CONCERTIFESTIVALLIVE REPORT

Sonisphere Festival 2011

concerti 2011 sonisp 00

"L’erba voglio non cresce neanche nel giardino del re".

Ce lo hanno insegnato fin dall’infanzia che “voglio” non è il modo migliore per ottenere le cose. "Vorrei" sembra essere un sistema già più accettato, ma non per questo necessariamente efficace.
Da amante della musica dal vivo, dei grandi festival e del metal in buona parte delle sue declinazioni, quello che vorrei è un evento dove tutto è all’altezza dei costi e della passione che muove la gente come me. Di gente cosi ce n’è davvero tanta e questo weekend all’autodromo di Imola si è ben visto; eppure, nonostante i numeri, “vorrei” continua a non bastare. Ma vediamo di capire il perché…

Giungo sul posto armato delle migliori intenzioni, deciso ad ignorare la paura che ancora serpeggia sotto pelle dopo l’evento catastrofico del Sonisphere Festival che l’anno passato ha ospitato il Big 4 in Svizzera. Fin dalle prime ore un discreto capannello di gente affolla l’area concerti, le prime band in cartellone non vantano nomi dell’importanza storica degli headliner ma evidentemente bastano a radunare un buon numero di fan. Alle 11.00 fa già un caldo da sentirsi male e mi preparo per la graticola che quel posto è destinato a diventare. Avendo tutto il giorno davanti decido di fare prima un giro panoramico per familiarizzare con il luogo, localizzare i punti di maggior interesse come zone ristoro, espositori e bagni, ed infine comprendere dove ho qualche possibilità di potermi stendere lontano dal sole cocente. Le aree adibite alla ristorazione le trovo subito e facilmente cosi come tutto il resto. Il tutto è messo in scena in un lungo corridoio d’asfalto; difficile perdersi.
La prima impressione d’insieme non è malaccio, ma naturalmente aspetto a trarne un giudizio. I più o meno giovani esponenti della scena metal-core intanto si susseguono sull’unico palco, quello principale, dopo l’annuncio che il secondo palco non sarebbe stato disponibile e alcune band non avrebbero potuto suonare. I suoni sono impastati, confusi e a tratti assordanti a causa della strapresenza della batteria che colpisce i timpani come un diretto inferto da un peso massimo.
A cambiare un po’ le carte in tavola ci pensano gli Apocalyptica. Ancora una volta bisogna osservare come i festival non siano la dimensione ideale per una band come questa con le sue sonorità “raffinate” che si trasformano in suoni alla soglia del thrash. Meno di un’ora di concerto ed è la volta dei Mastodon. Come sempre i ragazzi riescono a distinguersi per la presa marmorea, ma non tutto in verità va per il meglio. Le linee melodiche faticano ad emergere. Come un pulcino atrofico che lotta per uscire dal guscio continuano a beccare la prigione ritmica che li sovrasta. Se poi a singhiozzi qualcosa sembra venire alla luce, dimostra di avere comunque vita breve.
Rob Zombie è la prima vera sorpresa della giornata. Chiunque abbia visto anche solo una delle pellicole dirette dall’americano, saprà che di certo non manca ne di estro ne di personalità, ma bisogna vederlo calcare le assi di un palco per capire che genere di artista sia. Quella della band di Zombie è una performance straordinaria, non solo all’altezza di quanto uscito dallo studio ma ben superiore alle aspettative. Purtroppo nel poco tempo messogli a disposizione non trovano spazio estratti dall’ultima uscita “Hell Billy Deluxe 2”, ma ogni classico prende vita in uno spettacolo tra il grottesco e il circense che coinvolge una quantità di pubblico sempre maggiore. Il fiato tradisce qua e là Zombie ma il suo è più il lavoro di un imbonitore che di un cantante. Tra qualche improprio ai danni della luce del sole che dichiara odiare e la rimessa in scena di brani degli storici White Zombie, il musicista e regista si porta a casa un successo inaspettato.

In barba al running order Papa Roach e Motörhead competono a fatica con il morto vivente che prima di loro ha fatto strage di pubblico. Lo zoccolo duro al seguito di Lemmy è sempre presente ed anche numeroso ma l’atmosfera d’esaltazione di prima non viene più raggiunta. Fanno solo un po’ meglio i nove mascherati. Per chi li ha visti per la prima volta dal vivo questa non deve essere stata un’esperienza delle più felici. La band si presenta un po’ sottotono, lo spettacolo da scimmie impazzite che solitamente tramuta il palco in uno zoo, questa volta deve forse fare i conti con il caldo o forse con uno spirito ferito per la perdita dell’amico avvenuta non molto tempo fa. Taylor ribadisce a più riprese come per loro il concerto sia una vera e propria celebrazione in memoria di Paul Gray (col nuovo bassista relegato dietro le quinte) ma è la sua stessa voce a tradirlo quando si tratta di mettere in musica la giusta passione. Una performance quella degli Slipknot stanca seppure sempre di una discreta professionalità. I suoni poi non li aiutano minimamente.

