La rassegna musicale che sta animando la calda estate di Bologna e che si divide tra Sequoie Music Park e Bonsai Garden prosegue, questa volta nella location più piccola, quella appunto del Bonsai Garden, e vede protagonista una band che sta ormai facendo parlare di sé prepotentemente nella scena underground. Si tratta dei bielorussi Molchat Doma, un trio che mischia post-punk, elettronica e new wave con un tocco di brutalismo da ex Unione Sovietica e che ha spopolato grazie ai soliti social, in particolare TikTok, diventando la colonna sonora di video di urban explorers in luoghi abbandonati e immagini nostalgiche di epoche passate.
I tre sono già alla loro seconda prova in quel di Bologna e alla prima delle loro due date in Italia per il 2025; l’inizio dello show è previsto per le 21 circa ma già più di un’ora prima il parco delle Caserme Rosse è popolato da numerosi fan, sia italiani che non, della band. Non sono previste band di supporto quindi il pubblico è davvero tutto per loro, che si fanno attendere solo quei classici 15 minuti accademici e non perdono tempo nel cominciare il loro show. Presa posizione tra le due postazioni munite di synth, batterie elettroniche, tastiere e consolle, ma anche chitarra e basso come strumenti “tradizionali”, i Molchat Doma non perdono tempo ed iniziano subito con “Kolesom”, brano tratto da “Belaya Polosa”, album del 2023 che li ha lanciati oltre l’underground, anche grazie al contratto firmato con la celebre casa discografica americana Sacred Bones Records.
Lo show dei tre di Minsk si basa su danze ipnotiche, drum machine e riff eseguiti tra chitarra, basso e synth, corredati dagli effetti luminosi che hanno un’influenza quasi ipnotica sul pubblico bolognese, subito letteralmente incantato dall’energia e dal ritmo. Egor Shkutko alla voce è un vero e proprio animale da palcoscenico, non lascia un minuto di pausa tra una canzone e l’altra se non per degli sparuti “spasibo”, mentre i colleghi Roman Komogortsev alla chitarra, tra le altre cose, e Pavel Kozlov si occupano del potente impianto sonoro di ogni canzone. Con il brano “III’ viene fuori la natura più anni ’80 della band, con sonorità che ricordano quasi i Depeche Mode più dark di inizio carriera, mente con “Doma Molchat”, una specie di piccola auto celebrazione, si passa a un beat ridotto all’osso, in cui la linea vocale diventa quasi una nenia consolante.

La setlist comprende brani da tutti e tre gli album (più un EP) della band, spaziando tra riff duri e melodie dark wave, come con il pezzo “Obrechen”, tratta dall’ultimo disco “Monument” e che sembra un incontro tra gli Smiths e dei viandanti nelle fredde steppe dell’URSS. Una delle particolarità che differenzia i Molchat Doma dalla massa e li fa spiccare sono proprio queste atmosfere nostalgiche e liminali, che anche dal vivo scorrono fluide, trascinando l’ascoltatore in un mondo onirico fuori dal tempo. Lo dimostra successivamente “Chernye Tsvety”, di nuovo dal disco “Belaya Polosa”: il pezzo sfiora quasi l’ambient con il suo beat ossessivo e i suoni elettronici più spinti e viene accolto con calore dal pubblico di Bologna. Segue a ruota, per la gioia degli astanti, “Volny”, un altro pezzo molto famoso dei Molchat Doma, in cui i tre mettono un’energia particolare che segna uno dei momenti più alti dello show insieme, subito dopo, a “Discoteque”, un brano impossibile da non ballare.
É un genere, quello dei Molchat Doma, talmente ibrido di sonorità che è difficile non lasciarsi coinvolgere canzone dopo canzone, anche se non si conosce alla perfezione il pezzo, anche se cantarci sopra è difficile, non conoscendo il russo e la sua ostica pronuncia ed è questo uno degli elementi che rappresenta la forza più grande del meritato successo di un gruppo di questo tipo. Il meglio però viene lasciato alla fine: “Toska” è un altro pezzo di grande impatto, diventato conosciutissimo grazie ai “suoni” dei reel ed è eseguito alla perfezione dai tre musicisti, con la stessa precisione e lo stesso trasporto percepibile su disco. “Tancevat” è accolta dagli applausi sentiti dell’ audience, che si scatena subito con Egor, Roman e Pavel, altrettanto coinvolti e decisi a regalare ogni atomo di energia ai propri fan. Il gran finale viene invece affidato all’ormai universalmente riconosciuta “Sudno”: nonostante l’afa di luglio, ci si sente nel bel mezzo dell’inverno buio della Bielorussia anni ’80, pronti a ballare corroborati dal ritmo e magari da un qualche alcolico forte.
Usciti da un live come questo, la sensazione é quella di aver attraversato un portale verso una dimensione sospesa tra passato e presente, una parentesi difficilmente replicabile nell’attuale panorama musicale con la stessa efficacia di questi tre ragazzi di Minsk e sicuramente un’esperienza da portarsi dentro come un piccolo tesoro.











