’amicizia.

Parlando invece della musica, credi che abbiate sperimentato qualcosa di nuovo durante il processo di registrazione?

Credo di sì. In realtà inizialmente è stata dura perché erano diversi anni che non ci trovavamo insieme in studio e avevamo paura di non riuscire a ripetere quello che abbiamo fatto in passato, ma dopo un po’ siamo riusciti a stabilizzarci. Ci siamo fidati delle nostre sensazioni e opinioni su quello che avremmo dovuto fare in studio. Credo che con questo album abbiamo cercato perlopiù di concentrarci su quello che eravamo già per raggiungere una consapevolezza in questo senso, senza obbligarci a spingere in nuove direzioni o trovare per forza qualcosa di nuovo. L’ho trovata una cosa difficile da fare perché a volte una cosa simile può essere trovata poco interessante e stimolante e comunque non è facile rimanere fermi per capire quello che puoi tirar fuori da quello che hai già. Ma è quello che volevamo fare. Le canzoni sono molto emozionali e quindi chi le scrive sa quello di cui hanno bisogno. Ma è stato qualcosa difficile da raggiungere, non è sempre semplice capire cosa fare a livello musicale quando parti da un testo, ovviamente non è una chiara indicazione della direzione in cui potrebbe svilupparsi una canzone.

Quello che dici è interessante, perché ascoltando l’album la prima volta sono rimasto sorpreso in alcuni punti, come ad esempio in “Delicious Things”. Ho pensato “Ok, sono decisamente i Wolf Alice, ma c’è qualcosa in più”. Non so se sei d’accordo…

Sì, capisco cosa intendi e sono d’accordo. Pensando a quella canzone nello specifico, non credo che ci sia un’altra nostra canzone che suona come quella, ma comunque riesco a sentirci la nostra personalità.

Sì, esattamente. A proposito di questo discorso, i vostri album precedenti dal punto di vista dei suoni erano principalmente ispirati agli anni ’90, mentre qui ho ritrovato molto anche degli anni ’70 e ’80. Come siete arrivati a questo risultato? Vi siete ispirati a qualcuno nello specifico?

Parlando solo per me stessa, di solito assorbo tutte le varie ispirazione inconsciamente. Sono d’accordo con il tuo discorso degli anni ’70 e ’80, ma di solito non mi metto volontariamente ad ascoltare qualcosa solo con lo scopo di imparare o lasciarmi ispirare. Ad esempio, magari ascolto un sacco i Fleetwood Mac, ma non penso mai consciamente “Oddio, questa cosa è bellissima, la userò sicuramente nel mio prossimo album”, è piuttosto un qualcosa che assorbo inconsapevolmente ascoltando musica ed effettivamente di recente ho ascoltato molte band anni ’70. Quindi magari poi risentendo quelle canzoni e le nostre mi accorgo anche io di elementi simili che sono venuti fuori nei nostri pezzi grazie a quegli ascolti. E una cosa che ho notato e iniziato ad apprezzare di recente è quella fusione tra rock e pop in quel decennio. C’erano diverse band rock che facevano canzoni più pop, utilizzando sempre i loro strumenti. Non so se ho risposto alla tua domanda (ride, ndr).

Sì, la mia domanda veniva anche dal fatto che questo album (e la vostra musica in generale) è molto vario, a livello di temi, emozioni e anche a livello di suoni. Da questo punto di vista ad esempio mi ha colpito moltissimo il modo in cui si evolve “Feeling Myself”, fino ad arrivare a quel finale quasi space, ma questo è un discorso che può essere applicato a quasi tutti i brani.

Sì, questo secondo me deriva anche dal fatto che anche se facciamo musica insieme da più di 9 anni sono stata in studio a registrare solo 4 volte. Non abbiamo un nostro specifico sound e stiamo ancora sperimentando perchè è divertente. Ogni volta che lavoriamo su un album scegliamo un produttore diverso, studi diversi, a volte anche Paesi diversi. La varietà è una cosa che ci piace e che deriva anche da questi fattori.

Dopo la pubblicazione dell’album avete fatto un tour estivo nel Regno Unito e uno negli Stati Uniti che si è concluso da poco. Com’è andata? Avete anche aggiunto un altro musicista con voi per gli show.

Sì, c’è Ryan Malcolm che suona le tastiere con noi. È fantastico, ha aggiunto moltissimo sia nei concerti, ma anche umanamente, è davvero bello avere un’altra persona con cui stare e scherzare. I tour sono andati bene, per i primi show in Inghilterra avevamo un po’ di paura perchè non sapevamo cosa aspettarci, ovviamente non è semplice tornare sul palco a suonare dopo anni e comunque dopo un lungo periodo senza praticamente vedere nessuno. Per il tour negli Stati Uniti avevamo già ritrovato la nostra dimensione live, quindi ce la siamo goduta di più, è stato davvero divertente. Mi sono resa conto di quanto mi mancasse suonare davanti al pubblico. So che lo dicono tutto e ormai è un clichè, ma niente può sostituire una performance live, uno streaming non è la stessa cosa. Non vedo l’ora del prossimo tour (ride, ndr).

A proposito di questo, la prima volta che vi ho visto dal vivo sono rimasto sorpreso dall’intensità dello show. Ovviamente la maggior parte delle vostre canzoni sono molto energiche anche in studio, ma dal vivo è tutta un’altra cosa. Come riuscite a mettere tutta questa energia?

Non so, credo che uno dei motivi sia il fatto che abbiamo degli album molto dinamici. Inoltre molte canzoni sono dei mid-tempo e quando le suoniamo dal vivo cerchiamo di renderle più energiche e intense. È qualcosa di catartico. Ovviamente mi piace suonare tutte le nostre canzoni, anche quelle più lente, ma quelle più veloci riescono veramente a darmi qualcosa in più dal vivo. Quindi credo che dipenda dal tempo delle varie canzoni, ma anche dal pubblico e dal modo in cui risponde ai brani.

Sì, effettivamente mi ricordo che anche per canzoni che in studio non sono particolarmente veloci il pubblico era totalmente impazzito.

Sì, quella è una delle sensazioni più belle mentre stai suonando. È difficile fare una buona performance senza un buon pubblico.

Nei prossimi mesi tornerete in tour nel Regno Unito e poi girerete l’Europa. Siete pronti? Credi che verrete in Italia in estate o magari l’anno prossimo?

Sì, non vedo l’ora di tornare sul palco. Siamo un po’ tristi di non venire in Italia, purtroppo non ci siamo riusciti questa volta, ma tutte le volte che abbiamo suonato lì è sempre andata alla grande. Non abbiamo ancora programmi precisi per il futuro perchè non sappiamo ancora bene cosa succederà con la pandemia e tutto il resto, ma cercheremo in tutti i modi di venire.

Come ultima cosa, vuoi lasciare un messaggio ai vostri fan italiani?

Certamente! Spero che vi stiate godendo la nostra musica e scusate se non siamo ancora riusciti a venire. Ma amiamo tutti e quattro l’Italia, quindi aspettateci, non passerà troppo tempo prima di rivederci!

Grazie mille per il tuo tempo, è stato un piacere poter parlare con te!

Grazie a te, le domande erano interessanti. Ciao!

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