L’estate, si sa, porta con sé il caldo, le ferie e, per chi vive di musica, i festival. E quando in Italia l’offerta non basta, non resta che fare le valigie, caricare la macchina e puntare verso nord. Dopo aver affrontato il gigantesco Hellfest, questa volta la destinazione è la Baviera: Dinkelsbühl, Germania, casa del Summer Breeze Open Air.
Rispetto ai colossi di Clisson e Wacken, il Summer Breeze mantiene una dimensione leggermente più contenuta e, proprio per questo, più vivibile. Parliamo comunque di circa 45.000 persone, quattro palchi e oltre 130 band in totale, numeri che lo rendono uno degli appuntamenti metal più importanti d’Europa.
Day 1
Il nostro viaggio verso Dinkelsbühl comincia la mattina del 12 agosto, proprio nel giorno dell’apertura ufficiale del festival. Dopo circa otto ore di macchina, finalmente ci addentriamo tra le campagne tedesche fino a raggiungere l’area del Summer Breeze. Qui a darci il benvenuto troviamo lo staff dei parcheggi che, nonostante il sole cocente – una costante che ci accompagnerà per tutti e quattro i giorni – ci accoglie con il sorriso e ci fa respirare immediatamente quell’atmosfera di festa “in famiglia” che contraddistingue il festival.
Le operazioni sono piuttosto rapide: ritiriamo il nostro braccialetto e, dopo una breve passeggiata, ci ritroviamo davanti alla gigantesca tendopoli che precede l’area concerti. È il nostro primo vero impatto con il Summer Breeze e la sensazione è una sola: che atmosfera!
Una volta varcati i cancelli, puntiamo subito verso il Main Stage, situato in fondo rispetto all’ingresso, giusto in tempo per goderci le ultime schitarrate degli Airbourne. A catturare l’attenzione del pubblico arriva poi l’eclissi: mentre i fan degli australiani continuano a godersi lo show, buona parte della folla indossa gli appositi occhialini per volgere lo sguardo verso il cielo e assistere a uno spettacolo decisamente diverso, offerto direttamente da Madre Natura. Quando la luce inizia finalmente a calare, siamo pronti per il primo grande appuntamento della nostra edizione: gli In Flames.
Prima, però, arriva uno dei momenti più attesi della giornata: l’annuncio della line-up del Summer Breeze 2027, edizione che coinciderà con il 30° anniversario del festival. Una presentazione spettacolare sui maxi schermi, culminata con tanto di fuochi d’artificio. Un modo decisamente importante per dare appuntamento al prossimo anno.
Poi è finalmente il momento del concerto. La formazione svedese torna sul palco del SBOA dopo il passaggio in Italia dello scorso luglio e, come prevedibile, ripropone sostanzialmente la stessa setlist di Bologna. Una scaletta che guarda soprattutto agli ultimi vent’anni di carriera, concedendosi però qualche incursione nel passato, come la primissima “Colony”.
Un’ora e mezza di pogo, crowdsurfing e una folla in continuo movimento. Proprio qui merita una menzione speciale la security del Summer Breeze, organizzata con una vera e propria fila di addetti in prima linea pronti a gestire anche i crowdsurfer più scatenati.
Sul palco, gli In Flames si dimostrano potenti e compatti. Fridén sembra accusare qualche difficoltà soprattutto nelle prime battute, come durante “Paralyzed”, ma la sua prestazione cresce progressivamente con il passare dei minuti, fino a raggiungere un livello decisamente convincente.
A fine concerto abbiamo qualche livido in più e abbiamo respirato una quantità non indifferente di terra. È quindi arrivato il momento di cambiare completamente registro e concludere la giornata con le atmosfere di Eivør.
La cantautrice faroese si esibisce sul T-Stage, il secondo palco per dimensioni del festival, mentre in lontananza possiamo ancora scorgere le fiamme provenienti dal Main Stage, dove sono impegnati gli Hatebreed. Un contrasto quasi surreale.
