Abbiamo avuto il piacere di incontrare il chitarrista, cantante e compositore dei Frozen Crown, Federico Mondelli. In quest’estate densa di impegni ed appuntamenti, prima della partenza del tour americano e prima dell’uscita del nuovo “The Legend Of The Six Kings” siamo riusciti ad affrontare svariati argomenti, dai tour oltreoceano, ai pregiudizi dei tempi moderni, sino ad un’interessante e matura analisi sulle opportunità di crescita date dai cambiamenti.
Ciao Federico, è un piacere averti qui con noi e ti ringrazio. Come sta andando quest’estate? So che ci sono tante cose in ballo.
Ciao, grazie! Anche per me è un piacere. Sì, allora, sta andando malissimo (ride ndr). No dai, benissimo! Ma richiede un lavoro incredibile perché comunque il primo step adesso che ci separa dall’uscita del disco è il tour americano con i Kamelot ed i Visions of Atlantis, che come tutti i tour americani richiede una quantità di lavoro dal punto di vista burocratico infinita, iniziata a gennaio e che non finisce mai. Speriamo di arrivare lì e suonare perché non si sa ancora e tutto può succedere. Poi c’è la release del disco, quindi abbiamo lavorato tantissimo sulla promozione. Per la prima volta per fortuna non ho lavorato alla copertina del disco e non ho lavorato ai video. Voglio menzionare le due persone coinvolte: Sheila Franco, l’artista italiana che ha dipinto la copertina, e Raul Noise (uso il suo nome d’arte), un amico di vecchia data e il miglior videomaker che conosca, che ha realizzato tutti i video del nuovo disco. Menziono anche Daria Gislon, la scenografa che ha realizzato la corona e il trono visti nei video e nelle foto promozionali. Per fortuna c’è stato qualcuno che mi ha aiutato, oltre ovviamente agli altri membri della band.
Ti sei un po’ alleggerito di alcune cose, diciamo.
Sì, per fortuna, perché altrimenti non sarei riuscito comunque a terminare tutto. Nonostante questo essermi alleggerito, è stato il periodo più intenso possibile e immaginabile, perché abbiamo l’album in uscita e due tour, non uno ma due.
Immagino. Parliamo di questo primo tour con Kamelot e Visions of Atlantis. Ti chiedo com’è il mercato e il pubblico americano rispetto a quello europeo e magari anche come è cambiato negli anni, come l’hai visto e come siete accolti? In Europa per gli amanti del genere è un tour bellissimo, ma l’America è un territorio vasto abituato a tante sonorità. Quali sono le differenze, cosa ti piace di più e di meno, al di là degli aspetti burocratici?
Domanda centratissima. Hai ragione nell’affermare che il power metal in tutte le sue sfumature è molto più popolare in Europa, a partire dalla Germania che è un po’ il cuore ed è il territorio dove i Frozen Crown sono più forti. Parlando delle nostre vendite nel corso di 10 anni, se il primo paese per noi è sempre stata la Germania, il secondo sono sempre stati gli Stati Uniti. Tuttavia, essendo gli USA estremamente vasti, venderne 10.000 copie in Germania è completamente diverso che venderne 10.000 in America perché è super dispersivo. In Germania questo ti porta a fare sold out e vendere biglietti facilmente, mentre in America non è così semplice. Però quando abbiamo suonato al ProgPower ad Atlanta nel 2024 è stato clamoroso: abbiamo suonato in apertura dell’ultima serata (quella dei Winger) ed è andata sold out in 5 minuti con un calore ed un entusiasmo incredibili. Negli Stati Uniti c’è un profondo rispetto e una venerazione per gli artisti europei, perché c’è la consapevolezza che quel genere proviene da lì, e per gli artisti italiani che in Italia vengono spesso bistrattati o magari snobbati. Il mercato americano è molto vasto e va per la maggiore il metal moderno o l’”American Power Metal” come Symphony X, Nevermore o Sanctuary. I concerti power metal in America li abbiamo vissuti con tantissimo entusiasmo ed energia: è come suonare in un parco divertimenti. Per quanto riguarda la logistica e i locali, invece non ne parliamo (ride ndr). Si può riassumere che in America quella situazione è molto “hardcore”. In Europa anche nei locali piccoli ci sono backstage, catering e accoglienza, mentre in America arrivi col tuo mezzo, suoni e ti lavi alla stazione di servizio fuori (ride ndr). Però è bellissimo anche per quello, perché è la manifestazione dell’”on the road” che vediamo nei film. Ci sta, sono due lati diversi ma entrambi bellissimi
Credo sia un racconto ed una riflessione interessanti. Da fuori uno si immagina il tour americano in un certo modo, invece poi ci sono più difficoltà e ambiti in cui noi europei siamo un po’ più avanti.
