C’erano una volta lo stoner, il crossover, nuove forme di metal — insomma, c’era una volta l’America alternativa degli anni Novanta, più o meno.

Un aspetto interessante di questa giornata è che tutte le band coinvolte – o se non altro i loro membri fondatori – hanno almeno cinquant’anni all’anagrafe e una carriera trentennale, e suonano davanti a una platea in gran parte composta da persone che ai tempi d’oro erano alla meglio in fasce e alla peggio neanche nei pensieri dei loro genitori. Sono sempre casi interessanti, e viene immediatamente da chiedersi il perché; la risposta la intuiremo strada facendo, perciò andiamo con ordine.

Ad aprire questo quarto appuntamento della rassegna I-Days ci pensano gli Acid Bath, nel pieno di una reunion molto recente dopo quasi trent’anni di inattività durante i quali sono ascesi a indiscussa band di culto, particolarmente nell’ambito dello sludge metal (sebbene il loro sound, con elementi che vanno dal goth al southern rock, non sia immediato da classificare). Sono rimasti in tre della formazione originale – che ha interrotto le attività nel ’97 dopo la morte del bassista Audie Pitre –, accompagnati da due turnisti, ma il trasporto e la voglia di tornare a suonare sono davvero notevoli. Melodici, malinconici, lugubri al punto giusto, sono tornati alla ribalta, e saltati all’occhio della gen Z, grazie alle “e-girl sataniche di Internet” (parole loro) e non ne sembrano affatto dispiaciuti. Lasciano il palco – con un “death to war pigs!” come saluto finale dopo soli cinque brani: ci auspichiamo solo di rivederli presto da queste parti, perché il set di oggi è stato una vera rarità. 

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Dax Riggs (Acid Bath) – Credits: IDays (Henry Ruggeri/Andrea Ripamonti)

Certo, vedere una cult band in un contesto più mainstream può essere dispersivo, specialmente in un’audience, come vedremo, abbastanza “verticale”. Ma ciononostate c’è comunque qualcuno che dice di essere qui solo per la band della Louisiana, e ancora più gente che dice di essere qui per i Queens of the Stone Age, i quali ormai in Italia sono quasi di casa, dopo la tappa al Teatro Gaber dello scorso novembre e la data all’AMA Music Festival della scorsa estate, che andava a recuperare quella annullata nel 2024. Basta l’entrata in scena del gruppo, capitanato da un frontman in canotta mimetica e occhiali da sole come l’eroe di un film d’azione, per far capire il tenore del live; e mentre una ragazza dietro a chi scrive sospira “madò, che figo Josh Homme” e un gruppo di uomini lì accanto lo insulta goliardicamente, pogando e cantando a squarciagola, Homme e soci tirano avanti per un’oretta e dodici pezzi, tra iniziali problemi di audio e qualche stecca vocale — che però, per gli affezionati, sembrano avere relativamente importanza. Del resto i QOTSA, che sia con il groove di “No One Knows” o l’epicità di “My God Is The Sun”, hanno lo speciale talento di risultare cool senza il minimo sforzo (anche se gli sforzi ci sono — ed è particolarmente bello vedere un Josh Homme così energico, dopo i problemi di salute con cui aveva affrontato gli I-Days due anni fa), che è un po’ la caratteristica di quello stoner o desert rock in cui non si sono mai riconosciuti.

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Josh Homme (Queens of the Stone Age) – Credits: IDays (Henry Ruggeri/Andrea Ripamonti)

