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L’angolo oscuro #35

Una coda di novembre all’insegna dell’esperienza e dei grandi nomi per gli amanti delle sonorità estreme.

Imperial Triumphant – An Evening With Imperial Triumphant (Century Media Records)

Gli Imperial Triumphant rappresentano una di quelle entità che bisognerebbe gustarsi on stage migliaia di volte per apprezzare a dovere l’esoterismo racchiuso nella loro presenza scenica. “An Evening With Imperial Triumphant” vede il trio rendere omaggio all’amata New York attraverso un intimo live registrato entro le celebri pareti della Slipper Room, teatro vaudeville sito nel Lower East Side e luogo perfetto per catturare le sottigliezze di una musica imprevedibile e singolare. Il disco raccoglie quattro brani tratti dall’ultimo “Alphaville” (2020), lavoro tanto articolato quanto altezzoso, e due dal precedente “Vile Luxury” (2018), mentre, purtroppo, vengono completamente trascurati i pezzi di “Abominamentvm” (2012) e “Abyssal Gods” (2015). Il death/black crudo, tecnico, dissonante e fortemente jazzato che caratterizza il sound della band sembra trovare dal vivo la sua dimensione ideale, messa in risalto dall’acustica particolare dell’ambiente stesso e con un esito finale che oscilla tra il rarefatto, il surreale e l’apocalittico. Laddove con l’ultimo album in studio Kenny Grohowski, Steve Blanco e Zachary Ilya Ezrin si ponevano l’obiettivo di evocare gli incubi metropolitani di una Big Apple dalla superficie sfarzosa e ingannevole, qui le atmosfere diventano, se possibile, ancora più inquietanti. Sublimi.

Tracce consigliate: “Rotted Futures”, “Atomic Age”, “Chernobyl Blues”

Sodom – M-16 (20th Anniversary Edition) (BMG)

Vent’anni e non sentirli: questo potrebbe essere l’abusato slogan per una ristampa a carattere celebrativo di cui tutti gli appassionati del thrash metal teutonico dovrebbero custodirne almeno una copia. Nel 2001, infatti, i Sodom pubblicano “M-16”, concept album incentrato sulla guerra del Vietnam, conflitto sanguinoso figlio della rivalità tra USA e URSS e capace di ispirare capolavori della cinematografia mondiale come “Apocalypse Now” e “Full Metal Jacket”. Un vero inferno, evocato dalla storica formazione guidata da Tom Angelripper attraverso una serie di brani capaci di rinunciare alla velocità nuda e cruda dei full-length precedenti per immergersi in cadenze mid-tempo d’impatto, con l’ora chitarrista dei Bonded Bernd “Benemann” Kost che recita al meglio il suo piccolo Slayer illustrato e il drumming di Konrad “Bobby” Schottkowski più monolitico di un menhir, nonostante le soavi intermittenze di raffiche vecchia scuola. I testi, caustici e fortemente antimilitaristi, rifiniscono un opus granitico, oggi riproposto da BMG nella versione rimasterizzata di mano dell’attuale batterista della band Toni Merkel e con l’abituale contorno di formati vari e materiale bonus. Napalm a manetta.

Tracce consigliate: “I Am The War”, “Napalm In The Morning”, “M-16”

Hypocrisy – Worship (Nuclear Blast)

