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Smashing Pumpkins – Atum (Act I)

Nel 2020, Billy Corgan annunciò la sua volontà di registrare un album degli Smashing Pumpkins che fosse un “sequel” per “Mellon Collie and the Infinite Sadness” e “Machina/The Machines of God, pubblicati rispettivamente nel 1995 e nel 2000 e considerati dai fan come due album classici della band, il primo in particolare. Dopo aver prodotto e pubblicato “Cyr” nel 2020, Corgan ha finalmente mantenuto la sua promessa, pubblicando la prima parte del nuovo concept album degli Smashing Pumpkins. Esatto, prima parte: il programma della band è infatti quello di pubblicare un album composto da tre parti intitolato “Atum: A Rock Opera in Three Acts”, per un totale di 33 tracce. Con il primo atto, la band ha presentato al suo pubblico le prime undici tracce del progetto, con la promessa di pubblicare le successive il 31 gennaio e il 23 aprile dell’anno prossimo. Secondo Billy Corgan, l’album narra le vicende di Shiny – personaggio di fantasia precedentemente noto come Zero e Glass negli album citati poco fa – in un viaggio a metà tra il reale e un mondo inventato.

La “rock opera” ha inizio con la title track, pezzo strumentale che lascia molto spazio ai synth, i quali sono i protagonisti dell’intera prima parte dell’album. Quest’ultimo esordisce con una partenza tutto sommato convincente e capace di far intuire il clima generale del primo atto. A seguire troviamo “Butterfly Suite”, che dopo una prima parte traballante recupera molto bene nel bridge e da lì riesce a mantenere un livello buono, ma in realtà è proprio da questo brano che si avvertono i primi “fastidi” derivanti dai synth curati da Billy Corgan. Forse è la poca originalità dal punto di vista creativo o forse è la cattiva scelta dei suoni, ma il lavoro sui sintetizzatori rende l’ascolto dell’album piuttosto difficile. Se infatti in “The Good In Goodbye” l’album regge, questo inizia a traballare con “Embracer”. Da questo brano in poi, ci troviamo davanti ad uno slalom tra sporadici e tentennanti tuffi nel passato della band (“Where Rain Must Fall”) e synth poco architettati, in una sequenza di canzoni che non lasciano granchè all’ascoltatore, se non alcuni dei brani peggio riusciti degli Smashing Pumpkins, come “Hooray” e “Hooligan”.

Anche ignorando il grave problema dei synth, quello che rimarrebbe sarebbero delle tracce che mancano totalmente del mordente che ha caratterizzato la carriera degli Smashing Pumpkins, o almeno fino a “Zeitgeist” (2007). Anche il ritorno in scuderia di James Iha nel 2018 non ha garantito il ritorno al sound degli anni d’oro della band, e certamente non ha contribuito nemmeno alla sua evoluzione in quello che ci si potrebbe aspettare da una band così storica ed importante per generazioni intere. È sicuramente sbagliato pensare che degli artisti debbano continuare ad essere rabbiosi e manifestare sensazioni tristi per generare un sound che rispecchi questi stati d’animo, ma è lecito immaginarsi che con un progetto così imponente come quello di “Atum” la band avesse in mente di creare qualcosa di ben più incisivo e curato. Probabilmente, quello che più latita nell’ultimo lavoro degli Smashing Pumpkins è la personalità, sostituita da una crescente difficoltà nel comunicare qualcosa agli ascoltatori, che siano i fan più stagionati piuttosto che nuovi ascoltatori.

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