Sì, non volevo dirlo, ma lo devo dire!
È bello avere una panoramica da chi vive queste esperienze. Un tour di quel tipo è bello e stimolante, ma faticoso per i tanti chilometri e le molte date, ed è un vostro investimento per farvi conoscere al massimo.
Assolutamente sì, è un investimento ed è sicuramente una grande fatica, l’America è più dura anche solo per le distanze. Però ci sono i lati positivi e sono felicissimo di farlo.
È giusto vedere entrambe le facce della medaglia. Verso l’autunno ci sarà il tour europeo con Sonata Arctica e Beast in Black. Come vivi a livello mentale questa sequenza tra tour americano, release del sesto album e subito dopo il tour europeo?
Il tour europeo sarà forse il più lungo che facciamo, ma quando ritorniamo dall’America per fare il tour europeo lo vedo come un tornare a casa e in una “safe zone”. A livello mentale essere qui in Europa ti rende in molte cose più “tranquillo” per tutto quello che può accadere. Suoniamo in posti più belli e a condizioni ottime perché la band è cresciuta. Se sei in Germania sei a pochi chilometri da casa, il telefono funziona e ti senti protetto. L’America la vivo come qualcosa di remoto, quindi la release e il tour europeo li vivo con incredibile serenità. Un po’ più in discesa e per questo sono molto tranquillo.

Sul nuovo album, avete avuto modifiche rispetto a come nascevano i vostri album di solito? Ho sentito tratti un pochino più oscuri, mi sembra un album maturo con l’esperienza di quasi 10 anni sui palchi. Cosa c’è dietro questa idea e il numero sei che ritorna (sesto album e sei membri)?
Con questo disco volevamo parlare di noi. Nonostante i riferimenti al Signore degli Anelli e ad altre saghe fantasy che ci sono sempre stati, abbiamo voluto parlare di noi. Dopo il tour da headliner, il cambio di lineup, i festival estivi e il tour in Giappone, abbiamo vissuto un periodo molto fruttuoso e molto bello, con un’esperienza molto intensa che ci ha uniti molto. Avevamo una grande sinergia e la coesione del palco è venuta fuori nel disco. Anche se i pezzi si scrivono al computer, non si suona più in saletta, ma questo non conta. Ora siamo sei persone che facendo parte della band che si influenzano a vicenda. Volevamo mostrare quello che siamo sul palco, senza cercare di essere volutamente più scarni o più brevi, in qualche modo volendo ridurre tutto all’osso per farci rappresentare al meglio da quel riff o da quella melodia.
Senza troppe sovrastrutture, diciamo.
Esatto! Siamo legati a un disco lungo e intricato come “Call of the North”, ma credo che un artista debba cercare il proprio tratto finale, il cerchio, il punto, che è un’estrema sintesi. E la sintesi è la cosa più difficile da fare, è un’eterna ricerca.
Volevo parlare di un tema che mi sta a cuore: avete quasi 10 anni di esperienza, che rappresenta un discreto periodo ma può essere visto anche come relativamente breve. Oggi la società è veloce, basata sull’apparenza e sul conquistare subito chi ti guarda o ti ascolta. Credo sia giusto che le band sfruttino la promozione e l’immagine per farsi notare. Voi ci riuscite in modo equilibrato, ma in Italia c’è ancora un sottobosco di persone di una certa età che etichettano negativamente chi cura l’immagine, che porta anche un proprio “essere” e una propria visione della band legata molto anche all’immagine stessa che la band può avere. A me dà fastidio questo atteggiamento chiuso: la musica rimane protagonista, ma l’aspetto visivo e social è ormai inevitabile.
È assolutamente vero. Quando eravamo piccoli, noi più “vecchi” o comunque over 30 o 40, restavamo colpiti dalla foto di Bruce Dickinson con la giacca di jeans, dei Dimmu Borgir col face painting, di Abbath o di Sebastian Bach degli Skid Row. Tutti avevano un’immagine ben definita come Slash ed era tollerato perché era la normalità. Il fatto che oggi le band definiscano un’immagine fin dall’inizio, da zero, quando partono, indispettisce alcuni anziani. Però anche chi fa della “non immagine” un punto di forza, come i Sunn O))), ha un’immagine: essere incappucciati di nero è un’immagine. Non è che solo chi si mostra ha un’immagine: anche Gerry Scotti o il Gabibbo ce l’hanno (ride ndr). È un’aberrazione causata dal non comprendere i tempi ed il mezzo social. Viene contrapposto quello che un tempo era legittimo, perché magari Slash lo faceva su una rivista o su un poster, mentre se magari lo fai tu a Rosignano Solvay ti dicono: “Ma cosa fai? Togliti quella giacchetta, cosa ti mostri che non sei nessuno?” Il problema è anche che quella frase viene detta persino ai Lacuna Coil! In Italia se fai qualcosa non va mai bene. Un tempo l’artista veniva legittimato perché appariva su una rivista o su un poster patinato. Anche i Venom avevano un’immagine ed erano purissimo hardcore. È solo non comprensione del mezzo.
