A febbraio 2023, uno sconosciuto molto gentile rompeva il vetro della mia macchina per rubare. Penso di non essere da biasimare se alla fine ai Magazzini Generali non sono entrato, preso dalla gioia per l’avvenimento. Rimanendo fuori dal locale, ho conosciuto un fotografo molto gentile, il quale, una volta saputo della mia passione per la scrittura, mi ha dato i giusti contatti e alla fine sono quasi 2 anni che scrivo per SpazioRock. Perciò, scrivendo il resoconto del live dei Palaye Royale di venerdì, chiudo finalmente un cerchio.

La tappa italiana del Death or Glory tour inizia molto presto: alle 18:50 sale sul palco dell’Alcatraz Huddy, aka Chase Hudson, superinfluencer americano classe 2002 che pochi anni fa ha deciso di aggiungere il proprio nome alla pletora di artisti del revival pop punk. Sono pochi i presenti al suo set e sembrano ancora meno se si pensa all’Alcatraz in versione completa – perché si sia scelto il palco principale, rimane un mistero –, eppure qualche ragazza urlante si fa sentire per lui.

Accompagnato da un batterista (sul pezzo), da un chitarrista (il bisogno di averlo, altro mistero) e da una dose generosa di basi (gestite anche non benissimo), il giovanissimo artista è chiaramente emozionato di potersi già esibire su palchi così grossi, nonostante abbia pubblicato solamente un album, un EP e qualche singolo – “Cyanide”, in collaborazione proprio con i Palaye Royale, è uscita venerdì stesso. Nemmeno il tempo di entrare nel suo mood che il suo set finisce, dopo neanche 20 minuti.

I See Stars
I See Stars (Foto: Miranda McDonald)

C’è chi si ricorda alcune band solo per una hit o perché ci ha militato questo o quel musicista. E sarò sincero, gli I See Stars io me li ricordavo solo perché ci aveva suonato Luke Holland, quando dimostrava di non essere bravo solo su Youtube. Beh, come dire, shame on me. Il quartetto di Warren, Michigan, insieme al tournista Dakota Sammons, è vera dinamite.

Fin dall’entrata ad effetto – ripetuta, forse solo per il gusto di farlo – l’esperienza ultradecennale del gruppo si percepisce in ogni sfumatura dello show, soprattutto nell’intrattenimento del pubblico, compito principale del frontman Devin Oliver. Oltra a sfoggiare un look ancora più glitteroso del precedente Huddy, e a districarsi continuamente tra parti acute e growl vibranti, il cantante cerca costantemente di coinvolgere la platea (ancora abbastanza scarna), tentando perfino un wall of death. I complimenti anche ad Andrew Oliver, che aiuta il fratello nelle parti pulite e suona magistralmente le tastiere, a differenze di tanti gruppi electronicore o simili che sacrificano lo strumento in base.

Hot Milk
Hot Milk

Si sono fatte quasi le 20 quando tocca ai penultimi della serata, i mancuniani Hot Milk. Quartetto piuttosto recente armato di due chitarristi/cantanti, la proposta è in qualche modo simile – più dal vivo che in studio – a quella degli Sleeping with Sirens, un mix di metalcore, pop punk e pop. Una differenza fondamentale c’è: gli inglesi sono più studiati e non sacrificano la musica a favore dello show. Anzi, tutto ha uno suo equilibrio molto godibile. Han Mee e Jim Shaw, insieme al bassista Tom Paton, se la godono al massimo lungo tutto il palco, e non da meno si diverte Harry Deller dietro le pelli, che ci regala anche un assolo di batteria al termine di “ZONED OUT”. L’accoglienza del pubblico forse non è eclatante come per gli I See Stars, ma non si può dire che non abbiano scaldato a dovere l’Alcatraz per gli headliners.

Palaye Royale
Palaye Royale

Durante l’ultimo cambio palco, finalmente la platea si infoltisce – a occhio, avremmo riempito il locale se avessero utilizzato il secondo palco –. La scenografia, che già prima si poteva osservare, ora è ben illuminata, i colori dei pannelli risplendono insieme alla scritta DEATH OR GLORY. I fratelli Kropp raggiungono le loro postazioni come delle vere rockstar, perché il loro stile è proprio quello. È impossibile non pensare a Keith Richards mentre si guarda Sebastian Danzig suonare la chitarra, in completo e con quella pettinatura che urla anni 70. Emerson Barrett, così come i tournisti Dave Green (chitarra) e Logan Baudean (basso), sfoggiano un look più street, tra canottiere e chiodi. Remington Leith incarna invece tutta la parte più moderna della band, a metà tra il garage rock revival degli anni 2000 e l’emo pop dei My Chemical Romance.

We need a lot of coke on stage… I swear it’s the cola” dice Remington dopo appena 4 canzoni. Crediamogli o no, è la frase degna dei cantanti di una volta. Eppure la loro musica non è un elogio al passato. Si sentono le radici negli anni ’70 ma non sono vintage, basta guardarsi attorno. Non ci sono boomers barbuti con toppe ovunque, ma solo giovani e giovanissimi, a riprova del fatto che la fanbase della band è in costante crescita.

Il divertimento è assicurato a un loro show, tra gigapalloni bianchi e pogo con tanto di frontman in mezzo, ma anche le emozioni più profonde colpiscono. Impossibile non sentirsi appesantiti dall’epicità di “Fever Dream” – dedicata alla loro madre, mancata proprio quest’estate –, o dalle melense “For You” e “Broken”. Naturalmente la setlist è dedicata quasi completamente all’ultimo disco, ma non mancano i brani che hanno reso famoso il trio, come “You’ll Be Fine”, “Dying in a Hot Tub” e “Mr. Doctor Man”, che chiude il bis.

Mi piace pensare che in un universo parallelo, i Palaye Royale abbiano ottenuto il successo dei Måneskin, siccome ne condividono molti lati e li hanno leggermente anticipati. Chissà, magari basta aspettare.

Setlist

Nightmares
Death or Glory
You’ll Be Fine
No Love in LA
Just My Type
Dark Side of the Silver Spoon
Ache In My Heart
Addicted to the Wicked & Twisted
Showbiz
Broken
Dying in a Hot Tub
Fucking With My Head
For You
Pretty Stranger
Fever Dream
Dead to Me
Lonely
Mr. Doctor Man

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