Fine giugno lugubre e tenebrosa per questo nuovo appuntamento con l’estremismo sonoro.

hyperdontia harvest of malevolen

Hyperdontia – Harvest Of Malevolence (Dark Descent Records)

Gli Hyperdontia nacquero intorno al 2015 come progetto parallelo dell’attivissimo axeman Mustafa Gürcalioğlu (Decaying Purity, Diabolizer, Engulfed), che aveva deciso, con il danese David Mikkelsen degli Undergang, poi anche membro dei Phrenelith, di creare una band dalla line-up internazionale capace di dare un’ulteriore e diversa interpretazione del death metal. Dopo un esordio piuttosto solido e diretto quale “Nexus Of Teeth” (2018) e un “Hideous Entity (2021) più tenebroso e cerebrale, il gruppo, nel nuovo “Harvest Of Malevolence”, seguendo anche la scia dell’EP dello scorso anno “Deranged”, continua a ispessire e rendere più sofisticata la natura profonda del proprio sound, con Adramelech, Gorguts, Monstrosity, Suffocation e un pizzico di Vader a fungere da guida stilistica generale. Brani accordati in C#, brutali, tecnici, dalle atmosfere cupe e arcaiche, con il notevole contributo vocale e chitarristico di Mathias Friborg e una produzione ad hoc nei celebri Earhammer Studios, che consente al basso pieno e incisivo Malik Çamlıca di bulinare a fondo le intime pieghe del disco. La formula perfetta per un metallo della morte che sembra poter rigenerarsi all’infinito quando capita tra le mani giuste.

Tracce consigliate: “Death’s Embrace”, “Pestering Lamentations”, “Servant To A Crippled God”

KVAEN The Formless Fires 2024 70

Kvaen – Formless Fire (Metal Blade Records)

Il nuovo album della one man band Kvaen, “Formless Fires”, è un lavoro cupo, dinamico, evocativo, muscoloso, che se avesse una traduzione a livello pittorico, corrisponderebbe al Der Wanderer Ber Über Dem Nebelmeer di Caspar David Friedrich, sostituendo, però, il bastone da passeggio con una B.C. Rich Warlock e la vista mozzafiato con un paesaggio dark fantasy. Anche se la creatura dello svedese Jacob Björnfot non riveste la medesima importanza culturale di un capolavoro dell’arte romantica, ne condivide comunque lo spirito inquieto e ha, forse, maggiori probabilità di propagarsi tra le orecchie degli amatori dell’estremo. Il terzo lavoro del progetto solista scandinavo, già artefice dei due buoni “The Funeral Pyre” (2020) e “The Great Below” (2022),  si fa veicolo di un black metal della varietà più melodica e orecchiabile, condito dal death di provenienza Gothenburg, da un pizzico di thrash e da una certa spacconeria classic heavy, il tutto raccolto in una scrittura accattivante e reso alla grande dal punto di vista tecnico e sonoro. Un platter per discepoli fedeli e adatto altresì a coloro che guardano al metallo nero e alle sue contaminazioni pensando di trovarsi ad ascoltare un coacervo di caos e rumore: impressione erronea, mentre la Metal Blade Records occhieggia sottecchi.

Tracce consigliate: “Tornets Sång”, “Basilisk”, “The Wings Of Death”

Limbonic Art

Limbonic Art – Opus Daemoniacal (Kyrck Productions & Armour)