Questo a voi dà fastidio oppure è qualcosa che non considerate?
No e ti spiego perché. Fin dal primo anno e mezzo i messaggi dei fan sono diventati così tanti che non avevamo tempo di leggere le “cagate”. Non ci interessa il pregiudizio in Italia perché andiamo a suonare in Germania e altrove e quei commenti sono numericamente infinitesimali. E non abbiamo davvero tempo per stare dietro a tutto questo. È poi un paradosso, perché se fossimo una band più piccola, alla fine non avremmo tutti questi pregiudizi contro. Tutte le band hanno un’immagine. E questo rimarrà sempre così. Quindi è inutile girare attorno a questo
Nel corso della vostra carriera ci sono stati cambi di line up: come li avete affrontati? C’è sempre una “quota rosa” importante che porta qualità, come l’inserimento di Alexandra dall’anno scorso. Sono stati momenti difficili o gestiti tranquillamente?
In realtà è molto semplice. Una band è come una famiglia: ci sono i figli che a 18 anni vanno all’università, i nuovi figli che nascono e gli anziani che se ne vanno. Quindi questi avvenimenti non li abbiamo vissuti male, anzi. Ogni persona passata nei Frozen Crown ha portato tantissimo. Ed è bello così. Anche per questo la band è viva e attiva, in continuo mutamento e ci piace fotografare ogni momento e consolidarlo in un disco. Magari il prossimo disco avrà 8 elementi, ed uno sarà un alieno! (ride ndr). Ed è bello così, a me piace molto questa cosa. Il concetto dei “mark” come nei Deep Purple o nei Megadeth è stimolante perché la band mantiene la sua identità nonostante i cambiamenti, e allo stesso tempo ne vedi gli sviluppi. In maniera paradossale, se domani dovessimo cambiare metà lineup la vedrei quasi come uno stimolo. È ovvio che siamo felicissimi della line up attuale e desideriamo che duri per sempre, ma come vedi nella vita ci sono sempre dei cambiamenti. Possono accadere, ed è giusto viverli con la giusta prospettiva. Ogni cambiamento della vita è un bellissimo pretesto per andare avanti e superare gli ostacoli. Questo è anche il motivo per cui scrivo tante cose con tante band, mi piace anche il discorso di trovarmi di fronte magari a degli ostacoli, perché poi sono anche una parte bella. Quando scrivi musica, se hai tutto facile, tutto pronto, tutto subito, finisci per andare in stallo. Invece quando hai un limite ben preciso e pochissimi mezzi, ti ingegni e cerchi di fare qualcosa di bello, o il massimo che puoi fare. Per cui trovo questa situazione ed il cambiamento in generale molto stimolante, soprattutto per un artista.
Ti faccio un’ultima domanda: ti saresti mai immaginato di arrivare a questi livelli e c’è stato uno “switch”, un momento importante che hai vissuto?
Ce ne sono stati tantissimi. Il primo che mi viene in mente è stato quello di suonare in Giappone, con Yasuharu Takanashi (compositore di Naruto) che ha chiesto di essere ospite ad un nostro concerto. Poi trovarmi nel tour bus con Herman Li e Sam Totman dei Dragonforce. Forse quello è stato il momento più incredibile, in cui mi sono soffermato a pensare che fosse incredibile. E poi da lì ad esempio andare in tour con i Kamelot e con i Sonata Arctica, che è stata una delle band power metal che ho ascoltato tantissimo e hanno influenzato me ed i Frozen Crown. Ma una cosa a cui tengo molto è stato conoscere Carmelo Orlando dei Novembre (il mio gruppo italiano preferito) e trovarmi nel backstage a parlare con lui e Giuseppe Orlando sullo stesso piano: è stato bellissimo ed è successo grazie ai Frozen Crown.
Bel ricordo! Ti ringrazio, se vuoi puoi mandare un saluto ai vostri fan italiani.
Certo assolutamente. Non vediamo l’ora di suonare in Italia, credo all’Alcatraz (18 Novembre 2026, ndr). È sempre una bellissima emozione suonare nel nostro paese. L’ultima volta è stato con i Kamelot a Trezzo. Speriamo che il disco vi piaccia e ci vediamo presto.





