Lamb of God Into Oblivion recensione
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Lamb Of God – Into Oblivion

Ci sono eventi che un qualsiasi appassionato di musica non può ignorare e che, in modi più o meno gentili, lo riportano nel reale. Quelli più brutali, di solito, sono gli addii alle scene o la scomparsa di uno degli idoli di gioventù; quelli un po’ più accomodanti, invece, sono spesso rappresentati dal raggiungimento della “cifra tonda” nella carriera di una band che si ritiene giovane. Se in molti ancora stentano a rendersi conto che gli 80s’ non siano più dietro l’angolo, figuriamoci l’impatto che può generare sapere che “Into Oblivion” è il decimo album in studio dei Lamb Of God.

Avete capito bene. Non il terzo, non il sesto: il decimo.

Sembrava ieri che i cinque ragazzi di Richmond iniziavano il loro percorso, facendo da spalla ai big del metal; tuttavia, da quei momenti sono passati la bellezza di più di 25 anni (o più di 30, se consideriamo il periodo in cui la band adottava il monicker Burn The Priest). In questo enorme lasso di tempo, i Lamb of God hanno dato calcato le assi dei palchi di tutto il mondo, sfornando album e performance di altissimo livello, trasformandosi un passo alla volta nell’istituzione della New Wave of American Heavy Metal (o NWOAHM, per farla breve) e diventando una delle poche certezze del metallo pesante.

Non stupisce, quindi, vederli rivestire il ruolo di headliner degli Open Air più importanti, così come non doveva stupire la loro presenza al concerto di addio alle scene del compianto Ozzy Osbourne insieme a nomi altisonanti. Se per qualcuno (o per più di qualcuno) Blythe, Adler e soci sono ancora la “giovane promessa” dei tempi di “Sacrament” e “As The Palaces Burn”, la verità è che i Lamb Of God sono una realtà consolidata come poche altre, e “Into Oblivion” è qui a dimostrarlo.

Al decimo disco, molti gruppi sono in una fase delicata della carriera: a metà strada tra la perdita della vena creativa e l’inizio del “ripescaggio” dai propri album più riusciti, cercando di riprodurne la formula, con risultati spesso disastrosi. “Into Oblivion”, sin dalla sua title track, dimostra subito di che pasta è fatto: riff granitici e traboccanti di groove, capaci sia di affascinare quanto di trascinare, una sezione ritmica travolgente e l’ugola tagliente di Randy Blythe a scatenare l’inferno. Con un inizio di questo genere, “Parasocial Christ” non può che continuare sullo stesso solco, sfoggiando una coppia di chitarre assassine ad alto tasso di bpm, senza però rinunciare alla già menzionata sezione ritmica.

Un pezzo come “Sepsis”, con il suo basso distorto che fa da introduzione, ci riporta alle origini del combo di Virginia, soprattutto nella sezione centrale, in cui sembra di assaporare quel sound tanto viscerale quanto chirurgico che avremmo tutti imparato ad apprezzare negli anni a venire.

Se “The Killing Floor” e “St. Catherine Wheel” rappresentano le consuete sferzate death/groove che qualsiasi disco dei Lamb Of God deve portare in dote, “El Vacío” è quell’elemento di novità che stupisce. Il brano si presenta quasi come una ballad in stile Testament, molto oscura, con un Randy Blythe capace di sfoggiare delle interessanti clean vocals, ma con un chorus decisamente più ruvido e distorto.

“Blunt Force Blues” sfoggia quella vena hardcore punk a cui i Lamb Of God ci hanno abituato nelle loro release più recenti, mentre i mid-tempo “Bully” ed “A Thousand Years”, nonché la conclusiva “Devise / Destroy” rappresentano gli episodi più sperimentali del disco, tipici di una band matura, che ha toccato l’apice e che non intende abbassare i suoi standard qualitativi.

Le sensazioni che questi 40 minuti di musica ci lasciano, inutile dirlo, sono estremamente positive. “Into Oblivion” è un album solido e diretto, che rende giustizia al passato del sound della band della Virginia, senza però scordarsi del presente e, soprattutto, senza rinunciare a qualche “scorribanda” in territori semi-inesplorati. Le dieci tracce sono tanto convincenti quanto varie e, anche grazie ad un mastering sapiente, sembra quasi di sentirle uscir fuori dagli array di un palco e dai Rectifier di Morton ed Adler. I Lamb Of God sono nel pieno della loro maturità artistica e siamo sicuri questa loro decima fatica in studio manderà in estasi i loro fan, pronti a scatenarsi in quello che sembra essere l’elemento naturale di Blythe e compagni: il live.

Tracklist

01. Into Oblivion
02. Parasocial Christ
03. Sepsis
04. The Killing Floor
05. El Vacío
06. St. Catherine’s Wheel
07. Blunt Force Blues
08. Bully
09. A Thousand Years
10. Devise/Destroy