E mentre i Queens si congedano e nel pit si commenta la comparsa preannunciata di Dave Grohl dietro le quinte, “deserto” sembra la parola giusta per descrivere, oltre alla musica, anche le nubi di polvere che stanno iniziando a sollevarsi sull’Ippodromo La Maura. Chi è in cerca di frescura prende borracce e bottigliette e si mette in marcia verso i tre nuovi refill points per l’acqua: un buon miglioramento logistico, sebbene dal pit si segnali che le code perenni date dall’ingente richiesta (gli organizzatori contano quasi 80mila presenti), considerato l’afflusso costante di spettatori nel parterre, non valgano la pena di tentare l’impresa. Tra chi è in coda e chi resiste in transenna si notano moltissimi astanti con indosso il merch degli headliner, che sia del tour del 2001, del 2011 o di quest’anno, e non pochi ragazzi col trucco da sciamano di Serj Tankian. Chiedendo in giro le preferenze musicali per questa serata, un fan di vecchia data sbuffa per entrambe le band d’apertura (“non hanno stile, fanno sempre lo stesso riff ripetuto”), la stragrande maggioranza aspetta i brani di “Toxicity”, la title track su tutte (“per il significato, che riassume un po’ chi sono loro”), sebbene anche “Mezmerized” sia tra i favoriti, per valore affettivo ed emozioni a livello personale. Sembrerebbe in fin dei conti un pubblico particolarmente affezionato e trepidante per quello che, più che un concerto, è una sorta di grande evento: i System of a Down non si facevano vedere in Italia da quasi un decennio, un lasso di tempo in cui in tantissimi hanno fatto in tempo a crescere riscoprendo le loro canzoni.

L’attesa, comunque, è più che ripagata. I System of a Down arrivano sul palco tra boati immensi, accennano “Soldier Side” tra centinaia di telefoni alzati; poi parte il riff di “B.Y.O.B.” e nel parterre divampa il pogo, che non si fermerà per quasi due ore filate.  

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System of a Down – Credits: IDays (Henry Ruggeri/Andrea Ripamonti)

Tutti e quattro sono in stato di grazia. Daron Malakian è l’indiscusso mattatore del gruppo, quello che incarna il ruolo del frontman de facto con le sue continue interazioni con il pubblico; Serj Tankian, spesso fermo davanti all’asta del microfono con gli occhi chiusi, sembra davvero calato nella parte di un bizzarro sciamano, anche senza trucco; Shavo Odadijan rimane più defilato, a parte qualche incursione da un lato all’altro del palco, e John Dolmayan se ne sta tranquillo dietro al kit (si fa per dire) con una canotta con su la faccia di papa Giovanni Paolo II e l’anno della sua elezione a caratteri psichedelici (ovviamente). A livello tecnico sono una macchina da guerra: una mina dietro l’altra, quasi trenta brani senza pause, neanche mezza sbavatura sul lato vocale da parte di Tankian e Malakian. In generale la setlist non si perde neanche una hit, non manca di passare per qualche perla (la demo “DAM”, dal ’95 con furore) e mette in mostra tutte le sfaccettature dei SOAD: sono drammatici e tetri nei momenti più solenni (“Aerials”, “Lost in Hollywood”, ma anche il finale di “Chop Suey!”, in cui il pubblico sembra raggiungere il Nirvana), mitraglie in quelli nevrotici (“Violent Pornography”), vulcani in quelli (tanti) di rabbia — “B.Y.O.B.” su tutti, con i visual sul palco che proiettano frasi di protesta contro la guerra e la nostra apatia a riguardo: “Il tuo silenzio fa parte del feed”. In questo contesto, “Why don’t presidents fight the war? / Why do they always send the poor? assume un nuovo significato, ed ecco che un pezzo scritto negli anni della guerra in Iraq fa ancora venire i brividi.

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Daron Malakian (System of a Down) – Credits: IDays (Henry Ruggeri/Andrea Ripamonti)

Una parte del concerto è spiccatamente engagé perché lo sono i SOAD, ed è impossibile inquadrare i SOAD senza tenere conto della diaspora armena e del costante impegno anti-bellico e di denuncia nei confronti dei genocidi — armeno, ma non solo. Malakian dedica “Tentative” ai palestinesi e ai libanesi, sentenziando “vergognati, Netanyahu”; e mentre “where’d you expect us to go when the bombs fall?” ci riechieggia nella testa, un singolo astante urla “free Palestine”. Nessuno gli fa eco, e anzi viene guardato un po’ male. I momenti più “politicizzati”, a dire il vero, non sono quelli più sentiti, e non partono ovazioni come per altri gruppi che hanno preso posizione dal palco contro i genocidi (il pensiero va ai Fontaines D.C., tra gli altri). Forse è che i SOAD stessi hanno sempre derubricato il proprio impegno attivista a critica sociale, rifiutando attivamente la parola “politico”, e quindi hanno coltivato una fanbase cui quella parte non interessa poi troppo? 