Il concerto di Eivør ci porta in una dimensione completamente diversa: le atmosfere nordiche dominano la scena, ma vengono reinterpretate attraverso sonorità più moderne e l’utilizzo di elementi elettronici. Accompagnata da musicisti di assoluto livello, l’artista riesce a catturare l’attenzione del pubblico grazie a una voce straordinaria e a una presenza scenica capace di rendere ogni momento particolarmente suggestivo.
Day 2
Il secondo giorno strizza maggiormente l’occhio alle sonorità moderne. I Northlane rappresentano un ottimo antipasto, ma è soprattutto Kim Dracula a prendersi una buona fetta dell’attenzione.
Il progetto dell’artista australiano è difficilmente catalogabile: metal, elettronica, growl, sax e un’attitudine da spettacolo surreale si mescolano senza troppe regole. Il caldo è infernale e gli idranti diventano quasi parte integrante dello show, ma il pubblico risponde presente.
Più tardi arrivano gli Imminence, una delle realtà che più stanno crescendo all’interno della scena metalcore europea. Eddie Berg passa con disinvoltura dal microfono al violino elettrico, regalando uno degli elementi distintivi del sound della band. Eppure, mentre il concerto entra nel vivo, una domanda inizia a circolare tra il pubblico: chi sarà la misteriosa band annunciata per le 18:35 sul T-Stage?
La curiosità vince e ci spostiamo verso il secondo palco. La sorpresa è tutt’altro che piccola: sul palco salgono i Saltatio Mortis, uno dei nomi di punta della futura line-up del Summer Breeze.
La risposta del pubblico tedesco è impressionante. Il T-Stage si riempie rapidamente e l’entusiasmo raggiunge livelli che, sullo stesso palco, non vedremo più nei giorni successivi. La festa raggiunge il suo apice durante “My Mother Told Me”, quando il frontman Jörg Roth attraversa la folla a bordo di un drakkar gonfiabile.
Uscire da quella massa di persone non è esattamente semplice, ma ne vale la pena. Sul Main Stage ci aspettano infatti i Saxon. E se c’è una cosa che Biff Byford sembra non aver ricevuto è il memo sull’età. A 75 anni il frontman è ancora capace di tenere il palco con una grinta impressionante, sostenuto da una band che offre una prova solida e senza sbavature. A questo punto, però, il caldo inizia a presentare il conto e siamo ufficialmente cotti a puntino. Per questo decidiamo di assistere solo a una parte dello show degli headliner della giornata, gli Eisbrecher, formazione tedesca che gioca con sonorità industrial e un immaginario inevitabilmente vicino a quello dei Rammstein.
La nostra attenzione è rivolta poi agli Amorphis, in programma alle 23:25 e la scelta si rivela azzeccata: il concerto della band finlandese è semplicemente eccezionale e, a nostro parere, si piazza senza difficoltà tra i migliori dell’intero Summer Breeze. La scaletta ripercorre alcuni dei brani più importanti della loro carriera, lasciando spazio anche a quattro tracce dell’ottimo “Borderland”, pubblicato appena un anno fa. Un assaggio che ci fa venire ancora più voglia di rivederli dal vivo a Padova il prossimo 7 febbraio 2027.
Day 3
Non sono ancora le 14 quando sul Main Stage salgono i Future Palace. La band berlinese, fresca di pubblicazione del quarto album, può già contare su una fanbase tutt’altro che trascurabile, anche in un contesto imponente come quello del Summer Breeze. Lo dimostra la quantità di persone accorse sotto il palco: arrivare nelle primissime file non è affatto semplice, nonostante l’orario e le temperature già proibitive. E sul palco il trio conferma tutte le aspettative, mettendo in campo un’energia impressionante. In tre sembrano almeno il doppio, tanto è il dinamismo con cui affrontano il concerto.
Poco dopo è il turno dei Brothers of Metal e, se il genere cambia completamente, la carica rimane la stessa. A prendersi buona parte della scena è il frontman Mats Nilsson, trascinatore tanto per la sua ironia quanto per la sua incontenibile parlantina. Il pubblico fa il resto: cori, birre sollevate in aria e tanta voglia di divertirsi. In poche parole, una band nata per stare su un palco da festival.
