RUBRICHESPECIALI

L’angolo oscuro #32

A ottobre l’estremismo può tingersi di vari significati.

Antichrist Siege Machine – Purifyng Blade (Profound Lore Records)

Di certo, la sottigliezza e lo sperimentalismo non sono caratteristiche che appartengono al verbo degli Antichrist Siege Machine, minaccioso duo proveniente dalla Virginia. Laddove l’esordio “Schism Perpretation” del 2019 ci aveva dato un assaggio della violenza contundente degli statunitensi, questo “Purifying Blade” ne esalta la capacità di creare un’atmosfera densamente claustrofobica attraverso un war metal furioso e muscolare, chiaramente deputato al massacro apocalittico. Il muro dell’orrore eretto da Scott Edward Bartley e Ryan Zell si piega e si contorce come una velenosa tenia stigia, bramosa di divorare il numero più alto possibile di cristiani, fagocitandoli all’interno di un ventre opimo di rumori e dissonanze. Se Diocletian e Mitochondrion puntano sull’epicità guerresca, se gli Impetuous Ritual e Teitanblood fanno leva sull’impenetrabilità assoluta, se i Revenge si indirizzano sulla ferocia ancestrale, la coppia di Richmond vuole raggiungere un solo e preciso obiettivo: uccidere a colpi di chitarra e batteria chiunque capiti loro a tiro, ricaricando continuamente le munizioni da un fondo inesauribile. Letali.

Tracce consigliate: “Unleashed Hostility”, “Chaos Insignia”, “Victorious Legions Of Satan”

Hate – Rugia (Metal Blade Records)

Sebbene gli Hate siano uno dei gruppi di extreme metal più longevi della Polonia, in qualche modo Vader, e soprattutto Behemoth, ne hanno oscurato le gesta, relegandoli nei gironi di una seconda fascia di lusso. Di sicuro, condividere con il combo di Nergal, oltre l’anno di fondazione, soluzioni stilistiche parzialmente simili, non ha reso vita facile al combo di Varsavia, che, nell’ultimo LP “Auric Gates of Veles”, ha deciso di focalizzarsi su un blackened death dall’aggressività rotonda, svincolandosi così da paragoni impegnativi e, forse, troppo faziosi. Nel nuovo “Rugia” il quartetto riprende l’approccio musicale dello scorso album, sia dal punto di vista musicale sia per quanto riguarda il contenuto testuale, basato sulla mitologia e le leggende dell’Europa orientale; d’altronde, lo stesso titolo si riferisce all’isola tedesca di Rügen, sita nel Mar Baltico e luogo sacro delle tribù slave dell’Alto Medioevo. Con una formula sostanzialmente invariata, a cui, però, viene aggiunto un sano tocco di Immolation, il combo guidato da Adam “The First Sinner” prosegue per la propria strada, tappandosi le orecchie affinché il suono delle trombe dell’Arcangelo Gabriele non ne arrestino il cammino. La concorrenza è avvisata.

Tracce consigliate: “Rugia”, “Saturnus”, “Awakening The Gods Within”

ILLT – Urhat (Indie Recordings)

Roy Westad è un compositore di colonne sonore di film norvegesi, premiato nel 2014 con il Gullruten – l’Emmy locale – per le musiche approntate a beneficio della serie televisiva “Jakten Pa Norge”. L’artista desiderava da tempo scrivere un album di metal estremo, genere di cui quotidianamente si ciba; tuttavia, dal momento che la chitarra non è mai stata il suo forte, ha pensato di imbracciare esclusivamente il basso e invitare degli ospiti in studio per incidere il debutto di una nuova entità, gli ILLT. Alle registrazioni di “Urhat”, infatti, partecipano Björn “Speed” Strid (Soilwork, The Night Flight Orchestra) alla voce, Dirk Verbeuren (Megadeth, Soilwork) dietro le pelli, Karl Sanders (Nile) e Kjell Karlsen (Chrome Division) alle due asce: in sostanza, un ensemble di virtuosi al servizio di un appassionato. Il platter, che si colloca tra il vecchio metallo nero originario dei Fiordi, una serie di influenze death/thrash e certe movenze black’n’roll non lontane dallo stile dei conterranei Kvertelak, risulta energico e di grande impatto, malgrado il background delle tante personalità chiamate a collaborare a tratti determini delle scelte confusionarie in termini di songwriting. In ogni caso, brani catchy e produzione al top, per un full-length da consumare sino alla nausea.