Protagonisti della scena symphonic black metal durante i gloriosi anni ‘90, da tempo i Limbonic Art hanno ridotto i propri sforzi in studio e, malgrado alcuni full-length sparsi qui e là, sembrava che lo storico monicker norvegese fosse pronto per imboccare, in via definitiva, uno stanco viale del tramonto. E invece, a distanza di sette anni dallo scialbo “Spectre Abysm”, l’oggi band solista di Vidar Jensen diffonde il nuovo album “Opus Daemoniacal”, rilasciato sulla piccola etichetta greca Kyrck Productions & Armour, label rivolta soprattutto a pubblicazioni di area avantgarde. Orfano del sodale Morpheus ormai dal 2009, Daemon si è ritrovato a gestire un’eredità piuttosto pesante, rivelandosi incapace di replicare la qualità di lavori leggendari come “Moon In The Scorpio” e “In Abhorrence Dementia”, nei quali l’orrore celestiale dei primi Emperor si combinava mirabilmente alla scorza industrial dei Mysticum. In questo nuovo lavoro, perlomeno, il musicista scandinavo prova un po’ a svecchiare e a rendere meno unidimensionale il sound originario del progetto, minimizzando l’aspetto cosmico/cinematografico e quello neoclassico, comunque presenti in discreta misura, a favore di un metallo nero diretto e ferocissimo. Considerate le premesse, un LP piuttosto gradevole.

Tracce consigliate: “Ad Astra Et Abyssos”, “The Wrath Of Storms”, “Ars Diavoli”

Sotherion 1

Sotherion – Vermine (World Terror Committee)

Recuperiamo, ora, un album che rimanda allo scorso maggio, non pervenuto nella nostra rubrica per semplici questioni di spazio. Si tratta della one man band francese dei Sotherion, dietro la quale opera nientemeno che Sébastien Tuvi, alias BST, ex membro di Aborted e Aosoth, e al momento attivo in Doedsvangr, Genital Grinder, The Order Of Apollyon e VI. Dopo la demo del 2022 “Scharmgeist”, ora tocca al full-length “Vermine” debuttare sugli scaffali dei negozi digitali, un disco i cui testi ruotano attorno a una visione lugubre della realtà, al declino del mondo moderno, alla fine ormai prossimo dell’umanità e a una forma di umorismo cinica e morbosa, diretta a farsi beffe di tutto ciò che è sacro ed edulcorato. Tale visione apocalittica e nichilista si appoggia a canzoni piuttosto grezze e minimaliste, nelle quali domina un guitar work debitore della second wave degli anni ’90 riletta dalla scuola transalpina e soprattutto di un album come “A Blaze In The Northern Sky”, mentre i vocalizzi letali del mastermind e gli stessi riff tradiscono influenze death metal, inevitabili quando si partecipa a una pluralità di progetti a cavallo di due stili estremi diversi, ma spesso e volentieri tesi all’ibridazione. L’ostilità del black metal fatta carne.

Tracce consigliate: “La Mort Pour Compagnon”, “Flame Of Deliverance”, “Blood Project”

ulcerate Cutting the Throat of G

Ulcerate – Cutting The Throat Of God (Debemur Morti Productions)

I veri innovatori, ovvero coloro che, in ogni campo creativo, prendono ispirazione dai paradigmi di  una data forma artistica per crearne una nuova di zecca, sono una specie estremamente rara. Una descrizione che può applicarsi, senza dubbio alcuno, ai neozelandesi Ulcerate che, a partire dal debut album “Of Fracture And Failure” (2007), ha profondamente inciso sul modo di suonare il death metal, portando le idee dei Gorguts riguardo a schemi ritmici singolari e torbide dissonanze in territori insondabili e originali. Con “Cutting The Throat Of God”, il trio kiwi, sempre attento alle questioni filosofiche, entra nei regni oscuri dei valori umani, attraversa i meandri della responsabilità e del peso della scelta, addolcendo la disarmonia attraverso un melodismo che accresce, piuttosto che allentare, la tensione tortuosa della musica e con un senso atmosferico la cui aura misteriosa viene frustata da un’urgenza vagamente black. Uno sguardo solenne e granitico sull’orrore dell’essere-nel-mondo heideggeriano, che unisce lo spirito catastrofico di “The Destroyers Of All”, la  risolutezza di “Shrines Of Paralysis, la spietatezza ipnotizzante di “Stare Into Death And Be Still”: capolavoro assoluto, ancora una volta.

Tracce consigliate: “To Flow Through Ashen Hearts”, “Transfiguration In And Out Of Worlds”, “Undying As An Apparition”

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