“Oh! I have slipped the surly bonds of Earth
And danced the skies on laughter-silvered wings”

Sono queste le parole che aprono la versione fisica di “Departure Songs”. Parole tratte dal poema “High Flight” del poeta di guerra anglo-americano John Gillespie Magee Jr., morto all’età di 19 anni a causa di una collisione aerea fortuita, durante la Seconda Guerra Mondiale. Una storia che ci fa torcere le budella e ci lascia atterriti al pensiero di quanto sia fragile la nostra vita. Al tempo stesso, queste parole trasmettono la forza e l’esuberanza di un ragazzino capace di trovare qualcosa di poetico e romantico anche in una situazione orribile, qualcosa a cui aggrapparsi e che ci faccia sentire liberi nonostante tutto.

Parla di questo, “Departure Songs”, uscito esattamente dieci anni fa. Parla di una band, i We Lost The Sea, che di certo non ha dovuto affrontare una guerra, ma il cui cantante Chris Torpy, nel 2013, si è tolto la vita a soli 24 anni. Quindi ripensandoci, sì, Mark Owen, Matt Harvey, Kieran Elliott, Mathew Kelly, Nathaniel D’Ugo e Michael Taverner hanno dovuto in qualche modo affrontare una guerra. Come John Gillespie Magee Jr., hanno dovuto cercare qualcosa di bello a cui aggrapparsi, mentre tutto nelle loro vite crollava. Quel qualcosa di bello, attraverso cui provare a rimanere in superficie era ovviamente la musica: un album in cui nessuna voce va a sostituire quella di Chris, ma bastano solo gli strumenti per raccontare quattro episodi, nei quali uomini e donne comuni, nel momento del bisogno altrui, non hanno esitato a sacrificarsi per un bene più grande. Per donare vita, speranza o qualsiasi altra cosa a cui aggrapparsi.

Lawrence Oates
(“A Gallant Gentlemen”)

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A Gallant Gentleman (artwork di Matt Harvey)

Lawrence Oates prese parte alla spedizione Terra Nova, missione esplorativa per il raggiungimento del Polo Sud voluta finanziata dal Regno Unito nel 1910. Dopo anni di viaggio, fu deciso che solo il gruppo formato dal comandante Robert Scott, Henry Bowers, Edward Wilson, Edgar Evans e Oates stesso avrebbe raggiunto il Polo. I cinque raggiungono l’obiettivo il 17 gennaio 1912, rendendosi conto di essere stati battuti sul tempo di 35 giorni dalla spedizione del norvegese Roald Amundsen. Il viaggio di ritorno, dopo alcune settimane favorevoli si trasformò presto in un inferno di ghiaccio, complice il finire dell’estate con il conseguente abbassamento delle temperature oltre i -30 °C. Il primo a perdere la vita a causa del congelamento e della cadute fu Evans. I restanti quattro proseguirono il viaggio, ma anche Oates iniziò ad accusare sintomi di congelamento, dolori causati da vecchie ferite e denutrizione. L’uomo si rese conto di essere ormai solo di intralcio e dopo aver pregato più volte i compagni di essere abbandonato (senza essere accontentato), una mattina di metà marzo 1913 si alzò debolmente, annunciò di andare a fare un giro e si avviò claudicante in mezzo ad una tempesta di neve a -40 °C. Il suo corpo non è mai stato trovato.

Alexei Ananenko, Valeri Bezpalov, Boris Baranov
(“Bogatyri”)

Bogatyri
Bogatyri (artwork di Matt Harvey)

I Bogatyri sono figure eroiche della tradizione slava orientale e russa, protagonisti di poemi e racconti epici. Guerrieri che incarnano doti di coraggio, altruismo e difesa di ciò che è più caro. Quale parallelismo migliore, dunque, che quello con i tre uomini che, tra il 6 e il 7 maggio 1986, scesero volontariamente tra le acque radioattive sotto al nucleo del reattore 4 della centrale di Černobyl’ per rimediare ad una situazione disperata? Alcuni giorni dopo l’incidente, ancora in piena emergenza, ci si rese conto che, dopo l’esplosione, sotto al nucleo si era accumulata una grande quantità di acqua radioattiva. Una caduta del materiale fuso sull’acqua avrebbe causato una gigantesca esplosione di vapore, capace di contaminare gravemente gran parte del continente europeo. Secondo varie testimonianze, tecnici e ingegneri della centrale vennero raccolti e vennero chiesti dei volontari che scendessero nel tunnel contaminato al fine di aprire le valvole di drenaggio in modo da far defluire l’acqua. In una tale situazione, pur essendo tutti consapevoli degli enormi rischi associati alla missione, per Ananenko non c’era scelta più ovvia: “Sapevo dove erano le valvole, quindi era logico che andassi io”, disse in un’intervista a distanza di anni. Bezpalov si offrì immediatamente di accompagnarlo e Baranov decise aggregarsi, essendo supervisore del turno. Proprio come nei poemi medioevali, i tre Bogatyri, pur consapevoli della possibilità di gravi compromissioni della propria salute, riuscirono perfettamente nella missione, riuscendo ad evitare un’ulteriore catastrofe. Il loro altruismo fu in qualche modo ricompensato: Ananenko e Bezpalov si stanno ancora godendo la propria vecchiaia, Baranov morì diversi anni dopo l’incidente, a causa di un infarto.