L’attesa per gli Iron Maiden è come di rito segnata dal fluire della gente verso il palco. Salvo alcuni imbarazzanti caduti, sfiancati dal caldo e plausibilmente dall’alcool, buona parte dei presenti si dispone in rispettosa attesa di quelli che oramai sono divenuti quasi più un simbolo che una band.
Una lunga intro, forse anche troppo, con immagini da spazio profondo riversa su di noi le note della strumentale d’apertura di “Final Frontier”. Ci siamo, lo spettacolo più rodato della storia del metal sta per cominciare. I primi due pezzi in scaletta sono i singoli estratti dall’ultima fatica dei Maiden. Buona parte dei presenti embra conoscere quantomeno i ritornelli unendosi all’inossidabile Bruce in cori da stadio. “Final Frontier” ed “Eldorado” funzionano evidentemente dal vivo più che da studio. Le note acustiche di “The Talisman” si levano seducenti con un Dickinson in gran spolvero e per qualche minuto ci viene il sospetto che il gruppo abbia in serbo un programma non dissimile da quello che ha segnato il tour del disco precedente; tutto il disco dal primo all’ultimo pezzo e solo qualche classico. Con santa pace dei fan più sfegatati di Harris e soci l’ipotesi si dissolve con l’incipit di Dance of Death.
La scaletta scelta per l’occasione predilige di fatto la storia più recente della band, a partire da quel “Brave new world” che segnò il ritorno dello storico vocalist, si fa per dire naturalmente visto il singolo scelto “The Wickerman” risale ormai a undici anni or sono. I piccoli riarrangiamenti la rendono solo un filo più “pesante” di quanto fosse in studio. Non si fa fatica ad immaginare che in molti avrebbero preferito una maggiore selezione di classici, ma da un punto di vista prettamente legato alla qualità della musica si è trattato indubbiamente di una buona scelta. La differenza d’esecuzione tra il vecchio e il nuovo è sensibile, o quanto meno lo è per chi segue i live dei Maiden da un numero sufficiente d’anni.
“The Trooper” ha sempre lo stesso effetto galvanizzante sul pubblico ma, incredibile a dirsi, il buon Bruce comincia ad offrire il fianco all’età e la resa un po’ ne soffre. Al contrario quanto la band si dedica ai lavori più recenti con strutture ai limiti del progressive, e il cantante che si esprime in tessiture recitative quasi cantautoriali, la magia torna ad essere quella di sempre. Esaltante e commovente.
Il metallaro si sa è però refrattario al cambiamento e l’entusiasmo un po’ si spegne. Difficile da accontentare direte voi… invece no, purtroppo è fin troppo facile da accontentare e lo dimostra il modo in cui accetta rassegnatamente il trattamento riservatogli, non tanto dalle band una più stimabile dell’altra quanto dal festival in se stesso.

Come si diceva in principio l’erba voglio non cresce neppure nel giardino del re, ma qui siamo tutti solo umili vassalli di un genere che ci commuove ed appassiona e sembra che neppure noi ci riconosciamo il diritto ad un trattamento di ben altro livello. Per tutta la giornata ho provato a convincermi che in fondo non fosse poi tanto male… panini caldi, aree all’ombra… poi però la voglia di mentirsi è venuta meno. Dieci euro per una birra e un panino, da mangiarsi ad uno dei posti a sedere che coprono si è no un terzo dei presenti. Una manciata di bagni chimici che inevitabilmente si tramutano in una gehenna inaviccinabile, un service audio da incubo che rende l’ascolto dei concerti una sfida per chiunque non si trovi nella ristretta area immediatamente di fronte al palco… Vuoi metterti comodo per qualche minuto? Ci sono una dozzina di sdraio che puoi mettere al sole o all’ombra come meglio credi e preferisci… in alternativa c’è il cemento!
Con un po’ di amaro in bocca per il trattamento, poco perché la rassegnazione ha fatto breccia da un pezzo, riparto alla volta di casa dove potrò scambiare impressioni e raccontare la giornata ai meno fortunati che non hanno potuto esserci. Uno di questi mi chiede: “per curiosità pagavi anche l’acqua?”. Io non ci penso neppure un istante e rispondo: “si certo, due euro la bottiglietta da 50cl”. Lui mi guarda perplesso e di nuovo torna a chiedermi: “te lo ricordi vero che al Gods of Metal di vent’anni fa, l’acqua ce la passavano gratis?”…
Ma erano vent’anni fa e le cose cambiano, talvolta migliorano, talvolta no…
Forse “vorrei ma mi accontento” non è più sufficiente. Forse questa volta bisognerebbe proprio passare al “Voglio” ed iniziare a pretendere: se l’offerta non è all’altezza va rifiutata.

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