Foto in copertina e nell’articolo: Lorenzo Barassi

In uscita venerdì 23 maggio per Asian Fake, “FUMO” rappresenta il nuovo tassello nell’articolata discografia dei Casino Royale. La compagine milanese mette ancora una volta in gioco se stessa e si getta nella sperimentazione sonora, merito di una produzione di alto livello (Clap! Clap!) e di grandi musicisti, tra membri storici, collaborazioni quasi fisse e nuove comparse. Pochi giorni fa, ne abbiamo parlato faccia a faccia con Alioscia Bisceglia, leader storico del gruppo.

Ciao Alioscia, benvenuto su Spaziorock. Come stai?

Ciao. Bene dai, dopo una mattinata di pioggia adesso c’è il sole, per cui… Siccome siamo tutti un po’ instabili ci facciamo condizionare.

Ti definisci meteoropatico?

Lo siamo un po’ tutti e questo non è un buon segno, vuol dire che non siamo centrati. A tanta gente cambia se c’è il sole o no ed è un segno di instabilità. Dovremmo essere tutti più zen e fottercene. [ridiamo, ndr] Non è che il Buddah si scompone se piove o c’è il sole, no?

Hai ragione. Invece come ti senti per quanto riguarda “FUMO”? Esce questo venerdì.

Forse anche un po’ per maturità, per esperienza e autodifesa, è un progetto che nasce senza grandi aspettative. Così è più facile non rimanere delusi.

Sei di questa filosofia?

Beh, adesso sì: anche perché aspettative sulla musica, in Italia, per come noi ci approcciamo alla musica, sarebbe un suicidio. È un momento in cui si consuma tantissima musica italiana, questa è una cosa ottima. Sta succedendo quello che accadeva in Francia negli anni 80, la gente ascoltava i local heroes: Mano Negra, Les Négresses Vertes, MC Solaar, FFF… I ragazzi ascoltavano musica del luogo e adesso in Italia funziona così, peccato che sia tutto confezionato. Tutti pensano di arrivare al mainstream, ed è vero, però è anche vero che il mainstream ha riproposto un po’ delle regole che speravo cambiassero negli anni. Cioè, ci ritroviamo ancora con Sanremo come turning point della carriera.

Però è anche vero che Sanremo si è aperto molto negli anni. Oggi ci vanno artisti che 30 anni fa non avrebbero mai potuto partecipare.

Sì ma vanno facendo il pezzo per Sanremo. E comunque sei sempre immerso in una cosa nazionalpopolare, dove c’è la battuta in pugliese per quelli di Foggia, dove il pubblico è fatto di amministratori delegati di aziende… Io personalmente non mi sentirei a mio agio. Mi domando, uno che magari ha i tatuaggi in faccia, che sbraita cantando, quando va lì, si sente a suo agio? Probabilmente sì, perché il vero fine è quello di diventare famosi, e non di manifestare attraverso la musica un certo tipo di identità, di rivendicazione. Poi ognuno va a Sanremo e fa polemica, fa protesta, “Io ci sono ma non ci volevo andare”, ma tanto alla fine vince sempre Sanremo. L’Italia è un posto dove tutto cambia purché nulla cambi, detto à la Gattopardo, e Casino Royale si fa dei gran cazzi suoi: facendo, come singoli, vite molto normali, da persone normali, con gli struggles di sopravvivenza della gente normale, ritagliandosi dei momenti in cui ci si trova, si gioca e si esterna con la musica l’esperienza di vita vissuta, le riflessioni su ciò che accade in maniera molto onesta. Questa volta abbiamo confezionato un racconto sonoro con la volontà di farlo ascoltare dall’inizio alla fine. Non è un disco lunghissimo, dura come la puntata di un telefilm. L’approccio è stato anche quello di non avere per forza un disco fatto di tutte potenziali hit, con guest in ogni brano, indirizzato ai giovanissimi quindi con il solito tema dell’amore… Quando esci fuori da tutti questi cliché, non arrivi alla massa, ma arrivi a gente che poi ti dirà: “Cazzo, sai che forse c’era bisogno di una roba del genere?”. E magari una volta tanto scopri di aver fatto un piccolo lavoretto senza guardare al mercato, ma che a una fetta di mondo serviva. È una fetta grande? Probabilmente no, però noi ormai facciamo musica per piacere alla gente che ci piace, ai nostri simili. Poi, se riusciamo ad allargare il pubblico a generazioni più giovani, che hanno sensibilità vicine a noi, tanto meglio. Con Asian Fake è successo, abbiamo lavorato con gente molto giovane.