A questo punto di sole ne abbiamo preso abbastanza e decidiamo di concederci una pausa nel “salottino” del Summer Breeze. Si tratta di un’enorme area ombreggiata, perfetta per sdraiarsi e recuperare un po’ di energie, situata di fronte al Wera Tool Rebel Stage, il terzo palco per dimensioni del festival.
Può sembrare un dettaglio, ma è proprio da accorgimenti di questo tipo che emerge la cura dell’organizzazione tedesca. In un festival di queste dimensioni, avere spazi dove potersi semplicemente fermare e riposare senza essere costretti a stare costantemente in mezzo alla folla fa davvero la differenza. Mentre lasciamo riposare le gambe, dal palco arrivano i Brymir, formazione melodic death metal finlandese con influenze folk. Una mezz’ora piacevole, impreziosita da una scelta tanto curiosa quanto apprezzata: la cover di “How Much Is the Fish?” degli Scooter.
Non possiamo poi che tornare davanti al Main Stage, dove ci aspettano prima i The Ghost Inside, recentemente passati dal Magnolia di Milano, e successivamemente i Lamb of God. Le due formazioni statunitensi non hanno certo bisogno di presentazioni e, una dopo l’altra, trasformano l’area sotto il palco in un’autentica zona terremotata. Se esistesse una scala Richter per i concerti, probabilmente avremmo qualche problema a trovare il valore massimo. A rendere il tutto ancora più intenso ci pensano le fiammate che esplodono dal palco, contribuendo ad alzare ulteriormente una temperatura già tutt’altro che clemente.
E finalmente arriva il momento più atteso della giornata. Non che le band precedenti ci abbiano deluso, anzi: il programma è stato tutt’altro che leggero. Ma è l’ora degli headliner e la curiosità è tanta. Sul palco arrivano gli Arch Enemy, chiamati a presentare la nuova frontwoman Lauren Hart dopo la separazione dall’iconica Alissa White-Gluz. E la vocalist supera l’esame a pieni voti.
La prestazione è notevole non soltanto dal punto di vista tecnico, ma anche per la capacità di gestire un palco enorme e una folla altrettanto imponente. Hart sembra divertirsi per tutta l’ora e mezza di concerto, mantenendo praticamente sempre un enorme sorriso sul volto. Un atteggiamento quasi “inappropriato” per la musica degli Arch Enemy, ma proprio per questo ancora più genuino: la sua felicità nell’essere lì arriva direttamente al pubblico, che la accoglie e la sostiene a gran voce, con un entusiasmo che sembra quasi quello riservato a una frontwoman presente nella band da sempre.
La scaletta pesca soprattutto dal repertorio più amato della band, recuperando anche “Bury Me an Angel”, assente da circa dieci anni, oltre ai brani dell’era White-Gluz. Non manca “To the Last Breath”, primo e finora unico brano pubblicato con Hart alla voce. Si chiude con “Nemesis”, tra enormi palloni targati Arch Enemy che rimbalzano sulla folla e trasformano il pubblico in un’ultima, gigantesca festa. Poi, sulla strumentale di “Fields of Desolation”, la band lascia spazio agli applausi: il modo perfetto per mettere il punto esclamativo a uno show che ha già convinto tutti.
Day 4
Il Summer Breeze si avvicina alle battute finali e, mentre le nostre energie iniziano inevitabilmente a scarseggiare, l’entusiasmo è ancora intatto. Prima di lanciarci negli ultimi grandi appuntamenti, decidiamo di esplorare meglio l’area del festival e raggiungiamo il Campsite Circus Stage, il palco più piccolo, situato appena fuori dalla zona concerti principale, proprio tra le tendopoli.