Tracce consigliate: “Millennial Judas”, “Scythian King”, “The End Of All Things”

Ministry – Moral Hygiene (Nuclear Blast Records)

Che fake news e Covid-19 appaiano legati da un intenso rapporto passionale, lo sapevamo da tempo; i Ministry ci costruiscono sopra un nuovo album, dimostrando come la carica al vetriolo di “AmeriKKKant (2018) non fosse un semplice fuoco di paglia innescato dalla vittoria presidenziale di Donald Trump. Del resto, nonostante qualche disco poco ispirato, la band di Al Jourgensen ha sempre gironzolato in territori di trincea, prendendo di mira soprattutto la corruzione politica e i soprusi d’ogni ordine e grado. “Moral Hygiene” si insinua tra le tare della disinformazione ossessiva e le morti provocate dalla pandemia, e lo fa con una lucidità così dura e disarmante che gli ultimi diciotto mesi, visti a ritroso, sembrano in effetti l’anticamera dell’Inferno sulla Terra. L’innesto in line-up dell’eclettico chitarrista Monte Pittmann (Madonna, Prong), insieme a quelli “ufficiali” di Cesar Soto, Paul D’Amour e Roy Mayorga, e l’ormai solida collaborazione con John Bechdel, consentono al mastermind di origine cubana sia di sopperire all’assenza di Sin Quirin sia di conferire all’industrial metal della propria creatura una veste policroma, al medesimo istante dura e sinuosa. Dai tempi di “Filth Pig” non si percepiva una rabbia così corrosiva, alla quale gli ospiti Jello Biafra e Billy Morrison regalano il necessario surplus: immortali.

Tracce consigliate: “Sabotage Is Sex”, “Disinformation”, “Broken System”

Paydretz – Chroniques De L’Insurrection (Antiq Records)

Nell’ultimo decennio, il black metal – ma non solo – ha perlustrato in lungo e in largo entrambi i conflitti mondiali, eppure pochissimi si sono presi la briga di volgere lo sguardo alle battaglie dei secoli passati, specialmente quando si tratta della Rivoluzione francese o, più specificamente, della Guerra di Vandea. Uno scontro durato circa tre anni, reo di aver provocato lo sterminio di un numero elevatissimo di uomini, donne e bambini: un bagno di sangue spesso trascurato, a parte qualche occasionale e accessoria riduzione cinematografica. Ora, il supergruppo transalpino Paydretz, composto da membri di Cruachan, Grylle, Batards Du Nord e Himinbjorg, ridà luce a questo sanguinoso episodio di fine ‘700 nelle liriche appassionate di “Chroniques De l’Insurrection”, loro primo lavoro in studio. Nonostante il peso dell’argomento, il terzetto gestisce il materiale con grande cura e attenzione, lasciando che la musica, un metallo nero farcito di folk d’ispirazione québécois, epico e commovente al tempo stesso, faccia da filo conduttore emotivo a dei testi poetici e avvincenti. Quando i flauti e la ghironda marcano presenza, pare davvero di trovarsi su un fumante campo marziale, indecisi se parteggiare per i borbonici o per la Convenzione Nazionale: un disco suggestivo e ricco di dettagli, che riflette in maniera adulta su una delle tante tragedie della Storia moderna.

Tracce consigliate: “Le Sement Des Chefs”, “A La Loire!”, “Per Le Chemins Creux”, “La Fin Du Rȇve”

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