Rimanendo sull’industria musicale, questo disco, secondo voi, “si contrappone alle imperanti dinamiche di fruizione della musica”. Secondo me, in realtà avete sfruttato quelle dinamiche, quindi il disco breve con tante tracce brevi, però a vostro vantaggio: “FUMO” è comunque un ascolto impegnativo.

È intenso, ricco, sì. Mi piace questa analisi, sono d’accordo. E poi c’è tanto respiro musicale che, secondo me, ti permette di riflettere un minimo su ciò che senti, senza un input subito dopo. Io che ho sempre ascoltato rap oggi faccio fatica perché mi arrivano troppe cose addosso. Ho bisogno di un po’ di space.

Il vostro album ne ha molto. Io lo catalogherei nel trip hop, con molto groove. È merito della produzione di Clap! Clap!?

Tanto. Lui è stato molto rispettoso dei nostri brani e gli ha dato un boost ritmico. Noi volevamo questo e lui ci ha dato una grande mano. Se uno conosce Clap! Clap! riconosce i suoi marchi di fabbrica [mima delle percussioni, ndr]. C’è stato un bellissimo scambio e non è scontato, molte volte i produttori azzerano tutto e rifanno i brani come piacciono a loro: a volte è magico, a volte ci rimani male.

“FUMO” lo definiresti un concept? Se sì, come lo riassumeresti?

È una suite. Se cerchi sul vocabolario, troverai che suite è una sequenza di brani composti per essere ascoltati in sequenza dall’inizio alla fine. È il processo creativo che secondo me è stato figo: abbiamo fatto un pezzo, poi da lì è nato il secondo, poi il terzo… Non abbiamo fatto pezzi separati e poi assemblati. Abbiamo costruito il primo piano e poi siamo saliti. È stato un processo lineare. Certe cose sono nate grazie al lavoro di Clap! Clap!, ricordo che gli mandammo la prima stesura e lui in un weekend ci inviò tre versioni: una light, una medium e una full. L’inizio di quella full è diventato “Scorpio Theme”. Poi ci sono stati momenti in cui abbiamo dovuto dire a Cri [Clap! Clap! si chiama Cristiano Crisci, ndr] di fermarsi perché faceva fin troppo, continuava a mandarci cose, troppe idee… [ridiamo, ndr]. È stato divertente, sorprendente, estremamente naturale. Un disco che ha avuto una gestazione lunghissima, ma perché noi adesso viviamo la musica come gli amici che ogni tanto si incontrano per passare il weekend a pescare. In due anni hai avuto 6 weekend così e questo è il frutto. Tutti nella bolla, tutti super creativi, a disposizione della mission che avevo raccontato e nessuno si è messo a discutere su di essa. Il disco parla di questa cosa qua; poi, musicalmente si possono cambiare delle cose e io le accetto volentieri, mi riservo la decisione finale, ma ognuno è libero di esprimersi. La scrittura di “FUMO” è iniziata in quarantena insieme ai Blue Mondays, un duo italiano di musica dance di qualità. Ci mandarono un groove ed io ci misi una linea ispirata a un pezzo degli Stiff Little Fingers [canticchia “Nobody’s Hero” e poi “Fumo Pt. 1”, ndr]. Succede spesso nei pezzi dei Casino Royale.

Quasi come se anche la tua voce fosse un sample?

Sì, come se non c’entrassero un cazzo. Però sono i miei anni 80, i miei momenti disco. Anche “Sempre più vicino” è “Spank” di Jimmy “Bo” Horne, la linea vocale è più o meno quella. O “Treno per Babilon” è un pezzo dei Gladiators. Parto così, e non mi sento colpevole dopo aver letto che pure i Beatles con “Michelle” han fatto la stessa cosa, era una roba francese e poi tutta la parte con “I love you” era Nina Simone. E tutto questo rientra nel concetto di “io rifletto”, a me fa piacere raccontare quelle cose, do un hook anche culturalmente a una cosa che mai la gente si immaginerebbe di mettere in relazione. Per cui se poi uno legge questa intervista e si va ad ascoltare “Hanx!” degli Stiff Little Fingers a me fa piacere, perché è un pezzo della mia cultura.

Come ha fatto Noel Gallagher in “Don’t Look Back in Anger”, è un omaggio.

Sì, è una citazione. Il processo creativo di “FUMO” è iniziato guardando quanto accaduto a Capitol Hill. Mi giravano i coglioni. Poi ho letto Kelebek Blog di Miguel Martinez, un signore di Firenze che parla di geopolitica, di vita di quartiere e così via. Lui è americano, di origine messicana, islamista, e faceva un’analisi di Capitol Hill, parlando del crollo del sogno americano. Mi ha dato da pensare e ho raccolto le mie riflessioni in questo racconto. Crollano i sogni, le utopie, la gente si sente persa e quindi diventa scorpione, diventa cattiva, comincia ad avere paura. La paura è l’incendio che si propaga veloce, crea aggressività, “Schegge di rabbia nei cuori persi”.

