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Il Sequoie Music Park ritorna protagonista dell’estate metal 2026 ospitando questa volta gli svedesi Opeth, uno dei nomi più importanti del progressive metal degli ultimi 30 anni e che ha bisogno di ben poche presentazioni. Dopo l’incredibile show sold out nella splendida cornice dell’Anfiteatro di Pompei, gli Opeth proseguono il tour nuovamente a supporto del loro ultimo lavoro “The Last Will and Testament” e tornano a Bologna dopo ben 12 anni dall’ultima volta, finalmente con un concerto personale e non nell’ambito di un festival.

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Blood Incantation

L’affluenza numerosa, nonostante le previsioni meteo non ottimali, dimostra quanto i fan della band svedese fossero ansiosi di rivederli dal vivo, specie per chi si è perso l’occasione unica della data precedente a Pompei: è quindi quasi scontato vedere la venue puntualmente riempita già ben prima dell’inizio dell’act di apertura, gli americani Blood Incantation. In un’atmosfera carica di attesa ma allo stesso tempo rilassata, anche se spesso l’occhio va alle nuvole che si avvicendano minacciose alle spalle del pubblico, con tanto di lampi che non promettono nulla di buono, il concerto comincia con la solita puntualità a cui ormai ci ha ben abituato l’organizzazione del Sequoie Music Park: i Blood Incantation, con tanto di obelischi di polistirolo, arrivano sul palco alle 19 in punto per proporre la loro particolarissima versione di progressive death metal con un concerto di circa 40 minuti durante i quali, tecnicamente, i quattro suonano esattamente due canzoni. Si tratta delle piece del disco “Absolute Elsewhere”, l’ultimo full lenght del gruppo, uscito nel 2024, dal titolo “The Stargate” e “The Message”, della durata rispettiva di 20 e 23 minuti l’una. Il loro sound inebriante e coinvolgente risulta essere un perfetto antipasto per la serata, coniugando psichedelia anni ’70 con il death metal più classico in un’unione che funziona e convince, considerata la bellissima risposta che il pubblico di Bologna tributa alla band statunitense.

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Opeth

È però con l’ingresso sul palco degli Opeth che l’entusiasmo raggiunge il suo culmine: guidati dal sempre carismatico e posato Mikael Åkerfeldt, gli svedesi prendono possesso del palco del Sequoie e con “§1” danno inizio allo show. La scaletta proposta è un continuo viaggio tra il presente e il passato, caratterizzato da una grande naturalezza: ogni brano, ogni cambio di passo scorre con disinvoltura e non fa perdere nemmeno per un attimo attenzione e coinvolgimento al pubblico. L’ultimo album della band “The Last Will and Testament” viene accolto con grande favore anche dai fan di vecchia data, per cui è bello vedere come varie generazioni di metallari si uniscono per godersi una band che sa esattamente come dosare la propria energia senza risparmiarsi, ma sempre mantenendo l’aplomb nordico che li caratterizza. In particolare Åkerfeldt sembra a volte un gentleman di altri tempi, scherza sul meteo bolognese, a cui loro, venendo dalla Svezia, non sono ben abituati (e bardati di completi e giacche non sembrano proprio apprezzare), lamenta scherzosamente di non poter vedere la partita dei Mondiali che gli interessava seguire (Norvegia – Inghilterra) e che gli abbiano bocciato l’idea di tenere uno schermo al lato del palco. Dimostra inoltre di tenere al benessere del suo pubblico quando gli fanno notare, più o meno a metà concerto, che qualcuno si sta sentendo male, per cui invoca l’intervento della sicurezza ma scherza sul fatto che vedere qualcuno perdere i sensi durante un concerto degli Opeth lo fa sentire quasi un membro di una boyband.

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Opeth

Tornando alla musica, gli Opeth regalano uno spettacolo senza sbavature e con una potenza e una compattezza sonora magistrali, sia nei brani nuovi che in quelli più datati; un capolavoro come “Windowpane” rappresenta uno dei momenti apicali del concerto e dimostra come il passare degli anni non ha fatto che accrescere la capacità degli Opeth di dare sfoggio alle loro capacità musicali. Altro grande esempio è “Godhead’s Lament”, in cui i vari cambi di stile tra growl e pulito nel cantato danno prova della grande qualità di performance della band, portando lo show a quel livello superiore che ormai solo un certo tipo di artisti sono in grado di donare al proprio pubblico. Quando il frontman annuncia che mancano solo un paio di canzoni alla fine del concerto, il disappunto è palpabile sotto un cielo sempre più minaccioso e plumbeo che però, nonostante la preoccupazione per una possibile un’interruzione del concerto o una doccia non prevista, fa da atmosfera perfetta per il sound cupo degli Opeth. Ma nessuno viene mandato a casa a bocca asciutta: dopo la sempre simpaticissima gag della cover dei Napalm Death “You Suffer”, brillantemente superata dagli avventori di Bologna, arrivano prima “The Drapery Falls” e infine, come degna conclusione, una solenne e grandiosa “Deliverance” durante cui (per fortuna) non viene giù il cielo ma esplode solo l’ultima ondata di entusiasmo del popolo degli Opeth.

La band svedese conferma, come se ce ne fosse bisogno, la propria assoluta qualità oltre che la padronanza del pubblico e del proprio talento in un concerto che ha tutte le caratteristiche necessaria per essere ricordato: epicità, adrenalina, eleganza.

Setlist

§1
Hjärtat vet vad handen gör 
Godhead’s Lament
§7 
The Devil’s Orchard
Windowpane
The Grand Conjuration
Demon of the Fall
§3 
You Suffer (Napalm Death cover)
The Drapery Falls
Deliverance 

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