Da un lato la fervida attività di produttore, dall’altro il coinvolgimento in progetti molteplici: Peter Tägtgren è di sicuro un uomo molto impegnato e appare quasi un eufemismo affermarlo. Nell’ultimo lustro lo abbiamo visto preso più dall’industrial che dal metal estremo, diviso tra i Pain e la collaborazione con Till Lindemann dei Rammstein, liaison da poco conclusasi dopo due buoni album in studio. In questo 2021 tocca ai suoi cari e vecchi Hypocrisy, messi in stand-by dai tempi di “End Of Disclosure” (2013), tornare a ordire la loro classica tela pessimista a sfondo sci-fi con “Worship”, capitolo numero tredici di una discografia di grandissima qualità. A distanza di otto anni dall’ultimo LP, veniva spontaneo chiedersi per quale tipologia di death avesse optato l’artista scandinavo, se quella brutale e blasfema dei primi ’90 o quella melodica e allo stesso tempo algida della seconda parte di carriera e in cui la mescolanza di fantascienza e critica sociale la faceva da padrone nei testi. Lo svedese sceglie la strada intrapresa da “Abducted” (1996) in poi, intessendo echi del passato remoto in un sound solido e ricco di soluzioni: pezzi di volta in volta epici, tirati, nichilisti, magnetici, per un platter dal massiccio mood alieno che non conosce calo di rendimento alcuno. In fin dei conti nessuna reale sorpresa, ma qualità di scrittura garantita.

Tracce consigliate: “Chemical Whore”, “We’re The Walking Dead”, “Another Day”, “Bug In The Net”

Concrete Winds – Nerve Butcherer (Sepulchral Voice Records)

Il duo dei Concrete Winds emerse dalle ceneri dei Vorum nel 2019, con un debutto, “Primitive Force”, che si faceva portavoce di un death implacabile e vorticoso, molto vicino alle feroci coordinate sonore del war metal. Il nuovo “Nerve Butcherer” riesce in qualche modo a superare l’energia convulsa del suo predecessore, imponendosi con un’intensità e una velocità ancora più intransigenti e incorporando marcate influenze black sul modello di Conqueror e Teitanblood. I ritmi forsennati della batteria di Mikko Josefsson fungono da fulcro per gli attacchi punitivi della coppia, mentre la chitarra di Jonatan Johansson, che oltretutto contribuisce alla causa con dei ringhi a dir poco spaventosi, disintegra truculenta ogni ostacolo, contribuendo a forgiare un’atmosfera di frenetica claustrofobia a tratti simile a quelle create dagli olandesi Sammath. Tuttavia, i finlandesi convincono maggiormente quando frenano la cieca mattanza e si dedicano ad alterare la metrica del songwriting, tra break in 3/4 e riff in 7/4, variazioni che ci aspetteremmo da Cult Of Luna e affini e non da un paio di brutti ceffi votati alla pura violenza. In un genere che spesso tende a ripiegare su sé stesso, assumersi dei rischi paga, sempre e comunque.

Tracce consigliate: “Demonic Truculence”, “Industrial Mutilation”, “Paroxystic Flagellator”

Hunters Moon – Great Pandemonium (Hells Headbangers Records)

Nel 2006 J. Eradicator e Lust, già compagni nei Denouncement Pyre e che si ritroveranno insieme nella line-up dei Nocturnal Graves durante le registrazioni di “Titan” (2018), unirono le proprie forze nel progetto Hunters Moon, pubblicando un paio d’anno dopo l’EP “Serpent Lust”. Poi l’oblio, protrattosi sino all’uscita del presente “Great Pandemonium”, un concentrato di black metal old school devoto ai Bathory prima maniera: in apparenza nulla di particolarmente originale, ma il modo in cui gli australiani maneggiano la tradizione regala agli aficionados un gioiellino estremamente gradevole nella sua nostalgia. Un songwriting semplice e lineare, senza troppi arzigogoli ed effetti, un sound caldo, un buon equilibrio tra melodia e aggressività, una produzione nitida, costituiscono gli elementi fondanti di un platter agli antipodi dello stantio e che mostra dei musicisti capaci di deviare leggermente dal percorso delle band madri per dedicarsi, con successo, alla scoperta di una delle radici genetiche del metallo nero. Esperienza e passione che si nutrono a vicenda, per un disco da assaporare in toto.

Tracce consigliate: “Torn By Talons”, “Bridge Over Chaos”, “Hearse For A Barren Earth”

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