O forse è che nei SOAD è intrisa quella forte dose di stupidera che butta tutto in caciara e che alla fine serve a sdrammatizzare. Chi scrive, in effetti, avrebbe dovuto intuirlo ancor prima del concerto, quando il gruppo di amici che aveva mandato Josh Homme a quel paese ha sentito “Killing in the Name” e l’ha urlata sostituendo “now you do what they told ya” con “anche tu sei di Foggia”, ma in effetti anche vedere un gruppo di persone pogare vestite da banane è un buon momento per avere questa realizzazione. I System sono tanto capaci di essere tuonanti quanto di essere assurdi, grotteschi e nonsense, e va bene così: “Per come la vedo io, una vita senza umorismo non vale la pena di essere vissuta” ha detto di recente Serj Tankian a Rolling Stone. “È musica serissima e allo stesso tempo comica”.

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Serj Tankian (System of a Down) – Credits: IDays (Henry Ruggeri/Andrea Ripamonti)

Si raggiunge la sintesi di tutto con il finale composto da “Toxicity” e “Sugar”, due momenti rabbiosi e ilari al tempo stesso (“I sit in my desolate room” è diventato un meme, come del resto l’intera band in certi anfratti di Internet). Il parterre è ormai un ammasso di ventenni che pogano urlando “Disorder!”e “who can believe you?”, chi non poga sta comunque facendo headbanging con dei sorrisi enormi in viso, ed ecco che si capisce perché i SOAD hanno ancora tutta questa presa sulle persone: non è questione di nostalgia per i bei tempi andati, è questione di sapersi arrabbiare e saper ridere di fronte alle avversità, di guardare alla vita in ottica dissacrante. I System of a Down sono riusciti a fare tutto questo con cinque album, di cui l’ultimo è uscito ventun anni fa; prendendosi cinque anni di pausa; e ancora adesso facendo live sporadici, scegliendosi solo le date che vogliono suonare anziché pensare in termini di tour, cosa che si possono permettere. È quello che serve per arrivare ai cinquant’anni in forma così smagliante, e con questo divertimento negli occhi? Serve davvero pubblicare qualcosa di nuovo, per essere artisti in carriera? Forse è meglio rimanere band “da catalogo” piuttosto che pubblicare qualcosa di poco ispirato? Chissà, ai SOAD sembra fare bene: buon per loro, e del resto anche per noi.

Setlist

ACID BATH

Tranqullized
Bleed Me an Ocean
Venus Blue
Dead Girl
Paegan Love Song

QUEENS OF THE STONE AGE

Regular John
The Lost Art of Keeping a Secret
Fell Good Hit of the Summer
Sick, Sick, Sick
The Fun Machine Took a Shit and Died
Paper Machete
My God is the Sun
Ocean
Little Sister
Go With the Flow
No One Knows
A Song for the Dead

SYSTEM OF A DOWN

Soldier Side — Intro
B.Y.O.B.
Suite-Pee
Chic ‘N’ Stu
Prison Song
Violent Pornography
Aerials
I-E-A-I-A-I-O
Darts
Genocidal Humanoidz
Needles
Deer Dance
Radio/Video
Dreaming
Hypnotize
ATWA
Bounce
Suggestion
Psycho
Chop Suey!
Lonely Day
Lost in Hollywood
Tentative
Spiders
Forest
DAM
War?
Toxicity
Sugar

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