Nove album pubblicati in vent’anni sono una quantità a cui è difficile pensare, anche in un mercato che tende a privilegiare sempre di più una continuità di pubblicazione quasi eccessiva ed esagerata. Ma i Russian Circles, partendo dal genere che propongono e dalla nicchia a cui si rivolgono non sono certo il tipo di band che ha bisogno di stare dietro a logiche di mercato: la prolificità della band di Chicago deriva semplicemente dalla costruzione, album dopo album, di un sound iconico e inimitabile, capace da anni di eccellere in un panorama sempre molto competitivo.
Con un catalogo così corposo sembra quasi strano che questa volta il trio abbia aspettato ben quattro anni prima di una nuova pubblicazione. Rimane il fatto che con “Nine” – titolo semplice, quanto esplicativo – i Russian Circles mettono un punto esclamativo, pubblicando uno dei migliori album della propria carriera e condensando nei brani che lo compongono l’essenza più pura del proprio sound.
Siamo lontani da sperimentazioni, brani lunghi e articolati (con la sola eccezione di “Eluvial”) e altri canoni che sono punti fermi di alcune band post-metal. I Russian Circles sono sempre stati maestri nel proporre un sound roccioso e violento, capace di aprirsi in equilibrio con lati melodici e andando spesso a privilegiare un’immediatezza che in questo panorama è difficile da trovare altrove.
“Nine”, quindi, non si discosta molto dagli ultimi lavori della band, ma da un certo punto di vista spinge ancora di più sulla semplicità, sull’immediatezza (sette brani della durata totale di 38 minuti) e sulla costruzione di un sound massiccio e pesante mai quanto ora. Aspetti, questi, che si manifestano principalmente nei suoni espressi dal basso di Brian Cook, soprattutto nei singoli “Empath” e “Seventh Seal”. Sono questi i due brani più aggressivi, nei quali una sezione ritmica martellante e corposa diventa co-protagonista del caratteristico riffing abrasivo di Mike Sullivan. Episodi immediati, come dicevamo prima, ma che rasentano la perfezione di quello che dovrebbero esprimere brani senza fronzoli di questo tipo. Se “Eluvial”, invece, pur mantenendo caratteristiche simili nei suoni, si dimostra meno aggressiva e si articola attraverso vari cambi di atmosfera, sono interessanti anche “Borehole” e “E2”, nei quali Sullivan non preme solo sull’acceleratore, ma ci rincorre in un circolo vizioso di melodia e aggressività, mantenendo sempre minacciosa l’atmosfera generale.
Non è un caso che i Russian Circles siano universalmente riconosciuti come una delle miglior band post-metal e non è un caso che dopo oltre due decenni di carriera Mike Sullivan, Brian Cook e Dave Turncrantz si dimostrino ancora al top della forma – in studio, quanto in sede live. “Nine”, oltre ad essere tra i migliori lavori del trio, è una chiara lezione di quanto – pur rimanendo all’interno di un genere di nicchia – una formula semplice è spesso la soluzione più efficace, ovviamente se accompagnata da una corretta stratificazione sonora.
Tracklist
01. Borehole
02. Empath
03. Eluvial
04. E2
05. Meridian
06. Arletta
07. Seventh Seal
