È una piccola area che racchiude un po’ tutto quello che serve per vivere il festival anche lontano dai palchi principali: stand gastronomici, bancarelle di merchandise e persino un vero e proprio supermercato allestito all’interno di un enorme tendone, con tutto il necessario per chi ha scelto di trascorrere questi quattro giorni in campeggio. Non manca nemmeno una parentesi dedicata all’arte, con l’esposizione di Thomas Ewerhard, autore di artwork realizzati nel corso degli anni per band come Avantasia, Edguy e Therion. Tra un giro di shopping e l’altro ci fermiamo ad ascoltare i Plume, giovane rock band tedesca dalle sonorità vagamente emo che ci riportano alla mente i My Chemical Romance. Non c’è male, anche se la testa è già rivolta a quello che ci aspetta sul Main Stage.
E infatti, poco dopo, eccoci nuovamente sotto il palco principale per il buon thrash metal dei Testament. Una domanda sorge spontanea: ma quanto tirano ancora, ‘sti “vecchietti”? La risposta arriva direttamente dal palco, con una prestazione che dimostra come l’età, per certe band, sia soltanto un dettaglio.
Si passa poi alla band da festival per eccellenza: gli Alestorm. E qui la situazione sfugge definitivamente di mano. Vederli è sempre un piacere e, ancora una volta, gli scozzesi trasformano il pubblico in un’enorme festa fatta di cori, vogate e crowdsurfing. Per la security del Summer Breeze si prospetta un’ora e venti di straordinari: la quantità di crowdsurfer che attraversa la folla è semplicemente impossibile da quantificare. In mezzo al caos spuntano anche numerose papere gonfiabili giganti, con qualche fan che decide persino di cavalcarle tra la folla. Alestorm approvati, come sempre, a pieni voti.
A chiudere il nostro festival arrivano gli Helloween, e probabilmente non si sarebbe potuto chiedere un finale più adatto. L’attesa è palpabile, anche perché sono l’unica band dei quattro giorni ad avere a disposizione ben due ore di show. Il concerto, però, non riserva particolari sorprese: la scaletta e la struttura dello spettacolo sono sostanzialmente quelle del tour 2025, già viste al Forum di Assago lo scorso novembre e, appena un mese fa, a Ferrara. Forse qualche piccolo cambiamento ce lo saremmo aspettato, soprattutto considerando la cornice del Summer Breeze. Ma quando sul palco ci sono questi Helloween, è difficile lamentarsi. La formazione a tre voci si conferma ancora una volta uno dei punti di forza dello show, con Andi Deris, Michael Kiske e Kai Hansen che si alternano e si intrecciano ripercorrendo le diverse anime della storia della band. E quando arrivano i grandi classici, il pubblico tedesco risponde in maniera impressionante, trasformando il Main Stage in un enorme coro.
Sì, il nostro Summer Breeze non poteva chiedere un sipario migliore. Leggendari.
Quattro giorni dopo il nostro arrivo, lasciamo Dinkelsbühl stanchi e un po’ impolverati. Ma soprattutto con la voglia di tornare. Perché il Summer Breeze non convince soltanto per la line-up. La vera forza del festival sta forse in tutto quello che succede lontano dai palchi. L’acqua gratuita, prezzi accessibili (considerando che siamo in Germania), aree ombreggiate e spazi dove riposarsi contribuiscono a rendere l’esperienza molto più piacevole. Senza dimenticare la possibilità di incontrare gratuitamente gli artisti nell’apposita area per i meet & greet.
Anche la gestione del pubblico, considerando le dimensioni dell’evento, è sembrata efficace. Perché 45.000 persone sono tante, eppure il Summer Breeze riesce a non dare mai davvero la sensazione di essere inghiottiti da una macchina gigantesca. Un posto dove puoi passare da un concerto da Main Stage a una piccola band su un palco secondario, fermarti all’ombra per mezz’ora, bere una birra, incontrare gente proveniente da tutto il globo a e poi ritrovarti nuovamente in mezzo a una folla di migliaia di persone. Ed è probabilmente questa la formula che ci ha conquistati.
Bis bald, Summer Breeze.





