L’oscurità ha tante e indefinite forme anche in questa tarda primavera.

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Abreaktion – Bornhatred (Chaos Records)

Il progetto Addiction si formò nel 2013, includendo nelle proprie fila il vocalist e chitarrista ritmico Ignacio Cortès e l’ascia solista Javier Salgado, entrambi negli oggi defunti Parkcrest, il bassista Sebastián Logan e l’ex batterista dei Ripper Miguel Sanchez. Dopo una demo tape e un EP, “No Future” (2015), il cui titolo lasciava presagire un pessimo avvenire, il gruppo prima si sciolse, poi si ricostituì nel 2018 e infine morì definitivamente l’anno successivo. I cileni Abreaktion, reduci da questo avventuroso split-up, sono dunque il frutto di un processo più che decennale, iter completato qualche mese fa dall’ingresso in formazione del drummer e connazionale Andrés Vega. Rintracciare gli iniziali vagiti del gruppo sudamericano appare fondamentale per rendersi conto del motivo per cui il loro esordio sulla breve distanza “Bornhatred” risulti già molto solido e coeso. Il disco ostenta infatti, una natura thrash di derivazione metà di anni ’80, tra gli Artillery di “Fear Of Tomorrow”, i Kreator di “Endless Pain” e i Deathrow di “Riders Of Doom”, benché la qualità e le sofisticherie dei riff pongano i brani oltre la primeva barbarie della scuola europea, soprattutto tedesca, di quel periodo. Atmosfere old school perfettamente calate nella contemporaneità.

Tracce consigliate: “Empty Promises”, Pyromaniac”, “Amnesia Chronicle”

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Cognitive – Abhorrence (Metal Blade Records)

Con più di un decennio di militanza nel mondo estremo e numerosi tour alle spalle, e a tre primavere di distanza dal loro quarto album in studio, l’ottimo “Malevolent Thoughts Of A Hastened Exinction”, i Cognitive tornano con una nuova release nella bisaccia, esordendo su una major, la Metal Blade Records, pronta a supportarne l’operato artistico. Questo “Abhorrence”, probabilmente, è il miglior lavoro del gruppo del New Jersey, a cui, oltretutto, riesce, se non difficile, quantomeno limitativo affibbiare un’etichetta di genere, visto il suo sguazzare fantascientifico tra brutal, technical e deathcore, mistura nella quale i rimandi a Suffocation e Cattle Decapitation restano soltanto dei vaghi punti d’appoggio per definire uno stile davvero molto personale. Sugli scudi le linee vocali di Shane Jost, che, soprattutto nelle inflessioni pulite, ricordano un fuoriclasse del microfono come Travis Ryan, mentre spicca una produzione di pregio, opera del drummer Aj Viana e del bassista Bart Williams, ex The Black Dahlia Murder, idonea nel dare spazio alle fitte intarsiature dei brani, in particolare, ça va sans dire, della sezione ritmica. A tratti si può perdere la trebisonda in tale marasma, ma il gioco vale senza dubbio la candela.

Tracce consigliate: “Abhorrence”, “A Pact Unholy”, “Rorschach”

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Mortal Wound – The Anus Of The World (Me Saco Un Ojo Records)

La guerra del Vietnam fu un capitolo triste della storia degli Stati Uniti, una tragedia bellica che, per gli orrori perpetrati e subiti, rappresenta ancora oggi una macchia indelebile per la nazione a stelle e strisce. Questo cupo e sanguinoso conflitto ha poderosamente foraggiato, nel corso del tempo, l’ispirazione per lungometraggi cinematografici e opere saggistiche e letterarie, e appare quasi consequenziale che potesse servire da sfondo, ora, al full-length d’esordio dei losangelini Mortal Wound, messisi già in luce nell’underground estremo con la demo del 2018 “Form Of Unreasoning Fear”. “The Anus Of The World” rappresenta un lastrone di old school death metal dalle articolazioni varie e dal groove spesso, plasmato sul repellente esempio degli Autopsy e sulla crudezza efferata dei primi Cannibal Corpse, quelli con Chris Barnes in formazione, per intenderci. Arricchiscono il piatto lurido e corrotto alcuni sample tratti da film a tema come Apocalypse Now, Full Metal Jacket e Platoon, per mezzo dei quali l’ascoltatore viene immerso ancora più a fondo in una risaia intrisa di sangue e cadaveri decomposti, con il growl neandertaliano del fontman e chitarrista Sam a fungere da mostruoso Virgilio asiatico. Briosamente disgustosi.

Tracce consigliate: “Found Dead In A Bush”, “Born Again Hard”, “Engulfed In Liquid Hellfire”

Rotten Tomb The Relief of Death

Rotten Tomb – Relief Of Death (Death Division Rituals)

I cileni Rotten Tomb si formarono intorno al 2016, ispirandosi, per il proprio death metal, alla psicosi morbosa e alle dilatazioni atmosferiche dei classici, soprattutto statunitensi, dei primi anni ‘90, oltre che alla rielaborazione dell’old school da parte del ricchissimo contesto autoctono. Dopo una serie di demo ed EP, i sudamericani esordirono con il notevole “Visions Of A Dismal Fate” , uno dei migliori album estremi del 2022, capace di utilizzare, con modalità abbastanza originali, il lascito cavernoso e diabolico di Gorement Incantation, Immolation e primi Cenotaph. Il nuovo lavoro “Relief Of Death” rappresenta l’ideale e coerente sequel del debutto, nel senso che, se stile e struttura rimangono fondamentalmente i medesimi, a modificarsi sono il suono, reso più nitido e lucido, e un clima che si incupisce alla maniera di Grave Miasma e Krypts, mentre il cotè doom tramortisce con malvagia e superiore drammaticità. Un full-length, dunque, torbido e dinamico, frutto di una band che sembra aggiungere un piccolo tassello di maturità a ogni rilascio, stimolata da una scena locale così florida che non ci si può esimere dal definirla una sorta di nuova Scandinavia per il metallo della morte.

Tracce consigliate: “Dissonant Death Ritual”, “Oblivion, “Psychopatic World”

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Whoredom Rife – Den Vrede Makt (Terratur Possessions)

Sono ormai dieci anni che il progetto Whoredom Of Rife strizza l’occhio al black metal dall’ombra gelide delle conifere norvegesi, posizionandosi in modo pressoché stabile ai vertici della scena sia per album di altissima qualità sia grazie a una serie di impressionanti show dal vivo. Il sound espresso dal duo di Trondheim, composto dal polistrumentista V.Einride e dal vocalist K. R, soddisfa tutti i requisiti in merito a un metallo nero capace di amalgamare aggressività oscura e melodie cariche di odio e disperazione con fare moderno e tutt’altro che generico, pescando in egual misura dalla tradizione locale degli anni ’90 e dalla scuola svedese dei Watain, ma senza incorrere nell’effetto nostalgia canaglia. Il nuovo lavoro “Den Vrede Makt”, leggermente più ruvido dello scorso “Winds Of Wrath” (2021), prosegue sulla strada di un’espressività crudele e raffinata, nella quale l’utilizzo spettrale delle tastiere e quello discreto dell’organo concorrono a rivestire l’insieme di una bellezza satanicamente malsana, con l’artwork di José Gabriel Alegría Sabogal che, ancora una volta, coglie nel segno per eleganza e concentrazione di richiami simbolici occulti. La band apicale della scena nidrosian non sbaglia mai un colpo.

Tracce consigliate: “Den Vrede Makt”, “Fiender”, “The Beautiful End Of All”

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