Erano passati soli sei mesi dall’uscita di “Prelude to Ecstasy” – un esordio dirompente sotto tutti i punti di vista, finito di diritto nella nostra top album 2024 – quando chi scrive trovava su YouTube un video tra i consigliati. Si chiamava “second best [new song]”, era stato caricato da un fan, e riprendeva la performance al festival Lollapalooza di un nuovo inedito delle The Last Dinner Party: un brano raffinato e crudo al tempo stesso, in parte gospel e in parte inno glam rock, la cui potenza corale narrava la conclusione di una storia in bilico tra dipendenza affettiva e risentimento. Un lavoro eccellente, che forse sarebbe stato adatto a quel primo disco solo in parte, e che faceva pensare, al massimo, a materiale per una futura deluxe edition.
Invece l’anno seguente la band londinese si esibiva al Sziget Festival fresca di annuncio di un nuovo album in studio, accolto dai più con un certo stupore. Un nuovo disco delle The Last Dinner Party, a meno di due anni di distanza dal loro debutto, sollevava il dubbio che le cinque potessero essere prese dall’ansia da sophomore album e dare alle stampe un seguito frettoloso e poco ispirato; specie considerando il chiacchiericcio che le aveva investite online (ma anche il fatto che, nell’autunno 2024, tutte le restanti date del tour di “Prelude to Ecstasy” erano state annullate per motivi di salute psicofisica). Eppure, dal vivo, il singolo di lancio “This Is The Killer Speaking” prometteva benissimo – sfumature à la Nick Cave, retrogusto western, lyrics che trasformano una relazione malamente troncata nella perfetta colonna sonora di un villain –, e così anche “Second Best” e un altro inedito che non avevano ancora ufficializzato (poi ci torniamo).

Certo, spesso i singoli tendono a essere i pezzi migliori del lotto, ma “From The Pyre” ha riservato in tal senso ulteriori sorprese. Se l’esordio aveva i suoi momenti più “di riempitivo” e sembrava non sapere sempre dove mettere tutte le sue idee, qui le tracce sono di meno e l’insieme risulta più maturo e curato. Ancora una volta l’ispirazione è tangibilmente 70s, con Queen e David Bowie in testa alla lunga lista di influenze; c’è un concept alla base – il classico binomio amore-morte, tra cui scorre l’altrettanto classica tematica della fama – narrativamente più ricco, completato da un ottimo comparto estetico e audiovisivo, ed espresso tramite ricorrenti immagini bibliche. A cominciare dalla trionfale “Agnus Dei”, un’opening track che in quanto ad atmosfere cupe ricorda un po’ “Apocalypse Please” dei Muse (la stessa Aurora Nishevci, che del disco è pianista e direttrice d’orchestra, in un’intervista a Pitchfork ha parlato di “Absolution” come una delle sue maggiori ispirazioni): “Oh, here comes the apocalypse”. Qui, però, la fine del mondo non ha nulla a che vedere con l’ordine mondiale: nell’ultimo singolo “Count The Ways”, tra un riferimento alla Genesi e una citazione kafkiana, tornano le tematiche prettamente amorose, narrate col mistero di un riff à la Arctic Monkeys – altra ispirazione conclamata, stando alla bassista Georgia Davies – e la verve di Abigail Morris, a metà tra Kate Bush e Marina Diamandis.
‘Twas London Bridge, the vision came
Lee Hazlewood you were singing
As you descended from the clouds
Your head was burning, your arms were open
Lamb of God, or did I spell it wrong?— Agnus Dei
Ma è nella sezione centrale dell’album che ne emergono i tratti più netti. “Rifle” è tra le tracce più interessanti che le Last Dinner Party abbiano mai scritto – profonda e rabbiosa, un alternarsi di strofe in agguato e gridi di guerra –, con un bridge in francese tanto inaspettato quanto soave. “Woman Is A Tree” catalizza il femminile minaccioso e sofferente, a metà tra sacro e profano, caratteristico dei brani del gruppo, con un cantato tribale che ricorda un’Aurora più “strega” che fata; “I Hold Your Anger” è la “Gjuha” di questo disco, un brano guidato dal pianoforte in cui Aurora Nishevci è protagonista assoluta. Rispetto a “Prelude to Ecstasy”, vi è una “pluralità creativa” più evidente: non solo testi e vocals soliste non sono proprietà esclusive di Morris (“Rifle”, eccetto la strofa in francese, è cantata esclusivamente dalla chitarrista Lizzie Mayland), ma gli onnipresenti cori riescono a non stancare mai e a riempire gli spazi lasciati vuoti da strumentali più “minimali” rispetto al primo disco (che è tutto dire). Soprattutto, reggono un intreccio che parte dalle esperienze personali delle cinque e si estende a dinamiche universali: i dubbi sulla maternità diventati riflessioni di genere e allegorie sulla natura, ad esempio.
Woman is the tree
Man a clinging vine on the branch
The voices of the children are heard on the hill
My heart is at rest now and everything’s still— Woman Is A Tree
Nell’ultimo ultimo trio di brani si rallenta la corsa, si tira il fiato; la rabbia e la determinazione lasciano il posto al rimorso. Un po’ l’erede di “Portrait of a Dead Girl” per sensazioni evocate e per il crescendo finale, “Sail Away” porta con sé un effetto nostalgico e doloroso al tempo stesso che ricorda molto certi passaggi degli ultimi Black Country, New Road, e che conduce direttamente alla sintesi tematica dell’intero lavoro: “The Scythe”, quel terzo brano ancora non pubblicato che il gruppo aveva presentato mesi fa al Sziget. Due eventi negativi vissuti da Morris, una relazione finita e un lutto familiare, si fondono in una riflessione sulla caducità della vita: accompagnata dal video in bianco e nero con protagonista un uomo anziano che elabora la perdita di sua moglie, l’esperienza è tanto musicalmente morbida – se togliamo l’assolo di chitarra di Emily Roberts – quanto emotivamente lacerante. Sulla ending track vagamente beatlesiana “Inferno”, pian piano, si ritorna coi piedi per terra, come l’epilogo di un libro: una conclusione molto meno magniloquente di quella dello scorso disco, e forse meno incisiva — ma dopo quaranta minuti alquanto intensi, alla fine, va bene così.
Nonostante accettare la sfida del secondo album potesse sembrare prematuro, “From The Pyre” si rivela un lavoro più raffinato e consapevole del precedente. Potrebbe non essere un concept album vero e proprio, ma è ugualmente il risultato del tessere un racconto ben strutturato dal punto di vista sonoro e testuale, con un approccio artistico che toglie un po’ di grandiosità al tutto – a costo di perdere anche parte di ciò che aveva reso l’esordio così fulminante e memorabile – per restituire un album meno easy-listening, ma narrativamente più intrigante e con nuove sfaccettature da esplorare. Le The Last Dinner Party, insomma, sono cresciute, ed è sempre più probabile che siano qui per restare.
Tracklist
01. Agnus Dei
02. Count The Ways
03. Second Best
04. This Is The Killer Speaking
05. RIfle
06. Woman Is A Tree
07. I Hold Your Anger
08. Sail Away
09. The Scythe
10. Inferno



















