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Cinema: The Blues Brothers – Alle origini del mito

Articolo a cura di Stefano Sessa – www.blackmaria.it 

Ci sono film che non sono semplici film. Ci sono film che iniziano al cinema e continuano anche quando il proiettore è stato già spento. Film che continuano a vivere nelle strade, nelle mode, nell'abbigliamento, nei modi di dire e nelle orecchie di chi li ha visti. Ci sono film che diventano fenomeni culturali e di costume prima per i contemporanei e poi per le generazioni successive. Film potenti, talmente penetrati nell'immaginario collettivo che sono in grado di influenzare anche quei pochi extra-terrestri che ancora non li hanno visti. Ci sono tanti capolavori cinematografici che hanno fatto epoca, ma non sono molte le pellicole che hanno avuto la fortuna di diventare veri oggetti di culto. Fra questi, il film che più di ogni altro ha saputo diventare un fenomeno di portata planetaria è sicuramente The Blues Brothers, diretto da Jonh Landis ed uscito nel 1980.

Non tutti sanno che i Blues Brothers esistevano prima di The Blues Brothers. Correva l'anno 1978 quando Dan Aykroyd e Jonh Belushi lavoravano nel Saturday Night Live, forse lo show di intrattenimento comico più famoso della televisione americana. Fu proprio in questo show che l'affiatata coppia di attori creò i personaggi di Jake ed Elwood Blues, due fratelli amanti del blues cresciuti in un orfanotrofio dell'Illinois. Nello stesso anno uscì il primo disco della band: Briefcase Full of Blues, il quale nel giro di poco tempo raggiunse la prima posizione nella classifica degli album più venduti, riuscendo ad aggiudicarsi anche due dischi di platino. Visto il successo del disco e l'apprezzamento del pubblico Belushi ed Aykroyd decisero che erano pronti per farlo diventare un film. Si scatenò una vera e propria battaglia tra gli studios per aggiudicarsi la produzione e alla fine la spuntò la Universal, che ingaggiò Jonh Landis come regista (il quale aveva già diretto Belushi in Animal House).

 
La pantagruelica sceneggiatura iniziale, trecentoventiquattro pagine scritte da Aykroyd, venne corretta e ridotta dallo stesso Landis. Le riprese durarono circa un anno e non furono tra le più semplici. La cocaina scorreva a fiumi sul set, a tal punto da divenire una vera e propria voce nel bilancio della pellicola. All'epoca il problema di dipendenza di Belushi dalla polvere bianca aveva già raggiunto livelli problematici. Le riprese subirono diversi ritardi, ma alla fine Jonh Landis riuscì a terminare il lavorò.

Il film si apre con Jake Blues appena uscito di prigione. Ad attenderlo c'è il fratello a bordo di una Dodge Monaco del 1974 comprata ad un'asta di auto usate della polizia: la Bluesmobile. Il primo posto dove si recano è l'orfanotrofio cattolico dove sono cresciuti, nel centro di Chicago, dove la suora Mary Stigmata, da loro chiamata "la Pinguina", chiede loro di aiutarla a trovare i 5000 dollari necessari a pagare le tasse arretrate dovute al fisco onde evitare la chiusura dell'orfanotrofio. Nella chiesa battista di Triple Rock Jake riceve la "rivelazione" divina: per recuperare i soldi per l'orfanotrofio devono rimettere assieme la loro vecchia banda di rhythm and blues, la Blues Brothers Band, riunendosi ai loro vecchi compagni – ora tutti onesti lavoratori con una buona situazione sociale – e suonare di nuovo insieme. I proventi delle esibizioni serviranno a saldare il debito fiscale dell'orfanotrofio, motivo per cui i due fratelli sono "in missione per conto di Dio". Parte così lo strampalato viaggio che servirà a recuperare tutti i componenti della band. Durante l'accidentato percorso incontreranno vari personaggi interpretati da mostri sacri della scena musicale americana: James Brown nei panni del reverendo James, Cab Calloway, Ray Charles nelle vesti di un proprietario di un negozio di strumenti, Aretha Franklin nel ruolo della moglie di Matt Guitar Murphy, il sassofonista Lou Marini e il mitico trombonista Tom Malone, Jonh Lee Hooker e il trombettista Alan Rubin. Tanti mostri sacri del blues e del soul all'interno di un film culto indimenticabile. Tantissima musica in un on the road folle e divertentissimo; il concerto finale in cui la band esegue Everybody needs somebody to love di Solomon Burke nella versione Wilson Pickett e Sweet home Chicago di Robert Johnson nella versione di Magic Slam.

The Blues Brothers non è un semplice film, non è solo un musical e non è nemmeno un vero road movie. È tutte queste cose insieme, ma è anche qualcosa in più: è un film che nel corso degli anni è diventato patrimonio dell'umanità. È un inno al blues, al soul, al funky: un inno a quella forma musicale che ha unito e continua ad unire neri e bianchi. È un inno alla libertà e alla follia. I mitici occhiali Ray-Ban e il vestito nero con camicia bianca e cappello sono diventati oggetti iconici riconosciuti in tutto il mondo.

Nel giugno del 2012 la versione restaurata del film è arrivata per alcuni giorni nelle sale cinematografiche italiane. Non dimenticherò mai l'atmosfera che si respirava nella sala del cinema nel centro storico di Napoli dove ho assistito alla proiezione: alla fine del film eravamo tutti in piedi ad applaudire, a ballare e a cantare. Per tutta la durata dei titoli di coda la sala si era trasformata in una discoteca blues. Eravamo tutti felici ed il motivo di cotanta contentezza era solo uno: The Blues Brothers.

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