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NUOVE USCITERECENSIONI

Maahes – Nechacha

Moniker ed estetica di matrice religiosa hanno una lunga tradizione nel metallo nero e non soltanto in funzione anticristiana, visto che spesso le culture orientali fungono da ispirazione terminologica e visiva. I Maahes prendono il proprio nome da quello dal dio egizio della guerra dalla testa di leone, la cui natura temibile si rifletteva nei sanguinosi epiteti attraverso i quali veniva indicato, benché in realtà fosse un’entità benefica. Dopo il debutto del 2020 “Reincarnation”, album invero pronto tre anni prima, ma re-inciso per presunti problemi di produzione, il combo di Grafenau mette a segno un secondo colpo che sembra godere di una maggiore focalizzazione sul songwriting rispetto al predecessore. Se l’esordio si barcamenava tra squarci di melodic black metal di stampo svedese e arrangiamenti sinfonici à la Dimmu Borgir, giustapponendo più che integrando i due vettori di influenze, il nuovo lavoro “Nechacha” riesce a raggiungere un discreto equilibrio interno, anche in riferimento al contenuto delle liriche.

Certo, appare abbastanza singolare che una band originaria della Foresta Bavarese non dedichi alcun pezzo ai paesaggi della medesima, bensì scelga di occuparsi, sin dalla sua formazione,  dell’antica civiltà del Nilo, questa volta evitando di mescolarne la mitologia con elementi appartenenti ad altre tradizioni, a parte la dritta “Medusa”, vecchio brano già incluso nell’EP “Ancient Force”.  I tedeschi, coadiuvati in cabina di regia da un parterre dell’esperienza e della professionalità di Heiko Müller e V. Santura, confezionano un lavoro nel solco di Cradle Of Filth e Dissection, suggestioni unite dal mastice dei connazionali e ormai dismessi Dark Fortress, soprattutto a livello di transizioni e di impalcature ritmiche (“The Resurrection”). In tal senso, la forma del mid-tempo, arricchita da raid in stile Dark Funeral e da guarnizioni orchestrali, rappresenta la formula principe che caratterizza il lotto, con una tendenza all’epico e al cinematografico capace di attenuare la sensazione di avere di fronte delle canzoni pressoché simili, povere di tratti così distintivi se non una comune orecchiabilità.

Laddove le linee vocali di Horus non fanno mistero di ispirarsi ai gracidii stilosi di Dani Filth (“Nephthys’ Tears” docet), il chitarrista Thol ci regala alcuni assoli molto tecnici e di buon gusto (“Lord Of The Underworld”, “Morbid Love”, “Keeper Of Secrets”), mentre Sebek riesce a non perdere la bussola allorché occorra cimentarsi in raffiche di blast beat invece che nell’abituale doppia cassa. I cori maschili di “Cult Of The Sun” e le vibrazioni Bathory dell’oscura e marziale semi-ballad “The Crown Of The Sceptre” rivelano una raffinatezza di scrittura non banale, però appare davvero un peccato che, a parte qualche lievissima coloritura qui e là, come nel caso dell’acustica – e soporifera – “Obsidian” o delle sfumature del monumentale Behemoth “Patron Saints Of Pharaohs”, alle atmosfere levantine tocchi esclusivamente il ruolo di convitate di pietra. Un’assenza che, pur stonando con le tematiche dei testi, libera il gruppo teutonico dal pericolo di scivolare nella trappola del kitsch, specialmente quando non si padroneggi a dovere la patata bollente del folk.

“Nechacha” costituisce un progresso nella carriera dei Maahes, ma per trasformarsi nella versione BM dei Nile la strada da percorrere resta ancora molto lunga, forse persino troppo. Che Ra li assista nella dura contesa.

Tracklist

01. Magic Slave
02. The Resurrection
03. Lord of the Underworld
04. Morbid Love
05. Cult Of The Sun
06. The Crown And The Sceptre
07. Keeper Of Secrets
08. Obsidian
09. Patron Saint Of Pharaohs
10. Medusa
11. Nephthys’ Tears