Però non hai ancora risposto alla mia domanda [ridiamo, ndr]. Come riassumeresti “FUMO”? Ad esempio, il suono dell’acqua che torna spesso a me ha evocato il tema della nascita.

Dischi così sono plasmati affinché la gente si faccia il proprio viaggio, indubbiamente. Per me è un disco di speranza, Alda invece disse di provare abbandono. La pioggia che si sente per me è una pioggia molto Blade Runner, poi per qualcuno potrebbe essere purificatrice, per qualcun altro sporca. Rende tutto cinematico, ti senti in un ambiente e non senti che stai ascoltando una canzone: stai facendo un experience immersiva.

Già che hai nominato Alda, parliamo delle collaborazioni presenti nell’album. C’è Marta Del Grandi, che ormai si potrebbe considerare parte del vostro organico credo.

Diciamo che è un’affiliata. Lei ha una sua carriera, è molto impegnata, non dedichiamo mai tantissimo tempo allo stare insieme. Però abbiamo fatto insieme “Cospiro” e secondo me lei ha scritto un testo della madonna, mentre leggeva un libro di Stefano Mancuso. Dopo averle raccontato di Capitol Hill e quanto detto prima, lei ha scritto l’incipit del disco. Marta è tanto brava a cantare quanto a scrivere, forse siamo gli unici per cui ha scritto in italiano tra l’altro. Un contributo minimo in quest’occasione, ma prezioso. E poi ha inserito una parte che in realtà è un insieme di keywords del repertorio dei Casino Royale, l’ha scritto dopo aver fatto alcune date con noi.

Alda l’ho scoperta a Reggio Emilia, mi è piaciuta un casino sul palco, molto Public Enemy, incazzata; sono rimasto impressionato dalle tematiche molto sociali che trattava, quindi ho pensato che sarebbe stato figo avere una ventenne con cui collaborare. Per me è fondamentale il dialogo, come quello che sto avendo con te adesso: io ti passo qualcosa, tu mi dai un feedback. È fondamentale per ricreare un noi in una società che vede soprattutto i giovani allontanarsi da ciò che li ha preceduti. A noi stavano in culo i nostri genitori, è vero, però prendevamo anche dai nostri genitori i punti di riferimento, l’antifascismo per esempio [indica la mia maglietta, ndr]. Le generazioni di adesso sono molto “Io posso farcela da solo”, “Io spacco”, “Io non ho bisogno di voi”, “Boomer”, tutto questo disprezzo del cazzo mentre invece noi andavamo a bocca aperta ad ascoltare i racconti della generazione precedente. C’è ancora questa cosa con certi giovani, dobbiamo trovarci e stabilire un contatto. Ad Alda pensavo di affidare il lieto fine, invece mi scrisse, ho ancora il messaggio, appunto di questo forte senso di abbandono, che non poteva darmi quello che io volevo. Allora lei ha scritto il suo testo pieno di rabbia. Il finale è stato comunque cantato dalla generazione che si deve ripigliare tutto, Alina B, cioè mia figlia. Ha cantato mentre scrivevamo, abbiamo riascoltato e abbiamo pensato che avesse senso.

La vostra scena, Milano anni ’80/’90, sta tornando in maniera prorompente. Joe [Mauro Ermanno Giovanardi, ndr] ha addirittura fatto un documentario sui Carnival of Fools, cose che ai giovani di oggi non sono mai arrivate. Voi quest’anno fate il MI AMI e oltre a voi ci sono altre band riunite. Secondo te perché c’è questo ritorno al passato musicale?

Non te lo so dire perché in realtà Casino Royale ha sempre cambiato, non fa revival. Io non ho nostalgia. Io credo nel DNA, nell’attitudine, che tu puoi avere quel fuoco dentro. Se mi chiedi se mi fa piacere che le cose tornano attuali? Sì, mi fa piacere se alcuni recuperano e ascoltano “Soul of Ska”, “Jungle Jubilee”, “Dainamiata” e così via, ma a me farebbe più piacere se ascoltassero Casino Royale adesso perché ho qualcosa da dire adesso. Poi, mi fa anche piacere se la gente contestualizza le citazioni di cui ti parlavo, ma io sono orgoglioso che noi siamo ancora qua e ogni volta è come se fosse il primo disco. Non è da tutti.

Vuoi lasciare un messaggio ai vostri fan che leggono Spaziorock?

Abbiamo fatto un’intervista fiume, direi che di dritte ne ho lasciate [ridiamo, ndr].

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