And we stumble to the end
It’s the effort we put in
To see how difficult it is to just exist and to survive
There’s beauty and there’s anguish tangled helplessly inside
What a miracle it is we get to be alive
Quanto dev’essere frustrante ritrovarsi senza il controllo? Senza potere decisionale, in completa balia di forze, concrete o astratte che siano, che come onde di energia applicano coercizioni e indirizzano gli individui in una direzione precisa. Qualcuno lo chiamerebbe karma, altri destino, altri ancora coincidenze (per non dire stronzate). Sta di fatto che tutte queste belle parolone si possono riassumere con una semplice correzione da apporre alla domanda iniziale: quanto dev’essere frustrante vivere? Perché alla fine la vita di nessuno, dal più fortunato e ricco al più povero e disgraziato, va esattamente secondo i piani. Che sia la morte che cade improvvisa e inesorabile, oppure un più banale rifiuto amoroso, succede che i punti e le linee si spostano, e anche solo un millimetro di troppo può far crollare il castello – progettato sì nella fantasia, ma al tempo stesso così reale – rappresentante la nostra vita.
“No One Was Driving the Car” è permeato di questo concetto, messo in scena in modi e situazioni diversi, ma soprattutto messo in musica indescrivibilmente bene dai La Dispute. Le leggende di Grand Rapids, Michigan tornano a distanza di 6 anni dal loro ultimo LP – ma nel frattempo non hanno mai smesso di pubblicare musica sotto altri formati – , “Panorama”, il quale aveva visto il quintetto prendersi i propri spazi e i propri silenzi: una quiete che comunque aveva senso all’interno del loro percorso artistico e che, infatti, non aveva scontentato nessuno. Una copertura così liscia, però, non gli si poteva cucire addosso per sempre, e la tempesta è tornata per spazzarla via, riportando allo scoperto quella pellaccia dura a cui ci eravamo abituati, da vedere su di loro e da sentire su di noi.
“I think I saw you in my sleep, darling”: il primo verso del loro primo album rimane ancora oggi essenza del mondo emo/post. Siamo lontani da quei giorni e da quel tipo di iconicità; eppure, la band non si è mai rintanata nell’ombra di quel successo, né mai si è riciclata. Lo dimostra la sua ricca e variegata discografia: ad oggi, attenendoci a ciò che è facilmente reperibile online, 5 LP, 12 EP, 1 colonna sonora, 1 album di remix e 2 split (uno dei quali con i Touché Amoré, quella è storia). E nonostante questo ventennio di pubblicazioni non-stop, La Dispute sono ancora riusciti a mettersi in gioco e a superarsi.
Questo quinto album ha seguito una tendenza di mercato moderna: rilasciare pezzettino per pezzettino l’intero prodotto, sgretolando quello che un po’ era il concetto di singolo discografico. In questo caso, dei 14 brani che compongono l’opera completa, 12 erano stati rilasciati lungo l’estate in piccoli blocchi (che potremmo forse chiamare mini-EP?). Con sole 2 tracce rimaste, uno potrebbe giustamente chiedersi che fine abbia fatto perfino il concetto di album. Senza rimuginare troppo, qui ci limiteremo a dire che sì, oggi l’album si sta trasformando in un mero contenitore dell’usato. Però, come sempre, c’è l’usato che rimane per sempre con noi, e quello che semplicemente è usa e getta mascherato.

“I Shaved My Head”, prima traccia e primo assaggio rilasciato, sembra settare il leitmotiv generale: voce rotta, chitarre dissonanti e mai all’unisono, batteria che si aggira con vari incastri tra le diverse misure, basso diretto ma avvolgente, e infine, sopra ogni cosa, testi tutt’altro che allegri: “All the years that I spent closing my eyes/To try to change what I’d become now in life/To die and start again”. Qualcuno ironicamente citerebbe lo slogan di Mike Bongiorno, nel tentativo di sdrammatizzare un’uscita così negativa; qualcun altro, invece, chiuderebbe a sua volta gli occhi e si lascerebbe andare per questi 64 minuti di disperazione, rabbia, tristezza, ma anche grande consapevolezza.
