Report a cura di Matteo Lucchetta
Saranno stati la pioggia ed il freddo (neanche troppo) di questa uggiosa serata di novembre ad accrescere quella voglia di sole, di bianche spiagge e di surf… Qualcuno ha detto Australia?
Detto fatto! A rispondere alla chiamata ci sono in pole position i Parkway Drive dalla soleggiata Byron Bay, freschi della pubblicazione del nuovissimo “Atlas” che si va a collocare dopo il precedente “Deep Blue” come quarto tassello della discografia di una delle band metalcore più amate presenti sulla scena.
L’apertura della serata è affidata ad altre tre formazioni ed i primi a salire sul palco alle ore 20 in punto sono i canadesi Structures, band dedita ad una sonorità molto in linea con il nuovo Djent alla Periphery, ma decisamente più aggressivo ed estremo. I suoni (come ci si aspettava d’altronte con la prima band) sono pessimi, poco curati e non migliorano di certo con il susseguirsi dei brani in scaletta. La loro performance è ottima dal punto di vista tecnico e d’impatto visivo, con i due chitarristi che si destreggiano in parti complesse ben suonate alternate ad altre più cadenziate e break con tanto di roteazioni di chitarra intorno al corpo assolutamente d’effetto. Buona anche la sezione ritmica che trascina i pezzi con precisione e gran tiro, cosa che di certo non può essere detta nei riguardi del frontman Nick Xourafas, a mio avviso unica vera pecca, con una voce decisamente poco potente ,una timbrica piuttosto monotona e alla lunga stancante. Lo show si conclude comunque con una buona accoglienza da parte del pubblico, di certo impressionato anche dalla preparazione rapportata alla giovanissima età dei musicisti.
Solito cambio palco ed è la volta degli statunitensi The Word Alive, progetto nato nel 2008 da un idea di Craig Mabbitt degli “Escape the Fate”, la band ha pubblicato lo scorso luglio il secondo lavoro in studio che risponde al nome di “Life Cycles”. Il sound del quintetto si presenta come un metalcore piuttosto classico, con il singer Tyler "Telle" Smith ad alternare scream vocals a parti melodiche con ottima disinvoltura (anche se aiutato da basi ed effetti vari nelle parti clean). Il resto dei musicisti svolge il proprio lavoro in maniera impeccabile, il tutto spinto da dei suoni decisamente migliori rispetto alla band precedente, meno confusi così da consentire al pubblico di apprezzare maggiormente le buone scelte compositive proposte durante l’esibizione. Un plauso va senza dubbio al drummer Luke Holland, youtuber molto seguito sul web che ha dimostrato un talento ed un’attitudine davvero eccezionali se si considerano i soli diciannove anni!
Piccolo break ed ecco irrompere sulla scena la seconda band più attesa della serata, ovvero quella macchina deathcore che risponde al nome di Emmure. I newyorkesi vantano un corposo seguito di fan guadagnato nel corso di una carriera quasi decennale con cinque full lenght all’attivo. L’esperienza della formazione è subito palesata al pubblico con un attacco sfolgorante, i suoni sono buoni (anche se miglioreranno notevolmente nella seconda metà) ed il carisma e l’attitudine HC del frontman italo americano Frankie Palmeri trascinano la folla in circa quarantacinque minuti di deathcore senza compromessi. La setlist va a pescare un po’ dall’intera discografia della band, da brani più recenti come "Demons With Ryu" e "Protoman", ad altri più datati come “Sunday Bacon" ed “R2deepthroat”. I breakdown serratissimi e potenti, le caratteristiche dissonanze di chitarra (precise al punto di sembrare effetti elettronici) e la voce rabbiosa di Palmeri mettono la firma ad una performance da applausi, con un pubblico entusiasta e fisicamente provato dal “leggerissimo” movimento creatosi sotto al palco.
Tempo di riprendere fiato ed asciugarsi il sudore ed ecco salire l’atmosfera che preannuncia l’arrivo sul palco di una delle band simbolo del genere metalcore, quei Parkway Drive che dall’altra parte del mondo hanno saputo irrompere sulla scena nell’ormai lontano 2005 con una freschezza, un songwriting ed un’attidudine capaci di divenire subito punti di riferimento per chiunque intenda approcciarsi a questo modo di fare musica estrema che tanto amiamo. Le luci si abbassano, una sognante scenografia proiettata alle spalle della batteria introduce le note dell’intro “Sparks” + “Old Ghosts – New Regrets”, apertura del nuovissimo “Atlas” uscito lo scorso ottobre. L’esplosione del pubblico è incontenibile, gli stessi sguardi di Winston McCall e soci lasciano trasparire la gioia nel vedere la folla cantare a squarciagola le parole ed i riffs riversati su di loro dall’abilissima formazione australiana. I suoni si assestano velocemente su ottimi livelli ed i brani scorrono uno dopo l’altro in maniera impeccabile, passando per “Sleepwalker” e “Karma” tratte dal fortunato “Deep Blue” per poi esplodere nella furia del masterpiece “Boneyards”. La scaletta osa molto proponendo parecchi brani tratti dal nuovo lavoro (cinque per la precisione), scelta che ha probabilmente fatto storcere il naso ai fan di vecchia data particolarmente legati ad i primi album della band. C’è anche spazio per il solito sipario in cui i nostri lasciano al pubblico la scelta tra due brani proposti ed anche qui avviene lo scontro tra nuovo e vecchio, con una buon numero di voci ad incitare “Gimmie AD” dal primissimo album ed uno invece più copioso che desidera l’esecuzione della nuovissima “Swing”, la vittoria va a quest’ultima che viene subito gettata con violenza sulla folla scatenata. La voce di Winston è potente ed ispirata (peccato per il solito volume basso), la sezione ritmica coordina il tutto con precisione maniacale e le chitarre del duo Kilpatrick/Ling regalano al pubblico un riff dopo l’altro come se li si stessero ascoltando freschi di mastering. La stanchezza è tanta, la voce non c’è più ed il pathos sale alle stelle quando la parola fine all’esibizione del combo australiano viene messa dalla doppietta “Carrion”, “Home is for the Heartless”. Questi sono i Parkway drive, quelli delle mani alzate al cielo in un unico coro, quelli dei tapping perfetti e dei breakdown tritaossa, quelli che riescono a far trasparire cuore e personalità anche nelle scelte più semplici. Live strepitoso, le cui pecche generali sono state eclissate da un pubblico capace di andare oltre e stringersi nella passione, in quel brivido che solo il palco può dare, un palco dominato con il carisma e l’esperienza che tutti si aspettavano. Una garanzia.
P.S. Io me li aspettavo in infradito ed è stato uno shock vederli con le scarpe! Ma questo ahimè… non possiamo che perdonarglielo…











