Un’arena sospesa tra la luna e la tempesta
È il sette luglio e tutto il Nord Italia è in allerta meteo. Il concerto dei Mumford & Sons viene posticipato di un’ora ma si fa lo stesso, e un’ Arena di Verona sold out freme per rivederli. «We fucking love this place!», urla Marcus Mumford, frontman e voce della band: ritornano infatti dieci anni dopo sullo stesso palco, portando con sé entusiasmo, gratitudine e un legame con il pubblico che sembra non essersi mai interrotto.
In totale sono in nove, un intreccio composto da chitarre, banjo, ottoni, pianoforte e percussioni, che creano un unico racconto sonoro. Ad aprire le danze è “Rushmere”, il brano che dà il titolo al nuovo album. In scaletta poi si alternano altre opere della stessa raccolta e grandi classici come “The Cave” e “Little Lion”, che hanno reso celebri i M&S e che spingono il pubblico ad alzarsi in piedi, ballare, saltare e cantare a squarciagola. A sorprendere tutti, una piccola perla nascosta: un brano inedito presentato in anteprima, che lascia il pubblico attonito e visibilmente commosso.

Ad un certo punto Marcus mentre canta, scende dal palco, corre attraversando tutta la platea e sale fin in cima alle tribune, con una guardia del corpo che cerca inutilmente di stargli dietro e l’entusiasmo del pubblico che esplode in un boato (mentre il bodyguard rischia di perdere un polmone, palesemente pronto a dimettersi o a chiedere un aumento).
Poi, la magia: alcuni brani eseguiti dalle gradinate, con la band raccolta attorno a un unico microfono e una sola chitarra. Cala un silenzio intimo e sospeso, che trasforma quella cornice di pietra antica in un piccolo club. E sulle note di “I Will Wait”, con i lampi all’orizzonte, il concerto si avvia verso la fine. I musicisti alzano il loro strumento, ringraziano un’Arena in fermento e se ne vanno.
Un’Arena che, da millenni, accoglie ogni forma di spettacolo, e che questa sera si è lasciata invadere dalla potenza gentile degli accordi rock-folk firmati Mumford & Sons. Un’Arena tra la luna, a tratti coperta dalle nuvole, e il vento freddo che preannuncia l’arrivo di una tempesta. Un’Arena colma di persone che vibrano alla stessa frequenza. Un’Arena che per due ore rimane sospesa, senza tempo. Intoccabile. Intangibile. Effimera.