Elementi che abbiamo appena presentato ritornano lungo questo viaggio, ma esso non si accontenta di essere solo un ottimo disco di musica screamo: quest’ultimo stile di emo ritorna in “Steve” (qui Brad Vander Lugt è incontrollabile), “I Dreamt of a Room with All My Friends I Could Not Get In” (Adam Vass, oltre a firmare degli Artwork con la A maiuscola, sa proprio il fatto suo al basso), la disperatissima title track e in “Environmental Catastrophe Film”. A proposito di questa magnifica suite, qualcuno su Youtube l’ha descritta come “una canzone che suona come tutti I loro dischi insieme” e ha assolutamente ragione.
Il noise si intrufola in “Saturation Diver”, “Top-Sellers Banquet” e “Man with Hands and Ankles bound”, dove crea una sorta di art punk rumorista, reminiscente di Drug Church e IDLES. C’è ovviamente tantissimo parlato, che passa dai vari dialoghi annidati negli outro a “Self-Portrait Backwards”, un brano che poteva benissimo essere inserito nella loro serie di EP spoken word “Here, Hear”. Ci sono anche i momenti acustici, più o meno disperati (“Self-Portrait Backwards”, “No One Was Driving the Car”, “End Times Sermon”), ma Chad Sterenberg e Corey Stroffolino sanno quando è ora di alzare il volume, che sia per darsi la caccia a vicenda lungo lo spartito (“Sibling Fistfight at Mom’s Fiftieth/The Un-sound”) o per accendere la distorsione e diventare un po’ metallari (“Landlord Calls the Sheriff In”).
Ovviamente è il suffisso post- a farla da padrone nell’appello dei presenti: e non si parla nello specifico dell’onnipresente post-hardcore, quanto di post-rock, che prende vita nella nebbia di “Landlord Calls the Sheriff In” e in “The Field”, dove la visione di un cadavere crea l’atmosfera perfetta per lo sviluppo di sonorità così aperte e sconfinate.
Ultimo ma non ultimo, Jordan Dreyer, con la sua voce e i suoi testi. La prima, così stonata ma così versatile, in grado di leggere un sermone chilometrico e nella strofa dopo – usare il nome di queste sezioni per i pezzi dei La Dispute è quasi superfluo in realtà, ascoltare per credere – gridare in faccia a tutti, con le corde vocali che si trasformano in unghie sulla lavagna. La disperazione più totale di “No One Was Driving the Car” e il delirio di “Autofiction Detail”, raccontato con un tono simile a Thom Yorke, fanno entrambi parte del suo strumento e il cambio da un registro all’altro, da un’emozione a un’altra non è mai stato un problema per lui. Così come non è un problema costruire un concept album filosofico infilandoci dentro temi quali i sistemi di vendita piramidale, la totale dissociazione da se stessi, la vita e la morte, e tanta, tanta religione.
Un gruppo già storico che conferma la propria attualità nel mondo post-hardcore e non solo, sfornando non il capolavoro, ma certamente il lavoro più ricercato della loro carriera. E dopo tante parole spese, chiudiamo con le sue:
Do you recognize it now?
It’s a fucking complicated thing
Joy and grief and in between
A universal burden over all of us from birth until we die
It’s a struggle and we stumble
And the best that we can ever do is try
Tracklist
01. I Shaved My Head
02. Man with Hands and Ankles bound
03. Autofiction Detail
04. Environmental Catastrophe Film
05. Self-Portrait Backwards
06. The Field
07. Sibling Fistfight at Mom’s Fiftieth/The Un-sound
08. Landlord Call the Sheriff In
09. Steve
10. Top-Sellers Banquet
11. Saturation Diver
12. I Dreamt of a Room with All My Friends I Could Not Get In
13. No One Was Driving the Car
14. End Times Sermon



















