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Terzo Grado – Indagine sul pop progressivo italiano

"In quel periodo cominciava a formarsi una visione del mondo, non solo in senso musicale, totalmente diversa: i capelli lunghi, le camicie a fiori, i pantaloni aderenti a tubo e poi a zampa d'elefante, la minigonna per le ragazze. Era tutto un modo un po' ingenuo per mettere in discussione, anche visivamente, quello che era lo status quo. Eravamo dei ragazzini, non ci interessavano le analisi sociologiche, non sapevamo cosa fossero, però si sentiva chetirava nuova aria, la sentivamo sulla pelle e, come tanti, abbiamo provato a fare un gruppo."
(Luciano Vescovo, I Vermi)

Una parentesi musicale unica, un momento di forte rottura con il passato della tradizione italiana del bel canto, un decennio o poco più di audacia, coraggio, ispirazione, psichedelia. Arte purissima dalle note distorte emesse da poco lucidi capelloni, da dietro un organetto Hammond o da una Les Paul tenuta tra le braccia. Sono gli ultimissimi '60, e i primi germi di una finestra temporale che -a posteriori- ci invidierà il mondo intero sono già stati lanciati, dagli impomatati complessi che nelle balere, tra un classico nostrano e l'altro, inseriscono il beat preso in prestito da colleghi britannici o statunitensi; si sparge per la penisola un numero incredibile di giovani dalle bellissime speranze, di opportunisti e parassitari produttori e parolieri, di complessi dai nomi incredibilmente bislacchi. "Pop", lo chiamavano ai tempi, connotando la parola di significati diametralmente opposti rispetto a quelli che oggi ci verrebbero subito in mente: musica giovane per giovani, musica da sentire dal vivo, da sentire per davvero, e non nelle filodiffusioni o nei playback di programmi retrogradi in Rai, musica pensata per costruire album e raccontare storie, e non per offrire 45 giri per rimpinguare i juke box. "Progressive Rock" lo chiameranno in seguito, conferendo a un movimento caotico e sostanzialmente inspiegabile la dignità e la rispettabilità dei grandi capolavori internazionali.

"Terzo Grado – Indagine sul pop progressivo italiano", opera di Alessio Marino e Massimiliano Bruno (veri esperti del settore, già attivi da anni con BEATi Voi! e Storie Di Giovani Pop) edita da Tsunami Edizioni, è un volume che traccia subito un quadro d'insieme con concisa completezza, raccontando dell'emergere della corrente tra lo scetticismo e l'incredulità dei matusa delle televisioni e dell'industria discografica, e dipingendo con un'accuratezza e un realismo quasi sociologico il nuovo mondo dei giovani in un'epoca di arrembante crescita economica: è un ottimo strumento per chi della scena progressiva italiana conosce giusto la punta dell'iceberg, per ottenere una chiara visione d'insieme, cronologicamente dettagliatissima, del fenomeno; ma anche un'opportunità, per l'appassionato, di mettere alla prova la validità e la vera ricchezza della propria collezione, grazie al conclusivo, lunghissimo elenco di rarità, che spulcia nei più dimenticati anfratti delle discografie delle band del periodo.

Nella parte centrale, quella più spessa, viene però data la parola ai protagonisti, ai reduci, in una lunghissima carrellata di interviste in cui membri di gruppi, sia celebri sia pressoché sconosciuti (dalle Orme ai Pulsar, dall'Equipe 84 agli Ebrei), ritornano con nostalgia agli albori del proprio viaggio nel mondo della musica, alle tappe fondamentali della propria carriera. Emergono storie folli e clamorose, come il cazzotto rifilato da Giovanni Smeraldi delle Orme al proprio tastierista ("Quando ha ricominciato a canzonarmi gli ho mollato un pugno sul viso e il mio anello gli ha un po' sfregiato la faccia. Parapiglia. Basta. Ho mollato il gruppo."), come le centinaia di dischi buttate in un dirupo dai Vulcani ("Eravamo stufi di doverceli portare dietro. La promozione e il business non erano mestieri per noi, che volevamo solo suonare.") o gli incredibli casi di gruppi capaci di produrre tanta musica, e sotto tanti pseudonimi diversi, da finire per dimenticarsi delle proprie canzoni ("Ascoltarmi su YouTube dopo tanti anni sotto il nome di un gruppo di cui non sapevo nulla, e girare sul web per scoprire che quei dischi oggi sono oggetti da collezionisti, è stato davvero scioccante", dice Paolo Siani dei Nuova Idea). Emerge una realtà di giovani nati in piccolissimi paesi ma in costante viaggio, capaci di abbattere barriere nazionali e linguistiche con la stessa facilità con cui si abbandonavano le inibizioni; una realtà fatta di rivalità ataviche, di sodalizi indissolubili, di magmatiche formazioni in cui i membri potevano cambiare da un giorno all'altro, per il subitaneo palesarsi di ispirazioni o esigenze differenti, o per il ritrovarsi obbligati a partire militari.

Con la maturità di chi guarda con sopraggiunta saggezza alle malefatte compiute quarant'anni prima, i vari "indagati" (così vengono indicati, nelle schede monografiche, gli artisti) riescono a ricostruire tutto ciò che il progressive in Italia fu, ciò che i benpensanti pensavano e temevano fosse, ciò che avrebbe potuto essere, ciò che non avrebbe potuto essere mai. Tracciandone, con uguale precisione, le speranze, le conquiste, e l'insesorabile declino.

"Ora tu mi chiedi perché i complessi si stanno avviando all'estinzione. Secondo me è perché hanno voluto fare musiche troppo complicate ed elaborate, perché non hanno mai amato la semplicità. […] Ho ragione di chiedere che il pubblico si sia stancato delle elucubrazioni parametafisiche. E' inutile fare la musica che fanno i Pink Floyd e farla a un livello inferiore, dato che è possibile procurarsi l'originale."
(Vittorio De Scalzi, New Trolls)

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