Se c'è un comune denominatore che nel corso degli ultimi quindici-vent'anni ha reso riconoscibilissima la musica inglese, partendo dal britpop per passare dalla wave al post punk e alle varie contaminazioni e derivazioni odierne, è un'essenza di fondo inevitabilmente elegante e curata, con una voglia di sentirsi sopra le righe che viene esorcizzata spesso con un'estremizzata arroganza, ma che non finisce mai per inficiare la fine signorilità, l'inconfondibile compostezza delle canzoni. Questi The Doormen saranno anche italianissimi, ma un po' british dentro devono esserlo per forza: sentendo le dieci tracce di cui è composto il loro secondo album, "Black Clouds", sembra infatti impossibile che esse non siano frutto del gusto di artisti di oltremanica. Un alternative di classe, in salsa Interpol/Editors, che si differenzia in modo molto semplice rispetto alle tonnellate di emuli delle succitate band: è fatto dannatamente bene.
"Black Clouds" è fatto di vocals calde, piene, vicine per tonalità timbriche a quelle di Tom Smith ma meno strozzate, arricchite da gustosi arrochimenti nelle fasi più concitate. Chitarre che si sovrappongono sapientemente, complementandosi, aiutate da un'azzeccata effettistica nel rendere vivida e pulsante ogni singola traccia. Sezioni ritmiche incalzanti: non ci si trova mai a girovagare per rarefatte atmosfere guidate dal delay e dai synth tanto cari all'alternative rock più moderno, ma si è trascinati da una presenza ritmata, decisa, di batteria e basso. Malinconici e moderatamente oscuri, ma talvolta inclini a qualche velocizzazione di battuta, i Doormen piazzano in successione un gran numero di episodi d'indiscutibile bellezza. La cupa energia del serrato up-tempo "Silent Suicide", dei suoi graffianti accordi e del suo abbozzo d'assolo sul bridge. La struggente, accorata poesia di "Strange Life" e delle sue vocals prolungate, delicate e sofferte. L'andamento più storto e meno rigoroso della conclusiva "Snowy Day" e delle sue comparsate di tastiere. L'epico, romantico crescendo dell'incantevole "Father's Feelings", un pezzo dal quale qualsiasi band avrebbe qualcosa da imparare, un ottimo esempio di come gli allievi abbiano spesso in sè le potenzialità per demolire i maestri.
Va detto che in qualche episodio della scaletta la band si mostra in una forma meno smagliante, e forse una riorganizzazione della tracklist che non piazzasse i colpi migliori nel trittico d'apertura e in quello di chiusura avrebbe aiutato: la tentazione di skippare in blocco la meno ispirata sezione centrale comincia a diventare forte già dal secondo ascolto. Difetti che si manifestano a lungo termine, comunque, perchè l'impatto iniziale regalato da "Black Clouds" è sbalorditivo. I Doormen dimostrano che quando gli input dei capostipiti del genere vengono fatti propri e reinterpretati in maniera spontanea e personale, e ogni canzone viene infusa di vivo sentimento e accesa passione oltrechè suonata con incredibile perizia, non ha più senso perdersi in chiacchiere, elencando eventuali plagi, omaggi e citazioni. Di questo quartetto ravennate va soltanto lodata la qualità delle composizioni, la capacità di offrire una proposta che brilla di luce propria e non riflessa. Una "Bright Blue Star" nel firmamento alternative rock italiano. Chapeau.
Tracklist
01. Bright Blue Star
02. My Wrong World
03. Father's Feelings
04. I'm In The Sunset
05. We Are The Doormen
06. Staring At The Ceiling
07. Her Power
08. Silent Suicide
09. Strange Life
10. Snowy Day




