David Shaw
(“The Last Dive Of David Shaw”)

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The Last Dive Of David Shaw (artwork di Matt Harvey)

Il 28 ottobre 2004, l’esperto subacqueo australiano David Shaw si immerse a Boesmansgat, una grotta d’acqua dolce sudafricana profonda 283 metri, raggiungendone quasi il fondo e siglando diversi record per quanto riguarda le immersioni con rebreather. Durante l’attività, Shaw trovò il corpo di Deon Dreyer, morto nella grotta dieci anni prima, apparentemente ancora in buone condizioni. Una volta tornato in superficie, la decisione fu immediata: quel corpo doveva essere recuperato e restituito alla famiglia. Shaw si organizzò quindi per la missione di recupero, che avvenne in solitaria (con il solo supporto di un amico in superficie) l’8 gennaio del 2005. Una volta raggiunto il fondo della grotta, David iniziò le operazioni di recupero, sganciando il corpo di Deon dalle funi che lo ancoravano, per metterlo nella sacca portata per l’occasione. Quello che non poteva immagine è che, dopo quasi 11 anni in quelle condizioni, il corpo dentro la tuta si era lentamente trasformato in adipocera e iniziò quindi a risalire. Shaw iniziò a lottare e ad affaticarsi, rimanendo impigliato nei cavi della torcia e questo affaticamento portò a in poco tempo ad una generazione di CO2 di molto maggiore di quanto il rebreather potesse gestire. Il sub, mentre stava lottando con i cavi, perse lucidità in pochi minuti a causa dell’alta concentrazione di CO2 e di narcosi da gas densi e svenne, affogando dopo poco, nel tentativo di recuperare il corpo di una persona che aveva subito la stessa sorte. Entrambi i corpi emersero naturalmente tre giorni loro, legati insieme dagli stessi cavi che avevano ucciso Shaw.

Equipaggio dello Space Shuttle Challenger(*)
(“Challenger”)

Challenger
Challenger (artwork di Matt Harvey)

All’inizio del 1986 lo Space Shuttle Challenger veniva da nove missioni completate. In occasione della decima, la STS-51-L, l’obiettivo principale erano la messa in orbita di un satellite per le comunicazione della NASA e la conduzione di esperimenti in microgravità, ma all’equipaggio fu anche aggiunta – per il programma “Teacher In Space” – l’insegnante Christa McAuliffe, che avrebbe dovuto tenere una lezione dallo spazio per promuovere l’educazione scientifica. Il lancio venne rimandato più volte a causa delle cattive condizioni meteo e alla fine la data stabilità fu il 28 gennaio 1986, dal Kennedy Space Center, nonostante la temperatura fosse molto bassa (-1 °C). Alcuni ingegneri dell’azienda che aveva costruito i booster fornirono diverse perplessità riguardo il lancio, considerato che le guarnizioni non erano state testate a temperature così basse, ma la NASA decise comunque di dare il via alla missione, con il decollo che avvenne alle 11:38. Dopo 73 secondi dal lancio, ad un altitudine di 14mila metri il Challenger si disintegrò in mezzo ad una nube di fumo, proprio a causa di un’avaria sulle guarnizioni del booster, che, non chiudendosi correttamente, portarono ad una perdita di gas caldi. L’equipaggio non morì nell’ “esplosione”: la capsula rimase quasi integra e si schiantò dopo quasi 3 minuti di caduta nell’oceano, con un impatto ovviamente fatale per le sette persone.

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Departure Songs (artwork di Matt Harvey)

Sono passati dieci anni dalla pubblicazione di quello che potrebbe essere considerato uno dei punti più alti mai raggiunti dal post-rock. Ma non staremo qui a disquisire di classifiche o paragonare album. La grandezza di “Departure Songs” si manifesta nella sua chiarezza espositiva, tematica quanto emotiva e la maestria dei We Lost The Sea sta proprio nella sconvolgente capacità di riuscire a raccontare le tragiche e ispiratrici storie di queste persone solo attraverso la musica. Note cariche di tensione, di emotività, di bellezza, di terrore, note profondamente umane. Sentiamo l’affannosa respirazione subacquea di Shaw e le sue comunicazioni nell’introduzione della traccia a lui dedicata, possiamo chiaramente vederlo lottare con i cavi mentre il brano raggiunge il climax nella sua parte centrale e lo stesso si può dire degli altri brani e in particolare di “Challenger”, dopo un’introduzione dedicata ad un’affascinante quanto particolare teoria di William S. Burroughs riguardo i sogni e i viaggi spaziali. Suoni che, oltre ad essere la celebrazione di gesta colme di coraggio e altruismo, creano una connessione tra la tragedia personale dei We Lost The Sea, quelle dei protagonisti delle vicende, quella di John Gillespie Magee Jr. e quelle di ognuno di noi. “Departure Songs” insegna – a noi, come a loro stessi – che nella tragedia dell’essere umani c’è sempre qualcosa a cui aggrapparsi per alzarsi in volo e, per dirla con le parole del ragazzo poeta, per “calpestare la sacra santità dello spazio inviolato con la mente silenziosa e sollevata, e toccare il volto di Dio”.

(*) Michael John Smith, Dick Scobee, Ronald McNair, Ellison Onizuka, Christa McAuliffe, Gregory Jarvis, Judith Resnik.

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