C’è una dimensione viscerale, quasi primordiale, nella musica di Jungle Julia: la sua voce sembra nascere dalla terra per farsi corpo. Tra radici maremmane e tensione spirituale, il suo percorso artistico prende forma in un intreccio di scrittura intima e sonorità ruvide, aspre, dove il canto si fa strumento di verità.
L’uscita di “Lode” il 19 marzo, arriva dopo “Vespro”, primo capitolo del progetto discografico della cantautrice toscana, pubblicato a dicembre e contenente i brani “Carne” e “Demonio”. A questi due episodi seguirà un ultimo capitolo, in attesa dell’album d’esordio previsto per quest’anno con Island Records / Universal Music Italia. Un percorso che promette di consolidare una voce già ora riconoscibile, ruvida e necessaria. La sensazione è che Jungle Julia non stia semplicemente costruendo un disco, ma un vero e proprio spazio rituale in cui perdersi e forse – nell’ascolto – ritrovarsi. A voi l’intervista!
Ciao Julia! È anzitutto un piacere parlare con te, per iniziare, vorrei chiederti come la musica è entrata nella tua vita, se sia nato prima l’amore per il canto o invece per uno strumento.
L’amore per la musica è nato intorno ai miei tredici anni, quando cantavo in chiesa. Inizialmente è nata la passione per la scrittura, seguita poi da quella per la musica. Ho iniziato a suonare la chitarra molto presto da autodidatta, facendone subito parte integrante della mia vita. Ricordo un episodio particolare a casa dei miei nonni durante la domenica dopo Pasqua: indossai un mantello fatto con l’involucro di un uovo di Pasqua, salii sul tavolo e iniziai a cantare. Fu un mix di vergogna ed euforia che mi fece capire che volevo fare questo nella vita. Per quanto riguarda la scrittura, è stata fondamentale l’abitudine di tenere dei diari e la lettura della Bibbia durante un cammino di fede. Unendo quelle pagine personali alla musica sono nate le prime canzoni; ricordo in particolare un brano intitolato “Ottobre”, caratterizzato da accordi in minore.
Quali artisti ti hanno influenzata maggiormente, sia a livello personale che artistico?
Fino a una certa età ho ascoltato esclusivamente musica italiana perché, non conoscendo bene l’inglese, mi riconoscevo profondamente nei testi. I miei riferimenti sono i classici cantautori: De André, Pino Daniele, Battisti e Dalla. A sedici anni mi emozionai conoscendo Giovanni Truppi e iniziai a pubblicare delle cover di un suo brano, “19 gennaio”, su YouTube. In seguito mi sono avvicinata alla scena anni ’90 con Bluvertigo e Afterhours, notando come si potesse parlare di temi classici come l’amore in una chiave più rock. Altre ispirazioni importanti sono state Nada e Carmen Consoli. Successivamente sono passata alla musica internazionale, dove privilegio il suono rispetto alla parola, ascoltando Idles, Alabama Shakes, Radiohead, Nick Cave, Jeff Buckley, Patti Smith, Janis Joplin e i Jefferson Airplane, ma potrei andare avanti all’infinito!
La tua musica è profondamento contaminata, ruvida. Quanto pensi che la Maremma – luogo in cui sei cresciuta – abbia influenzato il tuo stile musicale?
Moltissimo. Noi della “razza maremmana” siamo persone dure, spesso descritte come “dure come la pelle di cinghiale”. Questo si riflette nel mio approccio: sono esigente con me stessa e con gli altri, e ciò emerge in una scrittura cruda. La vita in campagna ha inciso profondamente su questo aspetto.
Parlando degli inediti di “Lode”. “Al buio” e “Il sonno”, sembrano dialogare attraverso i temi del sogno e dell’interiorità. Come sono nati e cosa li unisce?
Entrambi i brani trattano il tema del sognare inteso come volo. Musicalmente sono uniti dal mio modo di cantare, che alterna parti parlate “speech” a influenze blues date dagli accordi di dominante settima. Lode al buio descrive la sensazione di volare insieme a un amore impersonificato. Il sonno rappresenta invece il risveglio e la difficoltà di tornare alla realtà quando la mente vorrebbe restare nella dimensione onirica. Sono collegati sia tematicamente che cronologicamente: prima il buio, poi il sonno.
Senti che c’è stata un’evoluzione rispetto ai primi brani “Carne” e “Demonio” usciti a dicembre dello scorso anno?
Non parlerei di crescita o miglioramento, poiché considero tutte le mie canzoni come figli. Esiste però una differenza di temi: brani come “Carne” e “Demonio” erano più viscerali e rock, mentre “Lode” rappresenta un’apertura maggiore, sia umana che musicale. In “Il buio” e “Il sonno” uso accordi più aperti e “maggiori” rispetto al basso quasi monocorde di “Demonio”.
Quanto è importante per te mantenere questa dimensione personale e intima nel rapporto con chi ascolta?
Quello tantissimo. Spero che arrivi tanta verità, che non è la verità in genere, ma la mia verità, il mio modo di stare al mondo. È importantissimo che arrivi il fatto che sono io all’interno delle canzoni, in cui parlo in maniera intima e senza filtri.
Com’è stato lavorare con il produttore Tommaso Colliva, produttore che ha collaborato con realtà importanti come Afterhours, Muse, Calibro 35? E quale è stato il momento in cui hai sentito che il progetto stava prendendo questa direzione?
Tommaso ha svolto un lavoro eccezionale, non solo musicale ma anche di selezione delle idee. Mi spronava a interrogarmi su cosa volessi comunicare per sviluppare mondi musicali coerenti o rifinire i testi. Il momento della realizzazione è avvenuto in studio, quando Tommaso mi ha detto che dovevo occuparmi di musica a tempo pieno. È stato allora che ho preso atto che c’era una squadra che credeva nel progetto Jungle Julia, permettendomi di trasferirmi a Milano per dedicarmi solo alla musica.
Come immagini l’evoluzione futura del tuo percorso artistico e individuale?
Sto iniziando a lavorare al secondo album. Vorrei affrontare temi politici, poiché ritengo fondamentale avere un pensiero critico oggi. Musicalmente sono affascinata dalla musica araba; mi piacerebbe scrivere il disco in Marocco o a Cetara, in Costiera Amalfitana, dove i miei nonni hanno una casa. Cetara mi ispira per il suo isolamento e il legame storico con il mondo arabo. Ricordo di aver riflettuto sulle influenze arabe nella musica napoletana e sull’uso delle tammurriate durante una festa religiosa a maggio. Sono suggestioni che devo ancora mettere a fuoco. Riguardo alle collaborazioni future, preferisco restare concentrata sul presente e sul completamento del primo album.





