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khorada salt
RECENSIONI

Khôrada – Salt

21 Luglio 2018180 views0
2018Post MetalProphecy Records
Giovanni AusoniArticolo a cura di Giovanni Ausoni
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Cosa accade quando tre quarti degli Agalloch, ovvero Don Anderson, Jason Walton e Aesop Dekker decidono di unire le forze con l'ex Giant Squid, e attuale frontman degli Squalus, Aaron Gregory?  Semplice, nascono i Khôrada e subito l'operazione si prospetta davvero intrigante, a prescindere dalla preferenza per una delle band madri, entrambe dismesse nel 2014: certo, dietro l'angolo sussiste il forte pericolo che musicisti affermati e di grande reputazione finiscano per proporre un amalgama scialbo e poco originale, figlio soltanto dei gruppi precedenti. Dimenticare i brillanti esiti artistici passati e realizzare un'opera che sia in grado di imboccare una terza via rappresenta un ingranaggio vitale per guadagnare consensi: ebbene, se presenti, le somiglianze si fermano alla superficie, e i nostri scoprono nuove strade per evolversi, incorporando nel disco di debutto "Salt" una serie di gustosi ingredienti. A un primo contatto gli statunitensi potrebbero forse essere pressoché descritti come un mix di progressive, post-rock e sludge: una categorizzazione che trascura i fraseggi di tangibile immediatezza, le parabole psichedeliche, gli inabissamenti tipici del doom, e le sottili sfumature black metal di cui il combo si rende capiente incensiere. Il lavoro si separa da genitori troppo ingombranti e protettivi, traendo giovamento dall'indipendenza acquisita: permangono in ogni caso degli scricchiolii, dovuti soprattutto all'abbondanza del materiale ancora da affinare, ma la ripartenza può dirsi positiva.
 La traccia iniziale "Edeste" si apre con il mormorio di una tromba solitaria che, nel prosieguo del brano, fagocita lentamente se stessa, facendo cenno all'ascoltatore di accompagnarne il cammino a ritroso, in modo da attirarlo fisicamente all'interno dell'universo creato dal suono: un luogo che implode e deflagra, tanto che il pesante attacco di "Seasons Of Salt", pur sorprendendo per veemenza, non coglie affatto impreparati. Il battito intenso della batteria si trattiene dall'assurgere a protagonista assoluto, creando lo spazio indispensabile affinché le mutevoli traiettorie delle chitarre vaghino senza freni. Il pezzo scorre attraverso sezioni, ritmi, stati d'animo apparentemente infiniti, tra visioni di un'umanità in estinzione che divengono via via sempre più apocalittiche. Dopo otto minuti di saliscendi emotivi la marea si abbassa, le sei corde veleggiano selvaggiamente in cerca di speranza, poi Dekker riafferra le pesanti briglie di rullante dell'intro, sprigionando una barbara propulsione: una pioggia battente scende oramai sulle rovine. All'oscuro barcollare della neurosiana "Water Rights", incentrata sui diritti delle comunità Sioux e impreziosita dalla voce di Gregory che stilla repulsione e disprezzo, risponde la lenta e meditabonda "Glacial Gold": ivi il legato del violoncello e le vibrazioni pulite dei doppi cordofoni si alleano in un dialogo che successivamente si disintegra, polverizzato dal turbinio industrial del "geologic pain".
 Ciascuna curva dell'album, del resto, risulta acuta e straziante: il breve interludio "Augustus" costituisce un'ennesima virata così palesemente viscerale che sembra voyeuristico e a momenti inopportuno lasciar intravedere i contrastanti turbamenti di una famiglia che affronta un aborto spontaneo. Approccio necessario e contestuale a "Wave State", canzone nella quale si immagina la civiltà moderna distrutta dall'innalzamento delle acque. La tromba, che si nasconde ora in avvio, nel finale si erge ambigua, rivestendo il duplice ruolo di monito doloroso e di guida verso il futuro, mentre nella parte mediana della pista l'elegante assolo di Anderson si libra delicatamente sopra le onde che si infrangono nel basso di Walton e oltre le dighe solenni dell'organo. "Ossify", al contrario, risulta quasi spregiudicata e offensiva nella sua vivacità: il synth brioso e il riffing tintinnante vengono tuttavia respinti e duramente punteggiati da cadenze percussive presaghe di sventura, che colorano una chiusa dall'incedere mortifero. "They will / have to theorize / how we died": il capitalismo miete vittime innocenti.
 Prova dunque superata per i Khôrada, per quanto non a pieni voti: nei passaggi esclusivamente strumentali la troppa carne al fuoco disperde la compattezza e la coesione del songwriting e non permette il raggiungimento di un'eccellenza pari alle mire ambiziose del progetto messo in piedi dal quartetto. In "Salt" però la qualità non manca e, benché la ricchezza stilistica rischi di trasformarsi a volte in un pericoloso boomerang, il gioco vale comunque la candela: in attesa della Catastrofe.

 

Tracklist

01. Edeste
02. Seasons Of Salt
03. Water Rights
04. Glacial Gold
05. Augustus
06. Wave State
07. Ossify

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